Restare per riformare. Una “terza via” nella Chiesa ortodossa russa contemporanea - Confronti
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Restare per riformare. Una “terza via” nella Chiesa ortodossa russa contemporanea

by Padre Georgij Kochetkov

di Padre Georgij Kochetkov. Prete della Chiesa ortodossa russa dal 1989, fondatore della Fraternità della Trasfigurazione – Compagnia delle piccole fraternità ortodosse.

Intervista a cura di Vera Pozzi. Ricercatrice post-doc nell’ambito del Progetto Postsecular Conflicts del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Innsbruck.

Esiste una pluralità di orientamenti all’interno della Chiesa ortodossa russa nel Novecento? Cosa si intende per “terza via” o “Chiesa segreta”? Ne abbiamo parlato con Georgij Kochetkov, prete della Chiesa ortodossa russa e fondatore della Confraternita della Trasfigurazione, una realtà che incorpora diverse confraternite in tutto il mondo. Tra le sue attività, finanzia e promuove l’Istituto di alta formazione San Filaret.

Georgij Kochetkov (Mosca 1950), prete della Chiesa ortodossa russa dal 1989, è fondatore della Fraternità della Trasfigurazione – Compagnia delle piccole fraternità ortodosse, nata ufficialmente nell’agosto del 1990 in una piccola parrocchia della provincia di Mosca. La Fraternità conta ad oggi più di trenta comunità in Russia, ed è presente in quasi sessanta città tra Bielorussia, Germania, Moldavia, Lettonia, Repubblica Ceca, Russia e Ucraina. Inoltre, promuove e finanzia l’Istituto di alta formazione San Filaret, fondato clandestinamente nel 1988, e registrato come associazione accademica indipendente nel 1992. All’Istituto, che vede la partecipazione di circa 500 studenti ogni anno, sono attivi gli insegnamenti di teologia, studi religiosi e storia sociale della Russia. 

Georgij Kochetkov – prima come laico e, a partire dal 1989, come sacerdote – ha tradotto i testi delle Scritture e della Liturgia dal greco e dallo slavo ecclesiastico al russo corrente, allo scopo di renderli comprensibili per tutti coloro che non avevano più nessuna dimestichezza con la pratica religiosa. Negli anni Settanta e, in misura ancora maggiore dopo il 1991, molte persone ricominciavano a guardare con interesse o con semplice curiosità alla fede cristiana, ma la formazione a-religiosa, che avevano ricevuto, non offriva loro alcun elemento per accedere ai contenuti elementari della fede.  Kochetkov avviò inoltre percorsi di catechesi volti a far sì che le persone già adulte, interessate a ricevere il battesimo e a entrare a far parte della comunità cristiana, potessero compiere questa scelta comprendendola nei suoi fondamenti spirituali e culturali. Un ulteriore elemento che ha caratterizzato l’attività di Kochetkov già a partire dagli anni Settanta, è stato, infine, la riscoperta della tradizione “comunitaria” nella storia della Chiesa ortodossa russa: secondo questa prospettiva, piccole comunità – intese come forme elementari di “ecclesia” – possono entrare in sinergia con le parrocchie e, così, contribuire dal basso a riformare la vita della Chiesa. 

Questi elementi, insieme all’apertura alle altre comunità ed esperienze cristiane (sia riformate che cattoliche), valsero rapidamente a Kochetkov l’accusa di “neo-innovatore” da parte della componente conservatrice e nazionalista del clero ortodosso russo e nel 1997 il Patriarca Alessio II intervenne con un decreto che gli vietava di «esercitare il ministero». Nel 2000 il decreto venne però revocato e da allora la sua attività è proseguita, non senza difficoltà, fino ad oggi.

Il testo pubblicato di seguito contiene parte di una lunga intervista che si è svolta il 29 luglio 2018 a Mosca. In particolare, Kochetkov affronta qui due tematiche: una più generale, che riguarda la pluralità di orientamenti all’interno della Chiesa ortodossa russa nel Novecento, con un focus sulla posizione identificata nel testo come “terza via” o “Chiesa segreta”, e una più particolare, che riguarda nello specifico la Fraternità della Trasfigurazione e l’attività da essa svolta all’interno della Chiesa negli anni post-sovietici.

La “terza via” di cui parla Georgij Kochetkov fa riferimento, da una parte, a un fenomeno storico preciso, che concerne la vita della Chiesa ortodossa russa negli anni sovietici (1917-1991), e, dall’altra, a un modo di intendere il compito della Chiesa, che nasce prima della Rivoluzione russa e continua anche nella fase post-sovietica. In senso propriamente storico, la “terza via” è menzionata nell’intervista in riferimento alla scelta fatta nel 1927 da una parte di vescovi, monaci, sacerdoti e laici, che decisero di continuare a esistere come “Chiesa segreta” all’interno della Chiesa ufficiale. Questa scelta comportava, tra l’altro, che la Liturgia si tenesse clandestinamente nelle case degli aderenti e che nel corso delle celebrazioni si omettesse la menzione rituale del metropolita Sergij, locum tenens della sede patriarcale dopo la morte del Patriarca Tikhon e, in questa veste, firmatario della dichiarazione di lealtà della Chiesa ortodossa russa al governo sovietico, da cui la “Chiesa segreta” intendeva dissociarsi. La “prima via”, rappresenta, invece, la piena adesione alla nuova direzione e dunque alla richiesta di lealtà al governo sovietico, mentre la “seconda via”, descritta nell’intervista come via “delle catacombe”, rappresenta la decisione radicale di rompere la comunione canonica con la Chiesa ortodossa russa, e istituire una esperienza di Chiesa nascosta e indipendente.

Una volta ricompostasi, almeno esteriormente, l’unità della Chiesa ortodossa russa con la fine dell’Urss (1991), sono mutate le condizioni in base alle quali era venuta delineandosi la prospettiva di una “Chiesa segreta”, e la ”terza via” ha continuato a esistere – secondo le parole di Kochetkov – come espressione spirituale e culturale di quella parte della Chiesa che si assume non già il compito di trovare un compromesso con le forze politiche, ma quello di rispondere alle urgenze del proprio tempo, insieme a tutte le altre chiese cristiane.

Vorrei farle una domanda riguardo alla Chiesa ortodossa russa dell’epoca sovietica. Crede che sia corretto parlare dell’esistenza di una “terza via” che, pur non appartenendo alla realtà della cosiddetta “Chiesa delle catacombe”, si manteneva su un cammino particolare, più libera rispetto a quella della Chiesa ufficiale?

Certamente sì. La linea fondamentale dello sviluppo della vita della Chiesa stava giusto in quello spazio. È veramente molto importante, nonostante sia il più difficile da studiare perché non c’è quasi nessun documento e quasi nessun reperto, quasi nessun testo. Questo “terzo spazio” era assolutamente rilevante, e bisogna aggiungere che non lo è stato solo nella seconda metà del XX Secolo, ma anche nella prima metà, subito dopo la Rivoluzione – e forse anche prima. C’erano società filosofico-religiose, a Pietroburgo, Mosca, Kiev… Era una ricerca messa in atto dall’intelligencija, ma una ricerca “dalla parte della Chiesa”. Anche la Chiesa voleva capire qualcosa della vita contemporanea, e questo portò al Concilio del 1917-18 [il Concilio locale della Chiesa ortodossa russa].

Come si è svolta questa esperienza di Chiesa?

Era la cosiddetta “Chiesa segreta”: c’era la Chiesa delle catacombe, e c’era un’altra cosa, cioè la Chiesa segreta. Quest’ultima non ha sviluppato rapporti ufficiali con la Chiesa del metropolita Sergij [locum tenens del trono patriarcale, eletto Patriarca nel 1943 con il consenso di Stalin] ma organizzava la propria vita ecclesiale in modo del tutto autonomo, in modo non ufficiale. Celebrava la Liturgia nelle case, e lì gli starcy [plurale di starec, monaco e guida spirituale] confessavano. Ricordo personalmente queste persone, gli ultimi sono morti a novant’anni o più, uno o due anni fa. Questa tradizione è continuata, inevitabilmente. Mi pare che sia importante vedere questa linea unitaria, tutto il XX Secolo sta sotto questo segno. Ma per le persone che percorsero questa terza via, la vita non fu mai facile. Perché non erano ben accette nella Chiesa, ed erano ai margini dello Stato. Non parlo della società civile, e come d’altra parte si potrebbe parlare di società civile? Nei tempi sovietici non c’era alcuna società civile, ma solo lo Stato. Lo Stato totalitario e basta.

Qual è il compito della Chiesa, secondo questa prospettiva?

La Chiesa deve essere Chiesa, e non semplicemente una organizzazione di rappresentanza che si barcamena tra diverse forze politiche – dentro il Paese e all’estero. E vediamo anche adesso qualcosa di simile: c’è la Chiesa ufficiale che deve barcamenarsi, e ci sono coloro che cercano di fare quello che va fatto, non uscendo dalla Chiesa ufficiale: rispondere alle urgenze del loro tempo, ma senza scendere a compromessi, o comunque a compromessi sostanziali.

Si può dire che la non “uscita” dalla Chiesa ufficiale abbia rappresentato una scelta precisa, cioè il tentativo di riformare la Chiesa dall’interno?

Certo. La Chiesa deve sempre rinnovarsi, ecclesia semper reformanda. Ma dirlo a voce alta è difficile. Per quanto sia una formula classica, non è amata: le cerchie fondamentaliste, conservatrici regnano. Hanno regnato sovrane in epoca sovietica, e anche ora, perfino più di prima. Per noi, per la nostra Chiesa, il fondamentalismo è il pericolo più grande; in Occidente si parla del secolarismo e si dice che quello è il problema principale: c’è anche da noi, ma da noi è più grave il fondamentalismo. La Chiesa deve essere il sale della terra essa stessa, la luce del mondo, e non possiamo perdere questo aspetto. Bisogna trovare una via per fare questo lavoro dall’interno. Dall’esterno non si può fare molto, solo, per così dire, dare una sistemata e basta. Ma dall’interno si può fare moltissimo.

Ritiene che quell’esperienza ecclesiale abbia una rilevanza per la Chiesa russa oggi?

La via proposta in questo “terzo spazio”, cioè quella del rinnovamento spirituale, di un avanzamento spirituale, di un tentativo di affrontare i problemi contemporanei, è oggi, sotto ogni aspetto, assolutamente rilevante per la Chiesa. Altrimenti il popolo non riconosce la Chiesa, se ne va. Non conosce la Chiesa di Dio, la Chiesa di Cristo.

Come la vostra Fraternità si colloca all’interno della Chiesa ortodossa russa?

Noi ci occupiamo delle nostre opere – la Fraternità e l’Istituto San Filaret – e conserviamo interamente la nostra indipendenza, organizzativa e finanziaria. Facciamo il lavoro ecclesiastico, e tra coloro che ci osservano, alcuni litigano con noi, altri costruiscono discussioni: purtroppo questo accade più raramente. Sarei molto felice se più persone volessero discutere con noi. È giusto, invece, parlare apertamente e direttamente. Ma è difficile per la maggior parte delle persone, per la gerarchia e per i credenti. Ma altri ancora accolgono quello che facciamo, ormai da quasi mezzo Secolo. Le persone hanno visto qualcosa nel corso di tutti questi anni. Adesso vediamo che qualcosa ha avuto effetto. Per noi è importante che la Chiesa abbia una luce. Non ci si può portare addosso per sempre il peso dei vecchi problemi e dei vecchi peccati. Questo lo sanno tutti. Perché tutte le comunità tradizionali, quelle antiche, nella Storia accumulano questi problemi. Cattolici, protestanti: anche le loro comunità non sono giovani, e non lo sono quelle ortodosse… e neppure le neo-ortodosse. Per cambiare qualcosa, bisogna preparare le persone. E questo è molto difficile. Perché? Perché ci sono troppe forze contrarie. Purtroppo non solo nella Chiesa, ma anche nella società, e nello stato perfino.

Come mai alcune delle chiese affidate alla vostra Fraternità negli anni Novanta sono state chiuse?

Sono state chiuse perché tutto questo non piaceva a forze assolutamente fondamentaliste che collaboravano con le strutture del potere, con il Kgb e poi con il Fsb [Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa, l’erede del Kgb in epoca post-sovietica]. E noi non avevamo ragionato come se dovessimo piacere a qualcuno.

Qual è stato il centro della sua attività, prima, nello spazio tardo sovietico, e successivamente, negli anni post-sovietici?

Ho cominciato a tradurre brani della Divina Liturgia [dalla lingua slavo ecclesiastica al russo corrente] al fine di fare catechesi. Ora sono trentacinque anni che traduco, e stiamo per pubblicare sette volumi di traduzioni. Venivano da noi molte persone che volevano entrare nella Chiesa, essere veramente cristiane. Qualcuno era battezzato, qualcuno no, non era importante, aveva poco significato. Ma venivano tutti da noi per la catechesi, che durava molto – un anno, un anno e mezzo. In ogni caso tutto questo sistema era già andato articolandosi a metà degli anni ’80: all’inizio durava meno ma poi… Il fatto è che le persone che venivano da noi si erano allontanate già moltissimo da quelle radici, e ravvivare questo contatto era difficile, tanto più con l’intelligencija. Abbiamo anche cercato di “tradurre” i concetti classici della fede e della dottrina cristiana. Certamente, è ancora un compito molto vasto in prospettiva. Deve essere fatto con gli sforzi di tutti i cristiani, tutte le confessioni. Non si può fare con una sola testa. Dobbiamo guardare meno alla lingua “antologica”, a favore della lingua “esistenziale” e delle questioni antropologiche, di antropologia cristiana.

Per quale ragione questa attività di catechesi e traduzione è stata spesso contrastata?

Per Lenin la fede “istruita” era la cosa peggiore di tutte. E questo i comunisti l’hanno sempre capito. Ad esempio, hanno proibito di celebrare in russo: non era solo per l’influsso dei fondamentalisti ecclesiastici. Si era già cominciato a celebrare in russo [in russo corrente, invece che nella lingua slavo-ecclesiastica ancora prima della Rivoluzione, a inizio Secolo. E questo il potere sovietico non lo sopportava assolutamente. Non se ne poteva parlare, non si poteva fare. Chi ci provava era allontanato. Lo Stato era categoricamente contrario. Questo lo ricordo personalmente. Alla fine degli anni Settanta ho cominciato a tradurre la Liturgia, poi all’inizio degli anni Ottanta ho frequentato l’Accademia ecclesiastica di Leningrado e lì c’era l’arcivescovo Kirill Gundjaev [l’attuale Patriarca Kirill]. Kirill usava le mie traduzioni, in russo, nella Chiesa dell’accademia ecclesiastica! Per chi? Per i catecumeni, gli adulti – studenti bravi, moderni, spesso non battezzati, che avevano cominciato ad arrivare un po’ alla volta, e bisognava prepararli al battesimo. Davvero, non sapevano nulla. Non c’erano statuti, non c’era bibliografia, nessuno insegnava nulla da nessuna parte, non si poteva “accedere” alla Bibbia. Io conducevo la catechesi, gli davo i testi tradotti e avevamo buoni rapporti gli uni con gli altri. Dopodiché vennero fatte pressioni molto forti a Kirill, e nemmeno lui poté più usare quei testi, anche se uscì perfino un articolo sul Žurnal Moskovskoj Patriarchii [“Rivista del Patriarcato di Mosca”, fondata nel 1931] , dove era spiegato tutto, come veniva fatta la catechesi e via dicendo. Con molta difficoltà perché… non volevano che l’articolo fosse pubblicato. Il potere sovietico era del tutto contrario, dunque, ad una fede istruita ma allo stesso tempo aveva bisogno della fede ortodossa “stupida”, malsana.

Qual è la difficoltà più grande che Lei vede nella società post-sovietica?

La società post-sovietica non è ancora uscita completamente dalla realtà sovietica. Il potere sovietico da noi, nella nostra terra, ha ucciso i legami: da noi non ci sono contatti vivi tra le persone, le persone non avevano fiducia le une nelle altre e tuttora hanno paura le une delle altre. È stato tutto atomizzato, individualizzato, oppresso e represso, le persone si sentono tuttora minacciate, e questa è l’eredità del passato – o quasi passato – sovietico.

Come è affrontata questa difficoltà da parte della Fraternità?

Noi accogliamo le persone così come sono, ma speriamo per loro qualcosa di meglio. Come Dio: ci prende come siamo, e spesso siamo malvagi, e vuole qualcosa di meglio per noi, ma ci prende come siamo. Lo stesso proviamo a fare noi. Mi pare che questo sia il fondamento del nuovo umanesimo cristiano. Accogliere la persona, amarla, darle in anticipo amore e fiducia. Spesso nel contesto della Fraternità dico: «Fratelli e sorelle, vi esorto a dare in anticipo amore e fiducia a tutti, anche a coloro che non vi amano, anche a coloro che non vogliono farvi del bene, che non lo fanno e non lo faranno. Non importa. Abituatevi a dare amore e fiducia ad ogni persona, ad ogni vicino che partecipa alla comunità. Per il semplice fatto che è una persona».

Ph. Church of the savior on spilt blood, griboyedov channel embankment, Saint Petersburg, Russia © Rod Long via Unsplash

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Padre Georgij Kochetkov. Prete della Chiesa ortodossa russa dal 1989, fondatore della Fraternità della Trasfigurazione – Compagnia delle piccole fraternità ortodosse.

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