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8blevrai: il rapper che canta il mondo

by Otmen Belhouari

di Otmen Belhouari (8blevrai). Rapper.

Intervista a cura di Nadia Addezio. Redazione Confronti.

Il 15 luglio è uscito Immigrato, il primo EP del rapper 8blevrai, nome d’arte di Otmen Belhouari. Classe ’97, cresciuto tra l’Italia e il Marocco, 8b racconta in 6 tracce le sue esperienze personali, quella familiare, quelle osservate, regalando una nuova interpretazione alla parola “immigrato”. Completa l’EP, il documentario omonimo – Immigrato – pubblicato il 20 luglio sul suo canale youtube. Scritto da Marta Bloomi Tripodi e Fabrizio Conte, Immigrato è stato girato in Marocco quest’anno, durante il mese di Ramadan. Centrali sono l’amore per il Paese maghrebino e contemporaneamente l’insofferenza per la mancanza di prospettive nel restare. Gli interventi di 8blevrai si mescolano a quelli dei genitori, degli amici fraterni, dei giovani harraga che sfidano la sorte per oltrepassare il confine e rincorrere la speranza di una vita migliore. Non manca tuttavia chi torna nel Paese in preda alla nostalgia.  8blevrai è un artista emergente che ci porta a scoprire la cultura, la gente, la bellezza e le brutture dell’altro suo Paese, quello nordafricano. Una cultura che lui riconosce avere molte più cose in comune con quella italiana di quanto si possa immaginare, perché del resto siamo “gente del Mediterraneo”. 

Lo abbiamo intervistato per sapere di più del suo progetto e dei temi che tratta.

Perché 8blevrai?

Il nome 8blevrai nasce dal soprannome con cui mi chiamano i miei amici – Otto -, la b è l’iniziale del mio cognome e “levrai” sarebbe “il vero” in francese.

E perché “il vero”?

Perché penso che quello che scrivo nei miei testi sia tutto vero, niente di inventato.

Come e quando inizia la tua passione ed esperienza col rap?

Ho iniziato a scoprire il rap in prima superiore. Ho cominciato con il rap americano, ascoltando Tupac e Notorious Big, i più grossi nomi che ci siano nel rap. Capivo che questo genere iniziava a piacermi tanto, a diventare una passione, e da lì è partito tutto. Poi ho avuto la fortuna di avere un compagno di banco che faceva rap, scriveva, e questa cosa mi era nuova. L’amore per la musica è nato lì. Guardando questo mio compagno di banco che scriveva, faceva musica, e io a volte mi trovavo a cercargli delle basi musicali. Infatti il primo pezzo l’ho scritto mentre cercavo una base per il mio amico, in quel momento mi sono immaginato come potesse rappare o scriverci sopra, e mi sono trovato a scrivere un pezzo. Da lì diciamo che è iniziato tutto. 

E come e da cosa nasce il bisogno di esprimerti, raccontarti?

Il bisogno di esprimermi e raccontarmi nasce dal fatto che io, con le persone, nella vita sociale, ho difficoltà a esprimermi. Non che non riesca a parlare, ma sono una persona introspettiva, introversa, “chiusa”. Faccio fatica a dire alle persone cosa mi fa soffrire. Anche con la mia famiglia ho questa difficoltà. Quindi la necessità di esprimermi nasce dal bisogno di comunicare cosa mi fa star male, cosa non mi piace.

Come nasce il progetto “Immigrato” (Ep e documentario)?

Il progetto “Immigrato” nasce dopo una vacanza in Marocco di un mese che ho fatto l’anno scorso, dopo due anni e mezzo che non tornavo a causa del Covid. Sono andato nel mio Paese e l’ho guardato con degli occhi un po’ più maturi. Sono rimasto allibito e anche dispiaciuto per la situazione che vivono le persone e per le difficoltà che affrontano. Ti guardi dentro e ti dici: “Sono fortunato rispetto a queste persone”. Ci sono persone che vivono in condizioni davvero degradanti. Prendere coscienza di questo mi ha fatto tanto male. Quando sono tornato in Italia, la canzone “Immigrato” con il ritornello di Toto Cutugno è nata in modo genuino, non sono andato a cercare un collegamento artificioso tra il mio Paese [l’Italia] e questo altro mio Paese [il Marocco]. Da quel pezzo lì, è nata l’idea di fare un EP e dopo, insieme, un documentario che va a completare l’EP.

Con la canzone “L’italiano” di Toto Cutugno ho cercato qualcosa che rappresentasse l’Italia e, secondo me, quel pezzo la rappresenta in pieno, nel mondo. E poi nel mio Paese, in Marocco, tra di noi – dico “tra di noi” perché io mi sento parte sia dei marocchini che degli italiani – usiamo come riferimento dell’Italia la canzone di Cutugno. Quando mi capita di andare in Marocco in vacanza, nel mio quartiere sono visto come “l’italiano” e per scherzare i ragazzi mi cantano la canzone di Toto Cutugno, quel ritornello lì, proprio per dirmi “guarda che io dell’Italia qualcosina so”. Quindi secondo me quel pezzo rappresenta l’Italia, non solo in Marocco, ma in tutto il mondo.

A chi ti riferisci col ritornello “Lasciatemi cantare la vita che fa un immigrato vero”?

Con quel ritornello voglio parlare del mondo. Almeno una volta nella vita – come dicevo – siamo stati “immigrati”. Come mi sento io, personalmente: io mi sento immigrato sia qui, in Italia, che in Marocco. Ho due case e allo stesso tempo non ne ho neanche una. E io sono fiero di questo. Sono fiero di essere un italiano in Marocco e di portare la cultura italiana in Marocco, come sono fiero di portare la mia cultura d’origine marocchina in Italia. 

Nel documentario hai inserito gli interventi anche dei tuoi genitori. Quindi non solo vengono ripresi, ma anche intervistati. Come mai questa scelta? 

In realtà ho fatto fatica a prendere questa decisione, proprio perché è famiglia e la intendo come “cosa privata”. Guai a chi la tocchi! All’inizio ero un po’ intimorito dal riprenderli e mostrarli, poi pian piano mi sono convinto: i miei genitori – del resto – sono parte integrante di me. Chi potrebbe parlar meglio dei miei genitori in questo documentario? Chi potrebbe rappresentarmi al meglio? Questa scelta l’ho presa il giorno stesso in cui dovevamo cominciare le riprese in Marocco. All’inizio loro non erano tanto d’accordo, in particolare mia madre. Ma alla fine siamo riusciti a convincerli proprio perché gli abbiamo spiegato la serietà del progetto. Devo dire anche grazie a Fabrizio Conte [il regista] che mi ha dato una grande mano a convincere i miei genitori a intervenire nel documentario. 

EP e documentario hanno lo stesso nome: “Immigrato”. Cosa significa per te questa parola?

Per me la parola Immigrato significa una persona che cambia la sua zona di comfort, si sposta da un posto all’altro: può essere un marocchino che viene in Italia, o anche un italiano che va in America, o in Svizzera. Quindi, ecco: per me immigrato significa umanità, essere umani. Perché qualsiasi persona nel mondo, almeno una volta nella vita, si è sentita immigrata in qualche posto del mondo, si è sentita al di fuori della propria casa. 

Cosa pensi manchi nella narrazione della migrazione?

Nella narrazione della migrazione manca secondo me proprio quello che io ho raccontato nel mio documentario e nelle mie canzoni. Si parla magari dell’immigrato che cambia Paese, però non si parla del percorso che fa, che cosa lo porta a cambiare, spostarsi, o lasciare la propria famiglia. Quindi tutte quelle decisioni che stanno dietro al migrare verso un altro Stato, secondo me, sono quelle che mancano nella narrazione della migrazione. 

Immigrato, strada, fame, fama, parole che ridondano nelle sei tracce dell’EP. Come queste parole si combinano e qual è la loro relazione?

Cosa porta una persona a migrare in un altro Paese? La fame. Ogni scelta che una persona fa è per “fame”: di cambiare, lasciare la propria famiglia. Scelte difficili si fanno perché si vive in situazioni in cui non si vuole più stare e che si vuole cambiare. Principalmente, per fame. Poi c’è la strada che fai per arrivare all’obiettivo che vuoi. Dopodiché, quando senti di stare seguendo un sogno, stai lavorando per arrivare all’obiettivo che ti sei prefissato, quell’obiettivo io lo rappresento nei miei testi come “fama”. Fame e fama: dove sei e dove vuoi arrivare. Il contesto, ciò che lega tutto, è l’immigrato. Chi sta vivendo tutte queste emozioni, sentimenti, situazioni? L’immigrato. L’immigrato chi è? Qualsiasi persona che ci sia nel mondo. Quindi queste parole si legano in questo modo: la fame, la strada, la fama e l’immigrato, che è il centro di tutto.

Che tipo di fame hai ora?

Quella di fare sempre meglio e far star bene la mia famiglia, ma non a livello economico. I miei genitori – come penso qualsiasi genitore nel mondo – potrebbero star bene se sapessero che il loro figlio sta bene. Quindi, la fame che ho è quella di far star bene i miei genitori a livello di testa, che è la cosa più importante. La serenità.

Cosa ti ha insegnato la strada che non ti avrebbe potuto insegnare qualsiasi altra esperienza o contesto?

Io penso che impariamo da qualsiasi cosa, che ci tocchi o ci stia intorno, in qualsiasi ambiente viviamo. Per strada ho imparato, per esempio, a farmi male e rialzarmi, che è la cosa più importante. A non mollare mai. La strada mi ha insegnato ad avere la “cattiveria” per arrivare a ciò a cui si vuole arrivare. La “cattiveria” usata al punto giusto per arrivare a un obiettivo buono, a qualcosa di importante che ci faccia sentire bene. Poi la strada può insegnarti tante belle cose come tante brutte, diciamo che io ho cercato di riprendere quelle “belle” cose che mi ha lasciato e riportarle nella mia musica e in generale nella mia vita quotidiana.

Nel documentario vengono intervistati dei giovani harraga, ragazzi che decidono di lasciare il Marocco senza visto – a causa della ristretta o assente possibilità economica di cui dispongono – nella speranza di avere un futuro migliore nel Paese di arrivo. L’immaginario diffuso è che l’Italia, e in generale l’Europa, sia il luogo delle proprie fortune, ma sappiamo che purtroppo non è così. Se un ragazzo marocchino chiedesse il tuo consiglio se “bruciare il confine”, mettendo anche a rischio la propria vita, o rimanere in Marocco, tu cosa suggeriresti?

Il mio pensiero è che in qualsiasi posto noi siamo nel mondo, possiamo creare qualcosa, possiamo inventarci qualcosa per uscire dalla situazione negativa in cui siamo. Non per forza bisogna cambiare Paese… Anch’io un tempo pensavo di andarmene dall’Italia – come del resto capita spesso tra noi giovani italiani – perché mi sentivo in difficoltà. Io, per scappare da questo – perché c’è gente che scappa dai propri problemi e c’è gente che li vuole affrontare in casa – per un periodo me ne sono andato. Dove sono andato? Sono tornato in Marocco per un anno e mezzo. Potremmo dire “l’altro lato della medaglia”: uno che ha la cittadinanza italiana che se ne ritorna in Marocco. Io sono tornato in Marocco e ho iniziato a lavorare. Mio padre intanto mi faceva: «Se hai intenzione di restare in Marocco, non avrai il mio sostegno economico» – e del resto ero d’accordo con lui. Io infatti mi sono dato da fare e ho iniziato a lavorare al mercato, vendendo vestiti per donne. Se raccontassi questa cosa a un marocchino che vive in Marocco, mi darebbe dello stupido. Ma non è così perché in questo modo “ho dimostrato” di poter migliorare la mia situazione in un Paese [il Marocco] che è molto più in difficoltà rispetto all’altro [l’Italia]. Per un anno e mezzo ho fatto questo ed è così che ho capito che non per forza me ne devo andare da un posto. Riesco a migliorarmi e a migliorare la mia situazione affrontando il problema che ho.

Il mio Paese, il Marocco, è un Paese bellissimo: secondo me – non perché sono di parte – è uno dei Paesi più belli al mondo. E credo che le persone che lo abitano non riescano a vedere questa bellezza perché c’è una mancanza diffusa di speranza. Ed ecco perché si pensa che se si va in Italia, la situazione migliora. Ma non è così, perché quando arrivi in Italia, devi di nuovo partire da zero. E io penso che l’Italia abbia qualcosa – culturalmente parlando – che sia marocchina. Io sento questa vicinanza. Poi, aggiungo, nella nostra cultura [marocchina] una delle cose più importanti è l’ospitalità, e qui in Italia c’è. C’è, solo che – vale per qualsiasi Paese in cui si vada – c’è il bene e c’è il male. C’è l’ospitalità, gente che ti accoglie, e gente che ti tratta male. Ma lo stesso c’è anche nel mio Paese. Quando vado in Marocco, c’è gente che mi tratta come “uno di loro” marocchino, e c’è gente che mi tratta come “l’italiano” perché magari è “invidiosa” del fatto che io sia in Italia, e loro no. Quindi, il bene e il male parte tutto da noi stessi. Se uno vuole cambiare la propria situazione, può farlo tranquillamente nel punto in cui è. Non per forza deve scappare. Io rispetto di più una persona che affronta i propri problemi a una che li lasci e scappi. Se, invece, risolvi i tuoi problemi e poi decidi di andartene, quello è un altro conto. Lì sì. Personalmente mi sentirei un perdente a lasciare la mia famiglia, i miei problemi e scappare. 

Tornando all’ospitalità, in Italia c’è. E lo stesso vale da noi in Marocco. Durante il Ramadan, in Marocco, mentre giravamo il documentario, si era fatta ora di mangiare. Tutti i negozi erano chiusi e ho pensato “siamo rimasti senza cibo”. Basta bussare alla prima porta che ti capita e troverai persone che ti offrono il loro miglior pasto. Perché? Perché l’ospitalità, ma proprio nel Mediterraneo, tutti la abbiamo. Ce l’abbiamo nel sangue. È nelle nostre radici, che sia italiano o marocchino. L’unica cosa che possiamo migliorare è noi stessi. Poi in qualsiasi Stato tu vada, c’è il bene e c’è il male.

Per quanto riguarda la tua italianità, c’è mai stato qualcuno che l’abbia messa in discussione?

Certo, assolutamente. Ma chiunque che si trovi nella mia stessa situazione, quindi che abbia due nazionalità, sperimenta una cosa di questo tipo. È normale e accade in qualsiasi posto del mondo in cui ci si trovi. Per me avere due nazionalità è un punto a mio favore, significa essere speciali. Nascere in un Paese e avere a casa un’altra cultura: io, quando sono a casa, sono marocchino; quando esco, sono italiano. Ma non faccio fatica a tenere insieme queste due identità che – in fin dei conti – è una sola. Io sono così, la mia natura è questa: essere italiano e marocchino allo stesso tempo. Nel documentario il mio focus è il marocchino proprio perché io voglio far conoscere alle persone che stanno qua chi è il marocchino, come potrebbe essere chiunque altro. Far conoscere alle persone, mostrare alle persone la molteplicità. Io sono partito dalla mia persona per rappresentare migliaia di altre persone che si sentono come me e che si trovano al mio posto. Quindi non parlo della mia italianità proprio perché il mio focus è mostrare agli italiani il resto del mondo. E questo è il mio obiettivo. Ho voluto mostrare qualcosa in più: ci sono molti italiani di origine marocchina che magari non sono mai andati in Marocco o a cui non è stata trasmessa la cultura marocchina. Ecco, io ho cercato di metterla in risalto, a partire dalle origini affinché non si perdano. Alla fine tutto si riduce all’immigrato, rappresentare e far conoscere ad altre persone qualcosa che non conoscono o che non conoscono al 100%.  

Ph. Copertina EP Immigrato

Otmen Belhouari (8blevrai)

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