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A nove anni dalla sua scomparsa, la voce di padre Paolo Dall’Oglio è ancora forte

by Asmae Dachan

di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice

A nove anni dalla sua scomparsa in Siria (29 luglio 2013), non si hanno ancora notizie certe sulla sorte di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita romano fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa. In attesa della verità, i suoi insegnamenti restano vivi attraverso le sue interviste e i suoi libri, ma anche attraverso i libri che gli sono stati dedicati.

Il 29 luglio 2022 ricorre l’ottavo anniversario dalla scomparsa in Siria di padre Paolo Dall’Oglio. Del gesuita romano, che da quarant’anni viveva in Siria, dove aveva fondato la comunità monastica di Deir Mar Musa, si sono perse le tracce subito dopo il suo rientro clandestino nel Paese mediorientale. I fratelli, i compagni di cammino, gli amici del religioso continuano a chiedere verità sulla sua sorte. In questi anni sono state fatte molte ipotesi, ma nessuna ha avuto un riscontro definitivo. Si è detto che Padre Paolo sia stato sequestrato e poi ucciso dai terroristi del Daesh presenti a Raqqa, ma il gruppo non ha mai confermato, né rivendicato una simile azione. Durante la liberazione di Baghouz nel 2019 alcuni testimoni parlarono di un religioso occidentale presente tra gli ostaggi liberati, ma anche questa notizia non è stata poi confermata. Un’altra pista possibile è quella dell’arresto del gesuita per mano delle forze del regime, come punizione per il fatto che è rientrato in Siria clandestinamente, nonostante il decreto di espulsione emesso nei suoi confronti nel 2012. Tante possibili verità e ancora nessuna conferma.  

Chi è padre Paolo Dall’Oglio?

Paolo Dall’Oglio nasce a Roma il 17 novembre 1954. All’età di ventitré anni, novizio romano, annuncia al padre superiore il suo desiderio di offrire la sua vita “per la salvezza dei musulmani”. Viene mandato in Libano a studiare arabo, poi in Siria. Nel 1982 avvia a nord di Damasco la ristrutturazione di un monastero abbandonato nel deserto roccioso, il monastero cattolico siriaco di Deir Mar Musa, che diventa presto un riferimento per fedeli e turisti da tutto il mondo, anche per la sua attività nel dialogo e nell’incontro tra cristianesimo e islam. Il gesuita si impegna nel rito siriaco, tanto da decidere di farsi ordinare prete secondo questo rito. Dopo anni di impegno, non sempre facile, nel 2006 il Vaticano ha approvato la Regola della comunità.

Abuna, un padre per cristiani e musulmani

Lo studio approfondito dell’Islam, la conoscenza e l’amicizia con i musulmani, l’accoglienza di singoli e gruppi all’interno della comunità al-Khalil hanno reso Padre Paolo una figura di riferimento per il dialogo interreligioso, ma non solo. Nel suo libro Innamorato dell’islam, credente in Gesù (Jaca Book, 2011), il religioso spiega come abbia riconosciuto, nel puro monoteismo dell’Islam, una verità. «Noi non andiamo verso assimilazioni reciproche, né verso equivoche misure, ma verso un orizzonte condiviso sul quale si proiettano sintesi capaci di pluralismo nella comunione»1, scrive il religioso. Il suo atteggiamento e la sua apertura nei confronti del mondo islamico lo hanno reso una figura cara ai siriani musulmani, che lo hanno sempre chiamato Abuna, parola araba che significa “nostro padre”. Non si tratta solo di una forma di rispetto, ma anche di una dimostrazione di stima, amicizia, riconoscimento. Padre Paolo ha avvicinato gli altri, tanto da essere considerato “uno di noi, un siriano”.

L’inizio della rivolta e la condanna delle violenze

Con l’inizio delle rivolte e della repressione violenta nel 2011, il religioso si è attivato concretamente al fianco dei manifestanti pacifici, riconoscendo la bontà delle loro richieste e la necessità di riforme che consentissero l’avvio di un processo verso una maggiore inclusione sociale di tutte le componenti della società siriana. La visione del religioso, infatti, considera i cristiani non una minoranza bisognosa di protezione, e quindi soggetta ai condizionamenti del governo, ma cittadini in piena regola, con tutti i diritti e i doveri che tale condizione garantisce.  Padre Paolo ha riconosciuto anche il bisogno di democrazia espresso dai siriani, una democrazia di tutti e per tutti, musulmani e cristiani, che includa le rispettive diversità e non le appiattisca. Di fronte alla repressione violenta da parte del regime di Bashar al Assad, il gesuita non ha rinunciato a denunciare i crimini contro i civili, scrivendo appelli e articoli su diverse testate, dove ha espresso apertamente il suo sostegno all’opposizione, anche armata. Nel libro Collera e luce, Un prete nella rivoluzione siriana (Emi, 2013), pubblicato dopo la sua scomparsa, scriveva infatti: «Se è vero che credo nell’azione nonviolenta, nella sua efficacia e nel suo valore morale, non credo invece al diritto di giudicare l’opzione di autodifesa armata delle vittime di un regime “torturatore” e liberticida come questo, in un’indifferenza mondiale totale […]. Ma se l’azione nonviolenta, o più esattamente, l’inazione vuole giustificare l’assenza di sostegno internazionale ai democratici siriani, prendendo a pretesto la loro supposta violenza, allora io non vedo nient’altro, in questi bei sentimenti, che uno snobismo morale che in una visione manichea della realtà abbandona il mondo al potere dei malviventi»2.

La profezia non ascoltata

Al tempo stesso, Padre Paolo ammoniva, già nel 2012, sul rischio di una possibile esasperazione del conflitto, con conseguente insorgenza di forme di radicalismo armato, che avrebbero soffocato le voci pacifiche e portato a un punto di non ritorno. Su questo punto il gesuita ha scritto e detto molto, intuendo un rischio che di lì a poco, purtroppo, si è concretizzato, con conseguenze devastanti, dall’insorgenza di formazioni qaediste come Jabhat al-Nusra e Hayat Tahrir al Sham, fino all’ascesa del Daesh e alla conseguente persecuzione delle comunità Yazida e dei cristiani sulla piana di Ninive in Iraq e nelle città siriane di cui aveva preso il controllo.

L’espulsione e l’attività di sensibilizzazione in Italia

Nel 2011 il regime di Bashar al Assad aveva intimato al Padre Paolo di “tenere un profilo più basso”, rimproverando al religioso le sue dichiarazioni contro le violenze ai danni dei manifestanti inermi. Di fronte allo spargimento di sangue di innocenti il religioso ha però continuato la sua attività di denuncia, scrivendo una lettera aperta all’inviato speciale in Siria delle Nazioni Unite, Kofi Annan, scatenando l’ira del governo di Damasco, che il 12 giugno 2012 Dall’Oglio lo ha espulso dalla Siria. Dopo un periodo a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, ha fatto rientro in Italia, dove ha partecipato a numerose iniziative, portando la sua testimonianza su quanto stava accadendo in Siria. 

Il ritorno in Siria e la scomparsa

Per Padre Paolo la Siria non è solo un luogo fisico. La Siria e siriani sono ormai la sua vita, così decide di tornare clandestinamente nel Paese, passando attraverso la Turchia. Il 29 luglio si perdono però le sue tracce nelle vicinanze di Raqqa, città all’epoca già presa di mira dalle formazioni integraliste e che di lì a poco sarebbe diventata la capitale dell’autoproclamato Stato Islamico. Il religioso è consapevole dei notevoli rischi che corre, sa che da più parti la sua figura suscita malcontento. «Vengo minacciato di morte, pare che persone armate che si trovano sul posto abbiano ricevuto indicazioni da parte dei servizi di sicurezza siriani. In tal senso, si libereranno di me senza sporcarsi le mani. È il motivo per cui i responsabili rivoluzionari mi proteggono», ha scritto in Collera e luce 3.

Il testamento

Se i suoi timori erano fondati quando era ancora in Siria, lo sono ancora di più quando decide di rientrarvi illegalmente, pur di restare vicino alla sua gente. Così lascia un testamento.

«Cosa mi ha spinto ad andare a mettermi in pericolo nella regione dell’Oronte? Il fatto che la rivoluzione per la libertà e la dignità è stata trascinata nel fango di una guerra tra musulmani sunniti e sciiti alawiti. Per ragioni che hanno a che vedere con l’impegno della mia vita, questa guerra civile non soltanto costituisce una minaccia per le condizioni minimali di vita dei cristiani orientali, miei fratelli, che si trovano intrappolati tra i due campi, ma più profondamente, è una guerra civile che lacera la mia anima. La comunità musulmana non solo non è esterna alla mia coscienza più intima, ma, anzi, è proprio la mia carne, il corpo umano cui appartengo, la mia comunità, la mia identità. Questa guerra civile mi è insopportabile, vorrei fare qualcosa per fermarla»4

La ricerca della verità

Da quel lontano 29 luglio 2013 i familiari, i confratelli e le consorelle, gli amici in Siria e in Italia aspettano la verità sul destino di Padre Paolo. Sono state fatte tante ipotesi, ma ad oggi non si è arrivati ad alcuna verità. Non si hanno notizie del gesuita, nessuno ne ha rivendicato il rapimento o l’uccisione, nessuna pista ha portato al suo ritrovamento e restano alcuni punti poco chiari nella vicenda. La valigia e il tablet del gesuita, ad esempio, sono stati portati dalla Turchia a Parigi, poi però se ne sono perse le tracce e solo dopo l’intervento di Michel Kilo, politico e scrittore cristiano dell’opposizione siriana, la famiglia è tornata in possesso dei suoi effetti personali. Inoltre, nessuno ha interrogato il leader del Daesh che era a Raqqa nel momento in cui Padre Paolo è stato visto nella zona per l’ultima volta. Un’inchiesta del 2018 condotta dal compianto giornalista Amedeo Ricucci ha cercato di ricostruire gli ultimi istanti prima della sparizione del religioso, ascoltando testimoni sul posto e mettendo in evidenza alcuni punti poco chiari.  Punti ripresi anche nel libro Il sequestro che non deve finire (Castelvecchi Editore, 2018), del giornalista Riccardo Cristiano, che ha fondato l’Associazione giornalisti amici di Padre Paolo, in cui si chiede se le autorità italiane abbiano ascoltato Abdul Rahman Faysal Abu Faysal, il capo del Daesh a Raqqa e se esista la possibilità di una rogatoria internazionale. È davvero stato fatto tutto il possibile per scoprire come sono andati i fatti? Dov’è Padre Paolo? 

L’appello per una commissione di inchiesta

Recentemente i fratelli Francesca e Giovanni hanno scritto un appello rivolto alle autorità italiane in cui chiedono di adoperarsi per l’istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta al fine di indagare su quanto accaduto al proprio fratello. «La richiesta di chiarimenti ufficiali e di indagini è, a parere dei sottoscritti, ormai ineludibile», scrivono Francesca e Giovanni. «Noi riteniamo che l’istituzione di una Commissione Parlamentare che coinvolge tutto il Parlamento e che ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria, sia l’ultimo strumento che, anche per la sua rilevanza politica, potrebbe permettere di arrivare alla verità», prosegue il documento. I fratelli dall’Oglio ribadiscono la loro piena fiducia nelle istituzioni e invitano a coinvolgere nelle indagini anche altri Paesi che possono avere informazioni utili, come la Siria, la Turchia e gli Stati Uniti. 

Le idee che restano

A distanza di nove anni dalla sparizione di Padre Paolo, la voce del gesuita è ancora forte. I suoi insegnamenti restano vivi attraverso le sue interviste e i suoi libri, ma anche attraverso i libri che gli sono stati dedicati. L’ultimo in ordine di uscita, firmato da Francesca Peliti, amica della Comunità di al-Khalil, si intitola Padre Dall’Oglio e la Comunità di Deir Mar Musa, un deserto, una storia (Effatà editrice, 2022) e raccoglie le testimonianze dei protagonisti dei primi anni della Comunità stessa. Intanto, il 4 giugno scorso l’Abbazia ha riaperto i battenti per l’accoglienza degli amici. «Ricordiamo a tutti che il Monastero di Mar Musa Al-Habashi è principalmente un luogo spirituale, un monastero di preghiera, lavoro a mano e ospitalità spirituale. È un luogo dove costruire fratellanza tra tutti gli esseri umani, credenti o no, religiosi o no. Ma è in particolare un’oasi dedicata all’amicizia e all’armonia tra cristiani e musulmani in questo paese, come nucleo e profezia di un’amicizia globale inclusiva tra tutti i figli e le figlie di Adamo», ha scritto Padre Jihad. Ovunque sia Padre Paolo, non potrebbe che essere felice di questa notizia.

Note:
1 Idem, pag 67.
2 Collera e luce, Paolo Dall’Oglio, Emi, 2013, pag 104.
3 Idem, pag 104
4 Idem, pag 152

Asmae Dachan

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