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Nessuno ha pregato per loro

by Khaled Khalifa

di Khaled Khalifa. Scrittore

Intervista a cura di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice.

Khaled Khalifa è uno degli scrittori siriani più coraggiosi e più conosciuti all’estero, impegnato nel movimento pacifico di opposizione al regime di Assad. La sua letteratura si è distinta per aver trasgredito tabù politici e religiosi della sua regione di appartenenza. Nel suo ultimo romanzo tradotto in Italia, Nessuno ha pregato per loro racconta la storia di due amici che nel 1907 sopravvivono a un’alluvione che devasta il loro villaggio Hosh Hanna, poco distante da Aleppo.

Le guerre passano sulle città come aratri. Le deformano, le smantellano, le infossano. Le immagini che ci arrivano dall’Ucraina in questi giorni riaprono le ferite dei siriani che dal 2011 hanno subito morte e devastazione sotto l’oppressione di Assad appoggiato proprio dall’esercito di Putin. Parlando con lo scrittore Khaled Khalifa il pensiero va subito alla sua Aleppo, la città dove ha vissuto la giovinezza e dove ha ambientato la maggior parte della sua produzione letteraria, una delle città siriane maggiormente dilaniate dall’ultimo conflitto.   

«Il mio cuore è con l’Ucraina e rimarrà con la resistenza del suo popolo coraggioso» ha commentato lo scrittore che non ha mai lasciato la Siria, anche nei giorni più difficili della guerra, oggi solidale con gli ucraini. 

Khaled Khalifa è nato a Orem al Soughra, un villaggio che si trova vicino ad Aleppo. È uno degli scrittori siriani più coraggiosi e più conosciuti all’estero, impegnato nel movimento pacifico di opposizione al regime di Assad. La sua letteratura si è distinta per aver trasgredito tabù politici e religiosi della sua regione di appartenenza. Tra i suoi titoli, tutti pubblicati da Bompiani, L’elogio dell’odio (2011), Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città (2018), vincitore della Naguib Mahfouz Medal per la Letteratura nel 2013 e finalista all’International Prize for Arabic Fiction nel 2014, e Morire è un mestiere difficile (2019), finalista al National Book Award 2019 e al Premio Gregor von Rezzori 2020.

Nel suo ultimo romanzo tradotto in Italia, Nessuno ha pregato per loro (traduzione di Elena Chiti), Khaled Khalifa racconta la storia di due amici, Hanna e Zakariya, che nel 1907 sopravvivono a un’alluvione che devasta il loro villaggio Hosh Hanna, poco distante da Aleppo, un evento che trasforma profondamente le loro vite. Attraverso i due protagonisti, Khalifa fa un ritratto di un popolo che va verso un grande cambiamento: lo spostamento dal villaggio di provincia alla nascente modernità della città, dove cristiani, musulmani ed ebrei vivono e lavorano insieme, uniti nell’amore per Aleppo.

Nelle sue opere ha più volte sottolineato che l’identità siriana è “plurale” sin dall’antichità e che per voi siriani l’identità è una ricerca continua. Come definirebbe la sua identità di uomo e di scrittore? 

Anch’io sono ancora nella fase della ricerca della mia identità ma credo che la ricerca dell’identità sia in primo luogo collettiva. Dobbiamo riconoscere l’esistenza di identità multiple a cui appartenere, e questo richiede un’apertura ampia della porta del dialogo per tutti i gruppi della società. La Siria, come sapete, è un Paese musulmano, ma è anche cristiano ed ebreo, anche se gli ebrei usciti dal Paese, ed è un Paese arabo, curdo, assiro, yazida, turkmeno e armeno, anche se con tante differenze di proporzioni e numeri. Le percentuali sono sempre state variabili e instabili, non è possibile sradicare alcuna di queste culture, perché perderemo una parte importante di questa ricchezza e di questa unicità. La storia siriana ha dimostrato che è possibile costruire un Paese democratico e laico che si basa sulla separazione tra religione e Stato, sul rispetto di tutte le culture, sulla libertà di espressione e sull’appartenenza religiosa, ma anche che il progetto di una Siria come Stato nazionale multietnico e multi-religioso è stato osteggiato da almeno cinquecento anni, e ancora lo è oggi, ed è strano che oggi i nemici siamo proprio gli stessi che portano avanti valori democratici.

In Nessuno ha pregato per loro valorizza proprio l’identità plurale della Siria, ma perché ha scelto di ambientare questa storia all’inizio del Novecento partendo dalle conseguenze di un’alluvione?

In generale non scrivo per promuovere idee preconcette, perché semplicemente non garantisco dove mi porteranno i personaggi del romanzo. Nessuno ha pregato per loro non è un romanzo storico, ma evoca quei tempi che sono diventati oggi passato e Storia, ma è anche un’opera di finzione. Anche l’alluvione è un evento di fantasia, mentre il terremoto è realmente accaduto, quindi ho scritto di quello che sapevo di quel tempo, la storia politica, economica e sociale dell’epoca – intendo la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo –. Le sue fonti sono abbondanti e i suoi eventi principali governano ancora la nostra vita e non ci siamo sbarazzati dei suoi effetti. Solo noi in questa regione subiamo ancora le conseguenze della prima guerra mondiale, del crollo dell’Impero ottomano, della Dichiarazione Balfour e dell’Accordo Sykes-Picot. Quindi stiamo ancora cercando i modi migliori per raggiungere la nostra identità definitiva. Ho scelto l’alluvione come evento iniziale del mio romanzo per richiamare l’attenzione sulla gravità di quella fase della nostra Storia.   

Nei suoi romanzi la città Aleppo è onnipresente. Ha spesso affermato che scrivere di Aleppo sia il tuo destino. Di fronte a quali onori e oneri l’ha messo questo destino?

Congiungersi con un luogo specifico e scriverne continuamente genera nello scrittore un sentimento di orgoglio, e credo che la scrittura sia nemica dell’orgoglio. Per questo cerco di guardare lo stesso luogo, che è Aleppo con la sua campagna, da angolazioni diverse, che possono essere nuove, perché questa visione mi dà il piacere di scoprire nuove prospettive, nuove profondità e nuovi significati della mia città, regalandomi l’opportunità di rimodellare la sua storia in un modo diverso da quella già nota. La bellezza di Aleppo è che è un luogo pieno di segreti, ed è una città storicamente conservatrice, purtroppo un grande deficit della lettura e della riscrittura della sua storia. Ma penso che sto iniziando a venirne fuori: il nuovo romanzo a cui sto lavorando da tre anni è ambientato in un altro posto, non ad Aleppo. A volte abbiamo bisogno di toglierci i pesi dalle spalle.

Oltre a essere il luogo in cui è cresciuto, cosa Aleppo è diventata con il passare del tempo per lei?

Con il passare del tempo ha cominciato a trasformarsi in un vero e proprio fardello. La sua unicità determina gli angoli di visuale, quindi spesso provo una grande alienazione, come se non conoscessi questo luogo, come se non avessi vissuto tutta la mia giovinezza e l’infanzia qui, come se ne fossi un estraneo. Quindi il mio rapporto con Aleppo si è trasformato in misura inimmaginabile. Durante la guerra, mi sono volutamente rifiutato di guardare le immagini di distruzione che provenivano da lì, e questo rifiuto ha richiesto una grande pazienza. Non potevo sopportare di vedere distrutti i luoghi della mia infanzia. Inoltre la maggior parte delle regioni e delle città della Siria sono state distrutte, quindi non si sentiva nemmeno la necessità di distinguerle fra loro. Un anno fa sono tornato per la prima volta in città, poi una seconda volta e ci andrò in futuro, fino a ora sono stato ammutolito come il personaggio di Fatima nell’opera Morire è un mestiere difficile. Fino a oggi non sono in grado di parlare o scrivere. Mi sono accontentato di progettare di disegnare quattro quadri grandi due metri per un metro e li ho chiamati Quartetto di Aleppo. Mi sono ispirato al Quartetto di Alessandria di Durrell. Ho portato a termine il progetto, ma ogni giorno penso alla nuova immagine di Aleppo. Temo di diventare matto se mai dovessi vivere lì per un anno. È impensabile sentire il sapore della devastazione per me, ancora oggi sono incredulo.

Dice spesso che i siriani sono “prigionieri della paura”. Come scrittore è sempre stato molto coraggioso. Come ha fatto a liberarsi della paura?

Tutti noi siriani abbiamo cercato di sbarazzarci della paura. Nei primi giorni della rivoluzione nel marzo 2011, pensavo che questo muro fosse stato abbattuto e che non lo avremmo affrontato più, ma ora siamo più spaventati di prima, ma senza cedere alla paura, all’autorità e al regime, nonostante i timori per quello che le potenze che occupano la Siria stanno pianificando per noi. Non riesci a liberarti facilmente della paura che convive con te per tutta la vita, i suoi effetti e il siero iniettato dentro te rimarranno ad assediarti anche se continuassi a scrivere e vivere coraggiosamente.

Scrivere un romanzo significa porsi delle domande. Dopo oltre dieci anni di conflitto, metà della popolazione sfollata, innumerevoli morti e migliaia di detenuti, quali domande ti stai ponendo in questo periodo?

Ho sempre una domanda a cui non so rispondere: il mondo può davvero sopportare un peso maggiore di quello che è successo in Siria? In altre parole, il mondo è davvero spregevole, sporco e fascista fino a questo punto? Finora non credo che tutto passerà senza una resa dei conti, ma credo che la resa dei conti sarà così grave che il mondo intero vi parteciperà, anche solo con sedute con richieste di perdono. È impensabile che il mondo dopo la rivoluzione e la guerra in Siria sia lo stesso di prima, non solo per i siriani ma per tutta l’umanità. La domanda principale, ovviamente, è se la scrittura può fornirmi il supporto psicologico di cui ho bisogno, poiché ho assistito e vissuto a tutti questi flagelli per cinquant’anni? Come può aiutarmi la scrittura? Ogni giorno le domande della scrittura tornano, non si fermano, ma non si possono riassumere, né abbreviare, e la domanda terribile è: come scriverò ancora, soprattutto dopo il mio romanzo Nessuno ha pregato per loro?

Come è stata gestita l’emergenza Covid in Siria e come questa nuova paura è stata percepita delle persone?

Penso che questa volta la Benedizione divina abbia simpatizzato con noi in Siria. La politica dell’immunità di gregge che è stata adottata non è venuta solo dalla mancanza di risorse e dall’indifferenza del regime, ma dalla cultura dei siriani che amano stare a contatto fisico, oltre dalla povertà della maggior parte dei siriani attualmente, sovraffollamento nei trasporti pubblici e affollamento davanti alle panetterie. Nonostante l’indifferenza delle persone, la pandemia è passata registrando il minor numero di perdite, credo, perché in Siria il contatore della morte non si è fermato, e siamo già in un Paese dove non ci sono statistiche. Ma il tempo della pandemia è stato duro in maniera inammissibile per i più poveri che costituiscono la parte più ampia della società, in particolare quelli che vivono nei campi.

Lei ha scelto di non lasciare la Siria nonostante la distruzione non si fermi. In che modo i siriani trovano ancora speranza? E lei come fa?

Penso che abbiamo perso la speranza e il sogno, abbiamo capito la lezione che il mondo ci ha insegnato: non c’è speranza, la democrazia non è consentita alla gente di questa regione, ma il nostro rapporto con il mondo e noi stessi è diverso da prima. Siamo coraggiosi, non abbiamo bisogno che nessuno faccia notare il nostro coraggio, le persone sono sempre state coraggiose quando si verifica un disastro. E siamo proiettati a rivendicare il nostro diritto a una vita dignitosa. È nostro diritto non credere a nulla. Soprattutto le rivendicazioni di valori, crediamo che il mondo sia vittima di un decadimento di valori e. A noi non basta più la vostra empatia, dovreste porvi la domanda: perché abbiamo permesso che questo accadesse? Qui, anche in momenti di disperazione, la vita ha un sapore diverso e che amo, e voglio viverla fino ad ubriacarmene.

Cosa ha provato nel vedere Putin attaccare brutalmente l’Ucraina? 

Sono molto triste per quello che è successo e per quello che accadrà all’Ucraina. A volte la geografia è un disastro più grande della Storia i cui fili sono intrecciati e dovrebbero essere sbrogliati. Soprattutto con un “vicino di casa” che non puoi cambiare e che non rispetta le più semplici regole di vicinato. L’Ucraina pagherà il prezzo della follia, dell’incoscienza e del fascismo di Putin e degli oligarchi che per decenni hanno depredato il popolo russo, che credono di poter confiscare il diritto all’autodeterminazione di interi popoli. Non sono sicuro che il mondo non abbandonerà l’Ucraina o che alla fine la difenderà. Il mio cuore è con l’Ucraina e rimarrà con la resistenza del suo popolo coraggioso. 

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