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Algeria, tra detenuti d’opinione e la fine dell’Hirak

by Nadia Addezio

di Nadia Addezio. Redazione Confronti.

Le libertà di espressione e manifestazione sono da più di un anno fortemente represse in Algeria. Il 22 febbraio ricorre il terzo anniversario della nascita dell’Hirak, ma nel Paese nordafricano si assiste alla preoccupante e quotidiana crescita di detenuti d’opinione, membri del “movimento” per le libertà e la democrazia. 

«L’obiettivo del governo è fermare l’Hirak, fermare il movimento, la speranza del cambiamento» afferma con convinzione Mehdi Dahak, giornalista sportivo algerino che si impegna per diffondere le storie dei detenuti di opinione. 

In Algeria la pandemia da Covid-19 è stata il pretesto per ostacolare l’Hirak, il movimento che dal 22 febbraio 2019 aveva affollato le strade chiedendo pacificamente uno “Stato civile e non militare”, una “Algeria libera e democratica”, la sovranità popolare, la magistratura indipendente. Grazie alla sua mobilitazione, il  presidente Bouteflika non era stato eletto al quinto mandato e alle presidenziali del dicembre 2019 – ove si presentarono come candidati cinque ex membri del vecchio regime – aveva osteggiato l’elezione di Abdelmadjid Tebboune, avvenuta con meno del 40% di affluenza alle urne e col 58% dei voti. Nonostante Tebboune all’indomani della sua elezione avesse affermato di voler “tendere una mano all’Hirak”, ogni richiesta è stata disattesa: la riforma della Costituzione del novembre 2020 ha escluso la società civile, che per questo si è rifiutata di partecipare alle votazioni (appena il 23,7%); le forze militari rappresentano ancora di fatto l’establishment politico; le libertà di espressione e manifestazione sono represse.

UNA DEMOCRAZIA IN TRANSIZIONE O BLOCCATA?

Come definire allora l’Algeria? È una democrazia, un regime illiberale o una dittatura? Secondo Yahia Zoubir, Professore di Relazioni Internazionali e direttore di ricerca in Geopolitica alla Kedge Business School, «l’Algeria è un Paese in una sorta di transizione da un regime a un altro. Forse può essere definita una democrazia illiberale o semi-autoritaria perché sono concesse molte libertà, come la libertà di stampa – anche se alcuni giornalisti sono arrestati per un motivo o per un altro – ma non è un sistema come quello della Tunisia di Ben Ali o di Gheddafi in Libia […]». Mouloud Boumghar, Professore alla Université de Picardie Jules Verne di diritto pubblico, specializzato in diritto internazionale dei diritti umani, sostiene che «le autorità vogliono mostrare e promuovere l’immagine del Paese come democrazia sulla base del fatto che: 1. Ci sono elezioni. Ma se si guarda più da vicino, non sono libere; 2. C’è stata recentemente la riforma della Costituzione ma per il referendum i cittadini non hanno votato in massa, denotando quindi una mancanza significativa di legittimità delle istituzioni; 3. Nella Costituzione ci sono degli “aspetti liberali” come la libertà di associazione o la libertà di manifestazione, ma nella pratica tali libertà non sono garantite». Il Professor Boumghar fa notare come, a suo avviso, sia avvenuto «Un cambiamento nella natura della repressione e del regime, che diventa sempre più autoritario perché non tollera più gli spazi autonomi (nella società) che non sono sotto il suo controllo. La scala della repressione è più alta e più intensa e forse significa che la natura del regime sta cambiando perché sta diventando sempre più autoritario…per non parlare di dittatura […]».

LA PROTESTA IN LOCKDOWN

Durante le chiusure dettate dall’emergenza sanitaria, gli unici mezzi a disposizione per esprimersi erano i social media. Passati questi sotto il controllo delle autorità governative per identificare quanti diffondessero contenuti “sensibili” al governo, è arrivata poi l’ulteriore “stretta” lo scorso maggio, quando il ministro dell’interno ha richiesto di presentare un permesso in cui fossero riportati gli organizzatori e orario di inizio e fine delle manifestazioni. Una decisione tendenziosa dato che l’Hirak non ha mai avuto un leader, un organizzatore specifico, ma è sempre stato un movimento di massa.

«Quando la situazione sanitaria ha cominciato a migliorare e le persone dell’Hirak volevano tornare a protestare, il governo ha continuato nella sua agenda a tenere le persone a casa. […] A partire da maggio, nessuno è potuto più scendere in piazza. Prima gli studenti manifestavano di martedì e tutti gli altri di venerdì, ora nessuno può parlare senza essere minacciato d’essere imprigionato» racconta la giornalista francese di origine algerina Nadia Salem.

Salem è tra le rappresentanti di Free Algeria, coordinamento di collettivi formato da algerini della diaspora che risiedono in diversi Paesi nel mondo. Un venerdì ogni due settimane organizza riunioni per discutere dei problemi dell’Algeria in diretta Facebook in collaborazione con Algerian Detainees, collettivo di giornalisti algerini che raccoglie informazioni e diffonde le storie dei detenuti d’opinione, AlternaTv e Radio Galere Marseille. L’intento comune è “promuovere una vera democrazia e lo Stato di diritto in Algeria” e lo perseguono con la sessione di incontri “Un vendredi pour l’Algérie”. Nell’ultimo periodo si discute soprattutto della esponenziale crescita del numero di detenuti d’opinione: attivisti, giornalisti, politici, membri e sostenitori dell’Hirak in carcere per aver pubblicato un post o scritto un articolo critico del governo. Noto è il caso di Khaled Drareni, corrispondente da Algeri per l’emittente francese Tv5Monde, giornalista per RadioM, rappresentante di Reporter Senza Frontiere (RSF) e attivista Amnesty International. Simbolo della libertà di stampa in Algeria, viene arrestato il 29 marzo 2020 per aver documentato le proteste dell’Hirak con l’accusa di “incitamento a un raduno disarmato” e “minaccia per l’unità nazionale”, e rilasciato nel febbraio 2021, prima della scadenza della sua pena grazie a “misure di clemenza decretate da Abdelmadjid Tebboune”. Il Parlamento europeo – già espressosi l’anno precedente –  aveva richiesto nel novembre 2020 con la Risoluzione del Parlamento europeo sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Algeria, in particolare il caso del giornalista Khaled Drareni l’immediata scarcerazione del giornalista e di altri attivisti. Drareni, come molti, è ancora sotto controllo giudiziario e in attesa del processo d’appello.

Detenuti d'opinione in sciopero della fame nel carcere di El Harrach via Twitter

I DETENUTI D’OPINIONE E LO SCIOPERO DELLA FAME

Dal 28 gennaio sono in sciopero della fame 40 (o forse più) prigionieri di coscienza nel carcere di El Harrach, in provincia di Algeri, per protesta contro le false accuse di terrorismo. Tra i nomi risalta quello di Mohamed Tadjadit, il “poeta della rivoluzione” che recitava le sue poesie durante le manifestazioni dell’Hirak. In risposta, l’amministrazione carceraria ha fatto trasferire alcuni scioperanti in altri centri detentivi, collocando in celle di isolamento, invece, quelli rimasti a El Harrach. Una pressione fisica e psicologica, questa, che mira a interrompere lo sciopero e a punire ulteriormente i detenuti già ingiustamente reclusi. Intanto il pubblico ministero ha negato che fosse in atto uno sciopero della fame, fa sapere l’ong Euro-Med Human Rights Monitor

Secondo quanto riporta Algerian Detainees, ad oggi vi sono 290 detenuti d’opinione in custodia cautelare. La Lega algerina per i diritti umani (LADDH) ne denuncia addirittura 333 tra detenuti di coscienza e politici. Il Comité National pour la Libération des Détenus (CNLD), associazione algerina per la liberazione dei detenuti politici e d’opinione, aggiorna ogni giorno la sua pagina Facebook, diffondendo volti, nomi, motivi, luoghi di prigionia e stato del processo, suddividendo i detenuti per wilaya (provincia). 

PRESSIONI PENALI, POLITICHE ED ECONOMICHE

L’aumento esponenziale dei detenuti d’opinione senza processo è da far risalire alle modifiche apportate al Codice penale con ordinanza presidenziale. Ovvero: l’introduzione dell’art.87bis che estende il reato di terrorismo, includendo “qualsiasi atto volto alla sicurezza dello Stato, all’unità nazionale, alla stabilità e il normale funzionamento delle istituzioni […]”; l’emanazione di un decreto dirigenziale, attuativo del suddetto articolo, che fornisce le modalità di iscrizione e cancellazione dall’elenco nazionale delle persone ed enti accusati di terrorismo; la legge 20-06 che – citando la Risoluzione di cui sopra – “criminalizza arbitrariamente la diffusione di “fake news” ”, esponendo ogni articolo di giornale (e quindi l’autore) considerato controverso all’accusa di diffondere false notizie. Rabah Karèche, giornalista del quotidiano algerino Liberté, incarcerato e rilasciato nell’ottobre scorso, ne è un esempio.

Il portavoce dell’Alto Commissario dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rupert Colville, ha mostrato nel maggio scorso in conferenza stampa sull’Algeria la sua preoccupazione sulla violazione delle libertà di opinione e di espressione, di riunione pacifica e di partecipazione nel Paese, invitando le autorità «a rivedere il Codice penale e le leggi repressive […]». Human Rights Watch, ong internazionale a difesa dei diritti umani, nel giugno 2021 ha invitato con una lettera congiunta gli Stati che partecipavano alla 47a sessione del Consiglio dei diritti umani a condannare la repressione di alcune libertà fondamentali in Algeria.

Tuttavia, i giornalisti non subiscono solo pressioni legali e politiche. Mehdi Dahak, membro di Algerian Detainees, spiega che «Il governo controlla le pubblicità pubbliche, una risorsa per i giornali. Se sei contro il governo, non ricevi pubblicità. Il governo può fare pressione anche su alcune compagnie private che vogliono fare pubblicità su giornali indipendenti. È un modo per dire “Stai attento!”. Qualche volta devi stare dalla parte del governo per sopravvivere. La pressione economica è la prima e reale pressione che subisce il giornalismo».

Il World Press Freedom Index (2021) stilato da Reporter Senza Frontiere colloca l’Algeria al 146esimo posto su 180 Paesi per la libertà di stampa.

Video animato promosso da Amnesty International Algérie che spiega la condizione dei detenuti d’opinione e perché sono (illegalmente) imprigionati

LA FINE DELL’HIRAK… E QUALE INIZIO?

Il Paese sta attraversando diverse crisi: dalla sociale alla politica, dalla economica alla geopolitica, dettata quest’ultima dall’insicurezza negli Stati con cui confina. Gli obiettivi delle autorità algerine potrebbero essere molteplici. Yahia Zoubir spiega che «Quando l’Hirak ha cominciato ad avere al suo interno forze diverse e radicali [MAK e Rachad], il governo ha pensato di fermarlo. Non dico sia giusto, non dico sia sbagliato, dico ciò che secondo loro è logico. L’Algeria sta cercando di preservare la sicurezza nazionale mentre cerca di fare delle riforme, ma non troppo grandi tali da creare instabilità. Se si guarda attentamente, c’è un cambiamento in corso. Ma sfortunatamente sta accadendo in un momento in cui stanno avvenendo mutamenti geopolitici».

Resta irrisolto il quesito su cosa preferire tra la garanzia di stabilità e il rispetto dei diritti umani. Sicuramente destano preoccupazione le incarcerazioni con false accuse. Come nel caso di Fethi Ghares, coordinatore nazionale del Movimento democratico e sociale (MDS) e figura di spicco dell’Hirak, condannato lo scorso 9 gennaio a due anni di reclusione per “aggressione alla persona del Presidente della Repubblica, oltraggio a una persona giuridica, diffusione di pubblicazioni che potrebbero ledere l’interesse nazionale, diffusione di informazioni che potrebbero minare l’ordine pubblico”. L’arresto ha provocato “un’ondata di indignazione”, ha riportato il giornale algerino El Watan.

L’Hirak ha rappresentato il punto di svolta per il popolo algerino. A tre anni dalla sua nascita, è ora vittima di un crescente e strategico indebolimento. Dahak, con rassegnazione e lucidità afferma che «Forse ci sarà un altro movimento, ma l’Hirak è morto. Dopo più di un anno di stop, è finita. Forse le nuove generazioni potranno creare dei nuovi movimenti i prossimi anni… questa è la speranza. Sono molto pessimista. […] I giovani sono molto entusiasti ma non c’è prospettiva, non c’è alternativa. Questo è il vero problema dell’Hirak. Tutti dicono “Vogliamo un cambiamento” ma nessuno dice “Come”». Mouloud Boumghar asserisce di non avere una visione ottimista «perché vedo un mix di paura, disillusione e rabbia. Spero, anche se è molto difficile, che le persone continuino a rivendicare pacificamente i propri diritti. Questo è estremamente importante. […] Considerare le persone come dei nemici non è una buona cosa per il Paese». Con sorriso rassicurante e convinzione, Nadia Salem chiosa: «Immagino che l’Algeria sia un giorno una democrazia, nessun dubbio su questo. Quando vado in Algeria vedo tanti giovani straordinari che vogliono il loro Paese libero, vogliono vivere come tutti gli altri giovani del mondo. Loro [le autorità governative] non fermeranno la rivoluzione. Nessuno ruberà questa rivoluzione ai giovani. Oggi ci sono internet, i social…e i giovani algerini sono consapevoli di ciò che accade fuori dal loro Paese, sanno cos’è la democrazia e faranno tutto ciò che possono per ottenerla».

Ph. Marche Printemps berbère Hirak Mtl avril 2021, masque et distanciation durant la pandémie Covid-19 © Great 11 via Wikimedia Commons

SCHEDA PAESE

L’Algeria è il più grande Paese del continente africano e del mondo arabo per estensione territoriale. Conta quasi 44milioni di abitanti. Situato nel nord Africa, confina a nord con il mar Mediterraneo e la Tunisia (nord est), la Libia a est, il Niger a sud est, con la Mauritania e il Mali a sud ovest e il Marocco a ovest. Conquista l’indipendenza dall’occupazione francese nel 1962 dopo centoquindici anni di colonizzazione (1847) con la sanguinosa Guerra d’Algeria. Repubblica semipresidenziale, è governata ininterrottamente dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), partito politico che ebbe il pregio di condurre l’Algeria verso la decolonizzazione, ad oggi considerato bacino di corruzione e ostacolo alla democrazia. Ultimo esponente noto è stato il presidente Abdelaziz Bouteflika (1999-2019). La sua candidatura al quinto mandato determinò l’inizio dell’Hirak (febbraio 2019), letteralmente “movimento”, formato da persone di ogni età che cominciarono a scendere in piazza ogni venerdì con l’intento di promuovere pacificamente partecipazione attiva alla vita politica e radicale riforma dell’assetto costituzionale del Paese.

Nadia Addezio

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