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I processi a Pier Paolo Pasolini

by redazione

di Redazione Confronti

Pasolini è stato processato trentatré volte in meno di trent’anni e altrettante assolto. I procedimenti a suo carico sono tra i più disparati, e vanno dai processi contro le opere letterarie (Ragazzi di vita, Una vita violenta) e cinematografiche (Mamma Roma, Teorema, il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte e Salò o le centoventi giornate di Sodoma), accusate di contenuto osceno, offesa al comune senso della morale e del pudore, e più volte censurate, sequestrate e dissequestrate, fino all’accusa per “vilipendio alla religione di Stato” relativa a La Ricotta, terzo di quattro episodi del film del 1963 Ro.Go.Pa.G., il cui titolo i identifica i registi coinvolti: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. Molte le cause intentate contro Pasolini relative alla sua persona, al di fuori dell’ambito artistico, ma è stato assolto da tutte le accuse, nella maggior parte dei casi per insufficienza di prove o mancanza di estremi di reato.

Il giurista Stefano Rodotà ebbe modo di scrivere che contro Pasolini era stato intentato «un processo solo, ininterrotto per almeno vent’anni, che si gonfia e si arricchisce, di dirama e si ritrae, sempre con lo stesso oggetto e la stessa finalità, mettere in dubbio la legittimità dell’esistenza di una personalità come Pasolini nella società e nella cultura italiana. […] Pasolini è la somma di tutti i vizi, incarna il sogno di chi vorrebbe il Male con una sola testa per decapitarlo con un colpo solo» [cfr. Il processo. In memoria di Pier Paolo Pasolini, contenuto nel libro a cura di Laura Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione e morte, Milano, 1977]

 

  • 1955-1956 Processo contro il romanzo Ragazzi di vita. Il romanzo viene segnalato dalla presidenza del consiglio dei ministri al procuratore della Repubblica di Milano per contenuto osceno (perché parlava della prostituzione maschile). Pasolini assolto perché il fatto non costituisce reato.

    All’uscita del romanzo Giovanni Berlinguer scrisse (29 luglio 1956) sulle pagine de L’Unità: «[…] Il linguaggio, le situazioni, i protagonisti, l’ambiente, tutto trasuda disprezzo e disamore per gli uomini, conoscenza superficiale e deformata della realtà, morboso compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme. E forse certa pubblicità è stata troppo tenera nel definire equivoco un libro fin troppo chiaro, nel trovare senso di pietà e di partecipazione umana ove né pietà né partecipazione umana esistono».

    Tra i “difensori” del romanzo troviamo anche Giuseppe Ungaretti, che scrisse: «Ho letto Ragazzi di vita, e stimo sia uno dei migliori libri di prosa narrativa apparsi in questi anni in Italia. Questa mia convinzione l’ho dimostrata sostenendo il romanzo prima per il premio Strega, poi per il premio Viareggio […]. Le parole messe in bocca a quei ragazzi, sono le parole che sono soliti usare e sarebbe stato, mi pare, offendere la verità, farli parlare come cicisbei. D’altra parte è libero compito del romanziere rappresentare la realtà com’è».

    «I “ragazzi” sono contraddistinti, di massima, da quella stessa apatia morale, immobilità, indifferenza, incapacità di perdersi coscientemente e di coscientemente risorgere, di sublimarsi, di anelare, che li accomuna a tutti gli altri, ragazzi, o no, che fittamente popolano le manifestazioni artistico-letterarie dei nostri tempi» cita la sentenza  del Tribunale Civile e Penale di Milano.

  • 1960-1963 Processo contro il romanzo Una vita violenta. Il procuratore della Repubblica di Milano avvia una relazione critica sul libro a cui segue il decreto di archiviazione del giudice istruttore di Milano.

     

    Tra i vari detrattori dell’opera figurava anche La Gioventù italiana di Azione cattolica (Giac), che decise di sporgere denuncia per “oscenità”.

    A difendere il libro, anche sul “fronte comunista”, è Edoardo D’Onofrio – membro della direzione del Pci –, che nel febbraio 1960 in una lettera pubblicata sul giornale Rinascita, ebbe a scrivere: «Io credo che uno dei motivi che spinge alcuni nostri compagni a non valutare giustamente il romanzo […] dipenda in gran parte dal fatto che essi non conoscono l’importanza politica e sociale della presenza in Roma di un numeroso sottoproletariato[…] La vita del partito non risponde a uno schema fisso, buono per tutte le situazioni[…] la lotta, il processo di sviluppo della coscienza di classe del proletariato, non è né scorrevole né lineare; presuppone alti e bassi, balzi in avanti e ritorni […] Pasolini non nasconde la verità per carità di partito; dice le cose così come furono[…]».

     

  • 1960 Denuncia contro il film La giornata balorda. Denunciati il regista e i due sceneggiatori, gli scrittori Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia. Tutti e tre dovranno rispondere di divulgazione di spettacolo immorale.

     

  • 1962 Denuncia contro il film Mamma Roma. Il film, proiettato alla XXIII Mostra del cinema di Venezia, viene denunciato per offesa al comune senso della morale e per il contenuto osceno. La denuncia è giudicata infondata.

     

    «Il film vuole essere qui, in questa presa di coscienza, da parte della donna, della propria parte di responsabilità e della incapacità di comunicare la propria angoscia. Pasolini procede su un doppio binario: nel denunciare le colpe della società borghese e nel condannare, giustificandolo con la pietà, il salto di classe al quale aspira Mamma Roma, alla quale sembra voler far colpa di mirare troppo in alto, dal sottoproletariato alla piccola borghesia, di ignorare le “norme del suo destino”» [Giovanni Grazzini, critico cinematografico]

    «No, è chiaro che accade qualcosa di ingiusto. L’avevo previsto, del resto. Su “Vie Nuove”, avevo scritto, ben prima che Mamma Roma uscisse, che “la sua fine avrebbe potuto essere la mia fine”, perché a me, in queste particolari circostanze mie, nella mia società, è proibito sbagliare. Ero eccessivo, come sempre, nelle mie passioni, ma anche lucido, purtroppo. [Pasolini, Vie nuove, n. 40, 4 ottobre 1962].

     

  • 1963-1968 Processo La ricotta. La procura di Roma chiede il sequestro della pellicola per vilipendio alla religione di Stato. Segue il dissequestro.

     

    «I miei precedenti letterari e cinematografici escludono che io abbia potuto avere intenzione di offendere la religione cattolica nel film “La ricotta”. Se qualcuno ha dato questa interpretazione del mio film, non vi è dubbio che si tratta di una interpretazione in malafede […] Durante l’eclisse di sole avvenuto nel 1961 venne girata una scena della crocifissione, che venne inserita nel film “Barabba”. Una comparsa che interpretava il ruolo del “buon ladrone” venne colto da malore. Da questo fatto di cronaca io ho tratto l’idea del film in cui si racconta la storia di una comparsa, la quale muore sulla croce per aver mangiato troppo dopo un lungo periodo di digiuno. […]  Nel film non intendevo affrontare un problema religioso, ma un fatto di cronaca di cui la religione è solo la cornice. Il senso del film è nel problema del sottoproletariato. Il protagonista del film è il simbolo di questo sottoproletariato, di cui nessuno si occupa, nemmeno i partiti. Stracci, così si chiama il ladrone, che è il personaggio più importante del film, morirà, ed è questa la sua unica ribellione ed è l’unico modo di farsi capire». [Pasolini, La stampa, 5 marzo 1963].

     

  • 1968-1969 Processo Teorema. Sequestro del film da parte della procura della repubblica di Roma. L’autore viene assolto in primo grado e in appello.

     

  • 1971-1972 Denuncia contro il film Il Decameron. Il film è denunciato per “contenuto pornografico”.

  • 1972-1975 Processo contro il film I racconti di Canterbury. Il film viene ripetutamente sequestrato dalla procura di Benevento e alla fine dissequestrato.

  • 1974 Denuncia contro il film Il fiore delle mille e una notte. Il film viene denunciato da un privato cittadino. Il caso viene archiviato.

     

  • 1975-1977 Processo (postumo) contro il film Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Il film viene censurato e se ne vieta la distribuzione. In seguito sequestrato, tagliato e alla fine dissequestrato.

Ph. Domenico Notarangelo © Wikimedia Commons

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