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Emmanuel Macron: una grande vittoria ma un futuro incerto

by Thierry Vissol

Thierry Vissol. Economista e storico, direttore del Centro Libex - Fondazione Giuseppe Di Vagno.

Con grande sollievo per i repubblicani francesi di Destra o di Sinistra e per gli alleati occidentali ed europei della Francia, Emmanuel Macron è stato rieletto presidente con una larga maggioranza dei voti espressi: 58,54%. Una bella vittoria che supera di gran lunga le ultime previsioni dei sondaggi pre-elettorali. 

Una vittoria che, a causa dell’altissimo livello di astensioni e voti bianchi e non validi (il 34,2% degli iscritti sulle liste elettorali), alcuni vorrebbero minimizzare, o addirittura insinuare che non gli dia la legittimità necessaria per governare. Così, Jean-Luc Mélenchon, commentando il risultato, ha affermato che Macron è «il presidente più male eletto della Quinta Repubblica». Infatti, secondo lui «Madame Le Pen e Monsieur Macron hanno appena più di un terzo degli elettori registrati». Un’affermazione lontana dalla realtà, secondo i risultati sia in termini di voti espressi che in proporzione degli elettori registrati, cioè 48,7 milioni di persone. 

L’analisi comparativa dei risultati a partire della prima elezione del presidente a suffragio universale nel 1965, mostra non solo che Emmanuel Macron ha ottenuto un ottimo risultato, ma che il punteggio della sua sfidante non è certamente il migliore ottenuto da un candidato sconfitto. Lo evidenziano le due tabelle seguenti.

In termini di voti espressi, il punteggio di Macron-2022 è inferiore solo a quello ottenuto da lui stesso del 2017 e all’eccezionale risultato ottenuto da Chirac, nel 2002, contro il padre di Marine Le Pen. È molto più alto di quello ricevuto da tutti gli altri presidenti, compreso il risultato ottenuto da De Gaulle nel 1965. Valéry Giscard D’Estaing, nel 1974, vinse con un margine molto stretto (il 50,8%) sul suo temuto  rivale Mitterrand, come quest’ultimo contro il VGE nel 1981 (il 51,8%). Tuttavia, nessuno ha messo in dubbio la loro legittimità.

Tenendo conto delle astensioni, delle schede bianche e dei voti non validi, è vero che il risultato di Macron (38,5 %) ha superato solo quello di Georges Pompidou nel 1969 (37,6%). Tuttavia, è molto vicino a quelli di Chirac nel 1995 (39,4%) e di Hollande nel 2012 (39,1%). D’altra parte, il risultato della sua rivale, anche se molto alto (27,3%), è solo superiore a quello ottenuto da suo padre, Jean-Marie Le Pen (17,8 %), nel 2002 e al suo stesso nel 2017 (22,4%). Infine, a differenza di suo padre o dell’elezione del 2017, come Macron, la presidente del Rassemblement National ha beneficiato di voti del barrage républicain (lo “sbarramento repubblicano”). Dopo il primo turno, aveva un potenziale di 11,3 milioni di voti. Ne ha ottenuto 13,7 milioni, cioè 2,4 milioni in più rappresentando il 4,7% degli elettori registrati. La maggioranza di loro ha votato per lei non perché fosse d’accordo con le sue idee, ma per bloccare Macron. Questo relativizza il suo punteggio, anche se non è di buon auspicio per il futuro. Più che una vittoria relativa dell’estrema destra, questi voti di sbarramento a favore di Marine Le Pen, uniti alle astensioni e ai voti bianchi e non validi, cioè il 38,9% dell’elettorato, costituiscono un serio avvertimento per il giovane presidente, la cui personalità, considerata arrogante, e la sua politica all’origine del movimento dei gilet gialli, suscitano l’antipatia o addirittura l’odio di molti francesi.

 

L’ordine costituzionale francese: attenzione alla confusione dei ruoli

Come nelle precedenti elezioni presidenziali, le campagne dei candidati si sono basate su proposte di programmi politici, come se la loro attuazione fosse di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. Tuttavia, secondo la Costituzione del 1958, alla quale entrambi i candidati hanno detto di essere visceralmente attaccati, questo non è il caso. È vero che il presidente ha molti poteri: sceglie e nomina il primo ministro, presiede il Consiglio dei ministri e può sciogliere l’Assemblea nazionale, per di più, è capo delle forze armate (articolo 15) e responsabile della politica estera (articoli 14 e 52). Tuttavia, la Francia è una repubblica parlamentare: è il governo, non il presidente, «che determina e conduce la politica della nazione» (articoli 20 e 21), e il Parlamento (Assemblea Nazionale e Senato) che vota le leggi (articolo 39). Il governo, ma non il presidente, deve rendere conto al parlamento, il quale può censurarlo. Così, in politica interna, il potere del presidente è limitato, anche quasi inesistente se non dispone di una maggioranza politica assoluta nell’Assemblea Nazionale. Questo è illustrato dai tre periodi di coabitazione tra un presidente e un primo ministro di diverso orientamento politico: Mitterrand con Jacques Chirac (1986-1988), poi con Edouard Balladur (1993-1995) e Chirac con Lionel Jospin (1997-2002). Anche quando c’è una maggioranza presidenziale, il primo ministro ha uno spazio di manovra. Può opporsi al presidente come fu il caso di Jacques Chirac, primo ministro di Valéry Giscard D’Estaing (1974-1976) o di Michel Rocard, primo ministro sotto Mitterrand (1988-1991). Infine, il Senato, co-legislatore, può ostacolare le proposte di leggi volute dal presidente e dal suo governo se la sua maggioranza differisce da quella dell’Assemblea.

Emmanuel Macron (come Marine Le Pen se fosse stata eletta) non è affatto certo di avere la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, come l’aveva dal 2017 al 2022, data la frammentazione e la radicalizzazione del panorama politico in tre blocchi reciprocamente ostili (tabella 3) evidenziata durante il primo turno delle elezioni e l’importanza degli astensionisti.

Le incertezze delle future elezioni parlamentari e senatoriali

La capacità del presidente di portare avanti la sua agenda di politica interna, estera ed europea dipenderà quindi dal risultato delle elezioni parlamentari previste per il 12 e 19 giugno 2022 e dalle elezioni del Senato che si terranno nel corso del 2023.

Il Senato, attualmente con una maggioranza di destra moderata, sarà rinnovato sulla base di un’elezione indiretta. Il collegio elettorale è composto, oltre ai membri delle due camere, dagli politici regionali e dipartimentali eletti e da delegati degli eletti locali. Questi ultimi sono stati eletti nel 2021 e saranno rinnovati solo nel 2028. Nonostante un tasso di astensione molto alto (circa il 66%), la composizione politica delle istituzioni regionali, dipartimentali e locali è piuttosto tradizionale con una maggioranza di destra moderata (circa il 44%), una forte presenza di sinistra moderata (circa il 36%), un centro debole (circa il 17%) e partiti radicali di destra o sinistra marginali. È quindi probabile che la composizione del Senato non sarà molto diversa da quella attuale e non darà al presidente una maggioranza. Questo rappresenterà un primo ostacolo. Infatti, le leggi devono essere adottate per consenso tra le due camere. 

Le elezioni legislative si svolgono sulla base di un sistema uninominale con due turni. Il partito di Emmanuel Macron, La République en Marche (Lrem), e i suoi alleati centristi (Movimento democratico e l’Unione dei democratici e degli indipendenti) hanno attualmente la maggioranza assoluta. Quelli di Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) e Marine Le Pen (Rassemblement National) sono marginali, con 17 e 8 deputati rispettivamente (su un totale di 577). È chiaro che, visti i risultati delle elezioni presidenziali, la composizione dell’Assemblea sarà molto diversa, anche se il sistema di voto tende sempre a sfavorire gli estremi e i piccoli partiti. In caso di ballottaggio tra un rappresentante di un partito moderato e uno di un partito radicale, lo “sbarramento repubblicano”, anche se limitato, entrerà di nuovo in gioco. Data l’importante presenza locale e regionale dei partiti tradizionali, è probabile che i partiti estremisti saranno ridimensionati e il loro numero di deputati sarà molto più basso che con un sistema proporzionale. 

È improbabile che le incertezze si risolvano, anche se i diversi partiti che sostengono il presidente Macron riescono a ottenere la maggioranza assoluta. Dovrà fare concessioni ai partiti della sua coalizione. Inoltre, qualunque sia il risultato, dovrà affrontare tra i cittadini un muro di sfiducia e di radicalismo: il voto di protesta ha rappresentato più del 60% al primo turno. Il livello di rabbia è tale che molti sono pronti a scendere di nuovo in piazza per premere le loro richieste. Come già evidenziato dal movimento dei “gilet gialli”, l’analisi sociologica dei voti mostra l’esistenza di un gran numero di fratture nella società francese: generazionali, territoriali e sociali, standard di vita tra la “Francia di sopra” e la “Francia di sotto”. 

Un’altra frattura limiterà la sua azione sulle questioni europee: una grande maggioranza di francesi ha votato per partiti esplicitamente euroscettici (42,3% degli iscritti, 59% dei votanti). Più radicali, gli elettori del Rassemblement National e de La France Insoumise (45,1% dei votanti) hanno votato candidati che hanno esplicitamente promesso nel loro programma che la Costituzione francese diventerebbe superiore al diritto europeo, seguendo l’esempio degli leader illiberali ungheresi e polacchi attualmente al potere.

“Je vous ai compris!” (Vi ho capito!) …

Il 1° giugno 1958, in seguito alle rivolte militari in Algeria e Corsica a favore dell’Algeria francese (il “putsch di Algeri”) De Gaulle è investito Presidente del Consiglio dall’Assemblea Nazionale, secondo i termini della Quarta Repubblica. Si recò in Algeria il giorno dopo. Il 4 giugno, tiene un discorso davanti a una grande folla. Cominciò con questa frase che passerà alla storia: “Je vous ai compris!” (Vi ho capito!).  Continuò: “D’ora in poi, la Francia considera che, in tutta l’Algeria, c’è una sola categoria di abitanti: ci sono solo francesi a pieno titolo, francesi a pieno titolo, con gli stessi diritti e gli stessi doveri”.

Anche se sarebbe anacronistico paragonare Macron a De Gaulle e la situazione della Francia nel 2022 con quella del 1958, l’impressione data dal suo discorso della vittoria di domenica sera 24 aprile, al Campo di Marte davanti alla Torre Eiffel, non può che ricordare il “Je vous ai compris!” di De Gaulle. Ha affermato di aver capito la rabbia che rimbombava, e riconosciuto che era fondata. Promette di trovare delle risposte efficaci che non avrebbero lasciato nessuno in disparte. Assicura che  sua politica sarà ispirato dalla benevolenza e dal rispetto dei suoi avversari, e lo dimostra tacendo i fischi del pubblico contro coloro che avevano votato per la sua rivale. 

Contrariamente al 2017, e mentre è presidente del Consiglio dell’Unione europea per la prima metà del 2022, questo tema Ue durante la campagna è stato molto meno sviluppato e, quando lo è stato, fu per associarlo come garante della “grandezza, della sovranità e dai valori della Francia“. Nel suo discorso il tema è stato solo sfiorato, dimostrando che aveva capito la reticenza dei suoi compatrioti e che le loro preoccupazioni erano principalmente legate al potere d’acquisto e alle fratture territoriale e generazionale. Riflette un ritorno alla centralità dei problemi della nazione e dei suoi cittadini e spiega la scelta simbolica del Campo di Marte per celebrare la sua vittoria. Da un lato, Marte simboleggia il dio della guerra, quindi questa scelta sembra giustificare il rafforzamento dell’apparato militare voluto da Macron in questo periodo che definisce come quello del “ritorno del tragico“. D’altra parte, fu su questa piazza, intorno a un “Altare della Patria”, che il 14 luglio 1790 ebbe luogo la “Fête de la Fédération”, una grande festa rivoluzionaria per celebrare il corpo unito della Nazione “una e indivisibile”. Nel 1794, il pittore Jacques-Louis David vi organizzò la “Festa dell’Essere Supremo” intorno a una roccia artificiale in cima alla quale c’era l’albero della libertà, simbolo dell’unità della nazione. È questo albero della libertà che è riprodotto sulla faccia nazionale delle monete da 1 e 2 euro, inserito in un esagono (che simboleggia la Francia) accompagnato dal motto “liberté, égalité, fraternité“, i valori democratici della Francia che il presidente afferma rappresentare e difendere. 

Tuttavia, questo «Je vous ai compris!» sarà sentito come tale solo nella misura in cui si concretizzerà – dall’inizio del quinquennio e della nuova legislatura – con azioni “efficaci” in termini di potere d’acquisto, di inclusione e sviluppo delle zone rurali e di ecologia. Infatti, gli indubitabili successi della sua politica durante il suo primo mandato, in particolare in materia economica e di creazione di posti di lavoro o di politica estera ed europea, non sembrano aver avuto il successo di stima atteso, anche se hanno contribuito in gran parte alla sua vittoria e non devono essere minimizzato.

Concludendo il suo discorso Macron ha riconosciuto che i prossimi anni saranno tutt’altro che tranquilli, citando en passant la guerra in Ucraina. Non lo saranno davvero, visto il contesto geopolitico, climatico, economico e sociale, né per lui, né per la Francia, né per l’Unione europea. Speriamo solo che il presidente Macron abbia abbastanza influenza e potere interno e nell’Ue per evitare che questi prossimi anni diventino tragici.

Thierry Vissol

Thierry Vissol

Economista e storico, direttore del Centro Libex - Fondazione Giuseppe Di Vagno

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