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Linguaggio e potere

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Il documento della Commissione Europea dal titolo Union of Equality, il cui fine era quello di preferire espressioni come “buone feste” ad altre, religiosamente più profilate, ha suscitato un’“alzata di scudi” da parte delle Destre e dal Vaticano. Ma, forse, se la testimonianza cristiana fosse in salute, questo tipo di episodi non farebbe paura.

Ricapitoliamo i fatti. A fine novembre, inizia a circolare, informalmente, un documento con il quale la Commissione Europea intende contribuire a un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, in questioni di genere, orientamento sessuale, appartenenza etnica. E religione. E qui casca l’asino, o almeno il gruppo di lavoro della Commissione. Il testo, dal promettente titolo Union of Equality (a volte tradotto con“uguaglianza”: non sia mai, è un insulto alla bellezza e al fascino delle diversità…), propone di preferire espressioni come “buone feste” ad altre, religiosamente più profilate, come “buon Natale”.

La ragione è intuibile: non è corretto né inclusivo obbligare tutti (e tutte, beninteso!) a utilizzare un linguaggio cristiano, tanto più che, anche se questo il documento non lo dice, il Cristianesimo in Europa costituisce ormai una minoranza. Apriti cielo. Il Vaticano è addirittura battuto sul tempo dalle Destre, che si stracciano le vesti per l’attacco laicista alla libertà di religione e alla tradizione cristiana del nostro Continente; a questo punto, basta un’alzata di ciglia della Segreteria di Stato per convincere la presidente della Commissione Europea, la protestante Ursula von der Leyen, a prendere le distanze dal documento, che viene poi ritirato dalla Commissaria per l’Equality, la maltese Helena Dalli.

Volendo (ma né le Destre europee, né il segretario di Stato Vaticano Parolin lo volevano, per ovvie ragioni), il documento europeo avrebbe potuto essere letto in modo meno preoccupato. È ovvio, infatti, che nessuno impedisce alle Chiese e alle persone credenti di utilizzare il linguaggio che è loro proprio. L’esortazione riguarda il linguaggio nella società plurale: la Commissione avrebbe voluto che se ne tenesse conto, è anche una questione di buona educazione.

Proprio qui, però, si situa la problematicità della proposta: è proprio il caso di insegnare la buona educazione mediante i documenti?

Si tratta di una domanda aperta. C’è effettivamente chi si aspetta troppo dal linguaggio politicamente corretto, non solo in ambito religioso. Forse si può lasciare alla sensibilità dei cristiani e delle cristiane decidere a chi dire “buon Natale” e a chi dire “buone feste”, senza tenere loro troppe lezioni di equality.

Le Chiese, però, devono togliersi dalla testa di poter conservare i loro spazi nella società a forza di interventi di gerarchie episcopali e vaticane, occasionalmente spalleggiate da manipoli sovranisti. È vero, verissimo, che l’incidenza sociale del Cristianesimo in Europa è in caduta libera, ma non è colpa della Commissione Europea e neanche della pedanteria dell’ipercorrettismo linguistico. Se la testimonianza cristiana fosse in salute, questo tipo di episodi non farebbe paura. La verità è che sono le stesse persone appartenenti alle Chiese (si apprezzi lo sforzo di inclusività del mio lessico) a snobbare il Natale, il riposo domenicale e la frequenza al culto, l’acquisizione di una conoscenza decente del contenuto delle Scritture.

La secolarizzazione europea è sospinta dall’“autosecolarizzazione” di quanti si dicono cristiani e cristiane e si indignano contro le offensive laiciste. Anziché fare lobby per difendere il Santo Graal, accettando compagnie e sostegni poco raccomandabili e non ispirati da particolare zelo missionario, sarebbe tempo che le Chiese spiegassero a chi ancora dice buon Natale che cosa questo significhi e, più in generale, quale sia la portata e il senso delle parole derivate dalla Bibbia: di sicuro non quello di marcare il territorio, piazzando qua e là bandierine ecclesiastiche.

L’illusione di difendere il Cristianesimo mediante operazioni di potere, ammesso e non concesso che sia in buona fede, è destinata a dissolversi, in una società che non ha più idea di che cosa sia l’annuncio cristiano, anzitutto perché le Chiese non sono in grado di annunciarlo. La fede cristiana, effettivamente, non è un fatto privato e ha il dovere, prima ancora del diritto, di esprimersi pubblicamente, nel linguaggio che le è proprio. Ciò, tuttavia, si chiama testimonianza e riguarda la responsabilità di chi crede. Se la religione del politicamente corretto ha i suoi limiti, quella che cerca di imporsi mediante i rimasugli del proprio potere non è preferibile.

Immagine © Amador Loureiro 

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese
di teologia di Roma

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