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Negare la Shoah online

by Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

Un nuovo rapporto recentemente rilasciato dall’Anti-Defamation League (Adl) mostra che anche se Facebook ha rimosso dalla sua piattaforma i principali post sulla negazione della Shoah, a un anno dall’entrata in vigore dell’applicazione preposta a vigilare su tali argomenti presenta ancora  numerose lacune. L’Adl, che monitora la diffusione dell’antisemitismo attraverso il suo Center on Extremism, sostiene che sono anni che fa pressione sul social network per cambiare la sua politica sulla negazione della Shoah.

Ottobre 2020. Facebook annuncia un cambio di policy contro i negazionisti della Shoah etichettandone i post come “incitamento all’odio” invece che semplice “disinformazione”.

Per celebrare la Giornata della memoria della Shoah nel 2021, il Centro per la tecnologia e la società (Cts) dell’Adl ha esaminato il modo in cui diverse piattaforme hanno affrontato la negazione della Shoah e hanno prodotto la scheda di valutazione. Facebook e Instagram hanno ricevuto una “D”, il voto più basso.

I ricercatori dell’Adl hanno notato che tre mesi dopo aver apportato la modifica della politica, Facebook non aveva ancora apportato le modifiche necessarie alla sua applicazione della nuova policy e il contenuto della negazione della Shoah è stato facilmente trovato sulla piattaforma. Per finire, solo nel 2020 ha classificato la negazione della Shoah sotto l’etichetta “incitamento all’odio” invece che semplice “disinformazione”.

#holohoax è uno degli hashtag più usati dai negazionisti un neologismo che significa letteralmente “la bufala dell’Olocausto”.

Il report ha rilevato che sebbene i gruppi dedicati alla negazione della Shoah siano stati rimossi dalla piattaforma, diversi gruppi pubblici e privati, nonché molti profili personali, contengono ancora collegamenti a tali “fonti”.

Nuova policy. A causa della nuova policy molti negazionisti hanno preferito migrare su piattaforme social più “permissive” come Brighteon, CloutHub e Gab.
Nel 2020 un sondaggio dell’Adl ha rilevato più di 2.000 casi di aggressione antisemita, molestie e atti vandalici segnalati in 47 dei 50 Stati degli Usa. Facebook ha rimosso i riferimenti a #holohoax, l’hashtag tra i più diffusi tra i negazionisti della Shoah. Ma il rapporto ha rilevato che permangono sul social network molti termini e hashtag che fungono da condensatori di notizie legate alla negazione della Shoah. Negli ultimi anni, la stretta sui social network si è rafforzata nel sorvegliare gruppi di odio, teorici della cospirazione, gruppi armati di destra, suprematisti bianchi e nazionalisti cristiani. Di conseguenza, alcuni di questi sono migrati su piattaforme digitali alternative, come Brighteon, CloutHub e Gab. Il report mostra che le aziende tecnologiche devono investire più risorse nella comprensione e nella prevenzione della diffusione della negazione della Shoah, dato che la creazione di nuove regole all’interno di una piattaforma social non comporta necessariamente cambiamenti significativi. Gli strumenti di rilevamento non dovrebbero fare affidamento solo sulla ricerca di parole chiave, ma dovrebbero combinare metodi automatizzati di rilevamento ma con revisione umana.
L’Anti-Defamation League ravvisa ancora molti margini di miglioramento nella lotta al negazionismo online: • non affidando la gestione solo ad algoritmi; • rendendo espliciti i criteri di intervento.
Inoltre, poiché le piattaforme non sono trasparenti nel comunicare il modo in cui esse applicano le loro policy, non è ancora possibile capire come rilevano o prendono decisioni sui contenuti dannosi. Sebbene possano esistere motivi di sicurezza credibili per le piattaforme per non condividere la logica specifica nelle decisioni di applicazione, la mancanza di informazioni impedisce ai ricercatori di studiare e comprendere come vengono implementate tali policy. Senza trasparenza, le organizzazioni della società civile, i ricercatori indipendenti e il pubblico rimangono ampiamente all’oscuro su come, quando e perché le piattaforme agiscono. Ph. © Marie Bellando
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