Libertà di stampa: un vaccino per la disinformazione - Confronti
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Libertà di stampa: un vaccino per la disinformazione

by Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti.

Nell’ultimo report redatto dall’Ong Reporters Sans Frontières, con lo status di consulente delle Nazioni Unite, emerge che in 73 dei 180 Paesi presi in esame la libertà di stampa è del tutto o gravemente ostacolata, mentre in altri 59 subisce comunque delle considerevoli limitazioni. Nonostante le grandi potenzialità offerte da internet, i dati dell’Indice riflettono un drammatico deterioramento della possibilità di accesso alle informazioni da parte dei/delle comuni cittadini/e e un incremento di ostacoli per i/le giornalisti/e che vogliano coprire determinate notizie. 

Ad aggravare questa situazione è anche il crescente senso di sfiducia pubblica nei confronti dei giornalisti: secondo i dati del 21°Edelman Trust Barometer, il 59% degli intervistati in 28 Paesi afferma che i giornalisti «cercano deliberatamente di fuorviare il pubblico riportando informazioni che sanno essere false». E infatti, anche a causa di certa politica, i lavoratori e le lavoratrici del settore dell’informazione sono spesso percepiti come una “casta” e non sono rari i casi di duri attacchi da parte di sostenitori di “teorie del complotto” che li/le vedano conniventi con il “potere”. Eppure, per fare solo un esempio legato alla pandemia in atto, in diverse parti del Mondo, il Covid-19 è stato usato come scusa per bloccare l’accesso dei/delle giornalisti/e alle fonti di informazione e ai reportage sul campo, rendendo sempre più difficile il lavoro di contrasto alla disinformazione e alla diffusione di fake news.

L’Europa e le Americhe continuano a essere i continenti più favorevoli alla libertà di stampa, anche in quest’ultimo caso si è registrato il più grande peggioramento nel punteggio delle violazioni regionali (+2,5%). L’Europa ha registrato un sensibile deterioramento relativamente agli abusi compiuti contro i/le giornalisti/e, considerando gli atti di violenza più che raddoppiati nell’Unione Europea e nei Balcani, a fronte di un deterioramento del 17% a livello mondiale. Attacchi contro giornalisti e arresti arbitrari sono aumentati in Germania (al 13° posto nell’Indice globale), Francia (34°), Italia (41°), Polonia (64°), Grecia (70°), Serbia (93°) e Bulgaria (112°).

L’Africa continua a essere il continente più violento per i giornalisti e la pandemia ha alimentato l’uso della forza per impedire ai giornalisti di lavorare. In Tanzania (124° posto nell’Indice), il presidente John Magufuli ha definito il virus Sars-Cov-2 una “cospirazione occidentale”, suggerendo che il Paese fosse riuscito a contenerlo unicamente grazie “alla forza della preghiera”, imponendo – prima della sua morte, avvenuta nel marzo 2021 a causa del Covid-19 – di non comunicare i dati sulla pandemia.

Per quanto riguarda l’Asia, la Cina (177° posto nell’Indice), definita nel report “il più grande carcere al mondo per i difensori della libertà di stampa”, è ancora tra i peggiori Paesi per la libertà di stampa, con oltre 115 detenuti attualmente, spesso in condizioni che minacciano la loro vita. Kunchok Jinpa, una delle principali fonti mediatiche di informazioni sul Tibet, è morto nel febbraio 2021 a causa dei maltrattamenti in carcere, così come Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace e vincitore del Premio Reporters Sans Frontières per la libertà di stampa, e Yang Tongyan, blogger dissidente, morti nel 2017. Facendo affidamento sull’uso massiccio delle nuove tecnologie, il regime del presidente Xi Jinping ha imposto un modello basato sul controllo delle notizie e delle informazioni e sulla sorveglianza online dei suoi cittadini.

Si contendono il “podio” il Turkmenistan (178°), la Corea del Nord (179°) e l’Eritrea (180° posto, l’ultimo, nell’Indice). Tutti Paesi che mantengono il controllo assoluto su tutte le notizie e le informazioni. Ma nella regione Asia-Pacifico il “virus della censura” si è diffuso oltre la Cina, in particolare a Hong Kong (80°), dove la cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino minaccia gravemente i giornalisti. In Australia (25) si rileva un dato che influenza negativamente sul posizionamento nell’Indice generale: in risposta alla proposta di legge che richiede alle aziende tecnologiche di rimborsare i media per i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme social, Facebook ha vietato ai media australiani di pubblicare o condividere contenuti giornalistici sul loro pagine Facebook.

La regione dell’Europa orientale e dell’Asia centrale ha mantenuto la sua penultima posizione nella classifica regionale, in parte a causa degli eventi in Bielorussia (158° posto nell’Indice), dove i giornalisti sono stati sottoposti a una dura repressione nel tentativo di coprire le massicce proteste di piazza in risposta al controverso risultato delle elezioni presidenziali.

Non ci sono stati cambiamenti significativi nella regione del Medio Oriente e Nord Africa, che ha mantenuto l’ultimo posto nella classifica regionale. In Algeria (146°) e Marocco (136°), il sistema giudiziario viene utilizzato per aiutare a mettere a tacere i giornalisti, mentre i Paesi più autoritari del Medio Oriente – Arabia Saudita (170°), Egitto (166°) e Siria (173°) – hanno approfittato della pandemia di Covid-19 per rafforzare i loro metodi di imbavagliamento dei media e per riaffermare il loro monopolio su notizie e informazioni. 

A proposito di “imbavagliamento pandemico”, in Russia (150° posto nell’Indice), i media indipendenti si sono battuti per mesi per riportare i dati reali sulla pandemia di Covid-19 nel Paese e smascherare cifre ufficiali propagandate dal governo. Solo nel dicembre 2020, Mosca ha finalmente riconosciuto un bilancio delle vittime da Covid-19 che era tre volte la cifra ufficiale. Non paghe della politica di soppressione di articoli online attraverso la cosiddetta Legge sulla disinformazione in vigore dal 2019, le autorità l’hanno rafforzata con una serie di emendamenti.

Le autorità cinesi hanno effettuato un ulteriore “giro di vite” sulle notizie che riguardano il Covid-19: sette giornalisti sono ancora in condizioni detentive, rei di aver coperto notizie sulla pandemia. 

Anche in Iran, posizionato da sempre nella parte bassa dell’Indice, si sono registrati peggioramenti con la pandemia di Covid-19, dato che il governo ha da subito tentato di minimizzare le vittime. A tal fine, le autorità hanno intensificato il controllo delle informazioni sia sui media tradizionali che online, interrogando, arrestando e condannando giornalisti professionisti e comuni cittadini. Il Paese detiene anche un altro record: quello del maggior numero di giornalisti uccisi negli ultimi cinquant’anni. Una tradizione che è proseguita anche nel 2020: Rouhollah Zam, il direttore del canale Amadnews su Telegram, è stato giustiziato il 12 novembre 2020 dopo essere stato condannato per aver incoraggiato le proteste contro la corruzione e la situazione economica nell’inverno 2017-2018.

Anche in Europa non si è esenti da tali scenari. La legislazione di emergenza entrata in vigore in Ungheria a partire da marzo 2020 continua a criminalizzare le fake news” sul Covid-19 e a bloccare l’accesso alle informazioni, soprattutto per quanto concerne il divieto di cronaca negli ospedali. Quando, nel marzo 2021, circa 30 organi di informazione hanno chiesto la revoca di questa limitazione attraverso una lettera aperta, il governo ha rifiutato e ha accusato i media indipendenti di diffondere disinformazione, reato che è soggetto a sanzioni penali. Non solo gli organi di informazioni locali, ma anche i media stranieri sono stati oggetto di una campagna intimidatoria. I media indipendenti censurati dal governo di Viktor Orbán includono Index, un sito di notizie da cui quasi tutti i giornalisti si sono dimessi dopo essere stato rilevato dagli alleati del primo ministro, e Klubrádio, una stazione radio a cui è stata tolta la frequenza di trasmissione con un pretesto burocratico. L’Unione europea, dal canto suo, non riesce ad intervenire in tal senso, dato che anche lo strumento delle sanzioni economiche e della limitazione ai finanziamenti europei dell’UE che si attua in casi di violazioni dello Stato di diritto non tiene conto della libertà di stampa.

Ph. Hands in the air © The-movement-2000 via Wikimedia Commons

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