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Le reti di Danilo Dolci

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Attorno alla figura per tanti versi appartata e originale di Dolci e alle sue iniziative siciliane si collegavano forze tra le più vive del Paese, per sostenerne le denunce, le manifestazioni, il richiamo a forme reali di democrazia e di giustizia economica.

Ragionando nel mio piccolo sulla storia dell’Italia contemporanea (che è anche la mia storia di cittadino nato poco prima della Seconda guerra mondiale e partecipe di una storia comune e collettiva, per tanti aspetti e quando possibile “comunitaria”) mi sono convinto ben presto che la storia dell’Italia migliore non è stata quella del Risorgimento, né ovviamente quella della disastrosa dimostrazione di malafede borghese che ha prodotto la Prima guerra mondiale e tanto meno quella del fascismo, nonostante alcune riforme-cardine che lo hanno anche caratterizzato e di cui fingiamo di dimenticarci, bensì quella della Resistenza, della Costituzione, di una democrazia tuttavia vigile, anche se piena al suo interno di nemici e di ipocriti.

È la storia che, se vogliamo metterci delle date, va dal 25 luglio 1943, caduta del fascismo e inizio della Resistenza (raccontata mirabilmente in un film che dovrebbe essere obbligatorio far vedere in tutte le scuole dalla quinta elementare in su, Tutti a casa del probo regista Luigi Comencini, socialista di ascendenze valdesi) all’infame omicidio di Aldo Moro per opera delle Brigate rosse (e sono convinto – come tanti – che fossero protette e manovrate da più servizi segreti) il 9 maggio del 1978. Che ebbe come seguito quella, per angoscia, di Enrico Berlinguer.

Di quel periodo di grandi speranze e di grandi cambiamenti economici, sociali e culturali, un periodo di riforme le ultime delle quali sollecitate proprio dal 1968, ha parlato in questi mesi un importante saggio di Marco Grifo, Le reti di Danilo Dolci (Franco Angeli, 2021). Ma se il perno di questo studio sta negli incontri che Dolci ebbe, tra il 1952 della sua discesa a Trappeto e la fine degli anni Settanta (Danilo morì nel 1997), con i migliori, i più attivi, i più conseguenti e socialmente e democraticamente determinati degli intellettuali, dei politici e sindacalisti, dei poeti e letterati italiani di anni in cui tutto rapidamente cambiava, in Italia e nel mondo, dalla Guerra fredda alla “coesistenza pacifica” e alle nuove contraddizioni portate dai “miracoli” economici e dalla fine – a Est e a Sud del mondo – delle forme tradizionali del colonialismo ma con la nascita di sue nuove forme, “aggiornate”.

È impressionante tuttavia vedere come, attorno alla figura per tanti versi appartata e originale di Dolci e alle sue iniziative siciliane si collegassero forze tra le più vive del Paese, per sostenerne le denunce, la manifestazioni, il richiamo a forme reali di democrazia e di giustizia economica.

La lettura del libro del giovane Grifo andrebbe affiancata a quella di Vita e morte di Guido Rossa, di Sergio Luzzatto (Einaudi, 2021) su una bellissima figura di operaio di fabbrica coscientemente “berlingueriano” che venne ucciso vigliaccamente dalle Brigate rosse, che dettero così fiato a quella “strategia della tensione” assistita dai servizi segreti e sostenuta dall’Est come dall’Ovest che mirava a soffocare ogni autentica trasformazione democratica del Paese. E a quella del grande saggio di Enzo Traverso Rivoluzione. 1789-1989: un’altra storia (Feltrinelli, 2021), una riflessione a vasto raggio sui limiti, le deviazioni, gli imbarbarimenti e infine le sconfitte delle prospettive aperte dalle grandi rivoluzioni di due lunghi secoli zeppi di Storia.

Ma se ho letto con più emozione e piacere Le reti di Danilo Dolci è perché in marginalissima parte quelle vicende le ho vissute e tanti dei personaggi che le affollano, delle iniziative a cui essi davano vita, degli ideali che professavano e concretamente praticavano, li ho condivisi; e mi piace ricordare come tra loro, rappresentanti di un’area tra le più solide eticamente e socialmente, vi fossero i rappresentanti e le organizzazioni di un mondo cattolico fortemente minoritario (pochi nomi per tutti, don Milani e i serviti De Piaz e Turoldo), di un mondo più politico che religioso ma fortissimamente morale di area nonviolenta (e primo fra tutti va messo il nome di Capitini) e sì, di tanti valdesi, il pastore Tullio Vinay per primo, e di tanti “riformati” di più gruppi anche quando, come i quaccheri, in Italia erano proprio pochi e bensì molto attenti al nuovo e al giusto – alle persone e ai gruppi e alle associazioni eticamente e socialmente “persuasi”, come li chiamava Capitini preferendo questo termine, infine religioso, a quello di “militanti”, di tradizione politica.

Ma senza affatto disprezzare quello di “compagni”.

Ph. Le reti di Danilo Dolci. Illustrazione di © Doriano Strologo

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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