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Omicidio Attanasio. Un anno dopo, ancora in cerca della verità

by Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

A un anno dalla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha, nel Kivu settentrionale la ricerca della verità è ancora lontana.

«Luca conosceva benissimo la realtà del Congo e delle regioni orientali dove c’è grande instabilità da anni, c’era stato più volte per visitare gli italiani che lì vivono e capire la situazione, escludo che abbia sottovalutato i rischi: se ha accettato di partire è perché aveva ricevuto ampie rassicurazioni dal Pam [Programma alimentare mondiale] responsabile della missione e della sicurezza». La testimonianza, a un anno esatto dalla morte del marito, è di Zakia Seddiki, moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio, mamma delle loro tre bimbe.

Nel corso delle cerimonie in occasione del triste anniversario svoltesi a Limbiate, paese di origine del diplomatico e la sua famiglia nell’hinterland milanese, lancia la Fondazione Mama Sofia nata nel ricordo di Luca al fine di lottare contro ogni condizione di emarginazione, discriminazione, intolleranza, negazione dei diritti e per favorire la tutele dei minori in Italia e Africa, e sottolinea le responsabilità di quanti erano preposti all’organizzazione del viaggio e della protezione, «altre volte aveva rinunciato a missioni perché ritenute pericolose, se questa volta non l’ha fatto è perché aveva avuto garanzie». 

Attanasio rappresentava un nuovo modo di intendere la diplomazia: in mezzo alle strade a comprendere la realtà circostante e non chiusa nei propri compound.

ALLA RICERCA DEI COLPEVOLI

È passato un anno dall’incredibile vicenda che ha condotto alla morte il nostro Ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese impiegato del Pam Mustapha Milambo nella strada che da Goma porta a Rutshuru, nel Kivu settentrionale, Repubblica Democratica del Congo, all’altezza del villaggio di Kibumba. Un anno pesantissimo per la famiglia, gli amici, per i tanti legami che Attanasio – un ambasciatore sui generis, capace di rapporti umani veri e molteplici in ogni sede in cui ha ricoperto incarichi – aveva intrecciato. Per l’Italia che a 12 mesi di distanza, annovera scarsi risultati nel percorso di accertamento della verità. L’unico traguardo raggiunto dalla Procura di Roma, è l’iscrizione nel registro degli indagati per “omesse cautele” di Mansour Rwagaza, dirigente d’area del Pam e l’italiano Rocco Leone vice-direttore del Pam Congo, all’epoca dei fatti direttore pro tempore. I due sono accusati di reati gravissimi proprio in merito alle garanzie fornite all’ambasciatore e al carabiniere.

A conclusione delle indagini preliminari, i Carabinieri del Ros, infatti, evidenziano che i due funzionari dell’organismo dell’Onu avrebbero omesso «per negligenza ogni cautela idonea a tutelare l’integrità fisica dei partecipanti alla missione… di informare cinque giorni prima del viaggio la missione di pace Monusco [la forza di interposizione Onu che, nel caso di pericoli, si occupa della scorta armata e di fornire veicoli corazzati] e che «avrebbero attestato il falso». Rwagaza in quanto esecutore del protocollo e Leone in qualità di superiore massimo, sono accusati di gravi incuria e imperizia per due motivi: nel caso in cui la missione preveda il trasporto di soggetti esterni al Pam, la comunicazione ai vertici va presentata almeno cinque giorni prima della missione stessa ai fini di valutare rischi e chiedere, nell’eventualità, una scorta armata. Il dispaccio, probabilmente per dimenticanza (ma c’è qualcuno che azzarda qualcosa di peggio, anche se non ci sono evidenze a riguardo) è stato inviato solo la sera del 21 febbraio, a meno di 12 ore dalla partenza del convoglio.

Per bypassare la burocrazia interna, poi, e accelerare l’iter per l’assegnazione di due veicoli [per ottenere più di un veicolo per trasbordo esterni al Pam, la richiesta va inoltrato con largo anticipo] è stato dichiarato che tutti i sette membri della missione fossero effettivi dell’organismo Onu: Attanasio e Iacovacci, quindi, ufficialmente non sono mai partiti. Se l’ambasciatore e la sua scorta, in altre parole, hanno viaggiato senza protezione, in veicoli privi di armatura, su una strada dichiarata “verde” sebbene almeno in alcuni tratti sia considerata da tutti una delle più pericolose d’Africa, è per Rwagaza che ha così condotto le procedure del protocollo e a Leone che, in qualità di suo superiore, ha sottoscritto i quanto da lui messo in atto. Delle tre inchieste partite all’indomani del tragico agguato – quella interna del Pam portata avanti dal Dipartimento della Sicurezza dell’Onu, quella della Procura di Roma a cui capo c’è Sergio Colaiocco e quella della magistratura congolese – l’unica a essere arrivata a un risultato concreto, quindi, è la nostra.

Ma i traguardi raggiunti, fino a ora, sono poco più che un trofeo. Siamo infatti lontanissimi dall’accertamento di movente, mandanti ed esecutori a causa della scarsissima collaborazione mostrata dalle autorità congolesi e, forse ancora più incredibilmente, della scelta del Pam di trincerarsi dietro un presunto “silenzio diplomatico” che obbliga tutti i dipendenti coinvolti – nel frattempo trasferiti senza neanche informare i nostri inquirenti – a un mutismo totale. 

IL FRONTE CONGOLESE

Sul fronte congolese l’atteggiamento di autorità e presidente Félix Tshisekedi stesso, suonano quasi come prese in giro. Alle dichiarazioni del capo dello Stato della Repubblica Democratica del Congo del maggio scorso che ostentava l’arresto di presunti assassini poco tempo dopo rilasciati perché del tutto estranei ai fatti, hanno fatto seguito i fermi di sei presunti esecutori dell’agguato lo scorso gennaio, sui quali gravano più perplessità che certezze. Nel frattempo i nostri inquirenti restano sostanzialmente inoccupati: le missioni in Congo, per mancate collaborazione e autorizzazioni, hanno prodotto ben poco, mentre alle rogatorie inviate alla procura di Roma non ha mai ricevuto risposta. Per giungere a obiettivi più concreti nel percorso di accertamento delle verità e di assicurazione alla giustizia di responsabili, mandanti ed esecutori, c’è bisogno di un’immediata inversione di tendenza e di una totale collaborazione da parte dei magistrati e le autorità congolesi così come della subitanea fine del mutismo targato Pam. Soprattutto quello dell’italiano Rocco Leone, uno dei componenti l’equipaggio della tragica missione, decisivo, inutile a dirsi, nella ricostruzione dei fatti in qualità di testimone oculare prima che di indagato. Le istituzioni italiane dovrebbero mettere in atto tutto quanto nelle loro possibilità perché i meccanismi farraginosi e omertosi si sblocchino, non bastano onorificenze e cerimonie.

«Luca Attanasio – ha detto Renato Varriale, Direttore Generale per le risorse e l’innovazione del Maeci nel corso di una cerimonia di memoria celebrata in un teatro di Limbiate gremito la sera del 21 febbraio scorso – era figura del diplomatico moderno. Aveva capito l’importanza di essere in Africa e di ricoprire un ruolo determinante perché è lì che si gioca il futuro e aveva una grande capacità di comunicazione». L’Italia perde molto con la sua morte. Attanasio rappresentava un nuovo modo di intendere la diplomazia. In mezzo alle strade a comprendere la realtà circostante e non chiusa nei propri compound, capace di ascoltare attentamente, osservare e immaginare un ruolo reale, al di là delle formalità di rito, nel costruire relazioni, dialogo, sviluppo e favorire la pace. Lascia una grandissima eredità che merita di essere studiata, oltre che ancora tante tristezza e incredulità. 

Luca Attanasio

Luca Attanasio

Giornalista e scrittore

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