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Niente scuse, basta il rammarico

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

La visita dei reali di Belgio nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è stata presentata come un evento storico, un passo verso la riconciliazione dopo gli anni di un colonialismo particolarmente predatorio e sanguinario. Tuttavia, si è ancora lontani da una piena ammissione di colpa.

A giugno la visita dei reali di Belgio (accompagnati dal Primo ministro) nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è stata presentata come un evento storico, un passo verso la riconciliazione tra le due nazioni dopo gli anni dolorosi di un colonialismo particolarmente predatorio e sanguinario. Nei discorsi ufficiali re Filippo ha espresso il «suo profondo rammarico per le ferite inflitte» all’ex Congo belga ma senza avanzare scuse ufficiali che avrebbero forse aperto la strada a richieste di risarcimento. Davanti al Parlamento (riunito nella capitale Kinshasa) il re ha parlato di un regime coloniale terminato nel 1960 «basato sullo sfruttamento e la dominazione, di una relazione squilibrata, ingiustificata e segnata da paternalismo, discriminazioni e razzismo che ha prodotto abusi e umiliazioni». Parole che hanno lasciato l’amaro in bocca a quanti si aspettavano un pieno mea culpa.

La dominazione belga del Congo è una delle pagine più tenebrose del colonialismo europeo. Re Leopoldo II, antenato di Filippo, riuscì a farsi assegnare nel 1885 dalla conferenza di Berlino il Paese centrafricano
non come una colonia bensì come proprietà personale. Un furbo espediente per alimentare il proprio arricchimento. Lo storico Jules Marchal stima che il sovrano abbia razziato (dal 1885 al 1908) l’equivalente di 1,1 miliardi di dollari di oggi. Sullo sfondo restarono 10 milioni di morti per fame e malattie, crudeltà contro gli abitanti ridotti in schiavitù per estrarre minerali preziosi, produrre gomma e coltivare caffè, puniti anche per piccole mancanze con il taglio di mani e piedi, raccolti in ceste e mostrati pubblicamente per diffondere il terrore.

Pagine di brutalità e orrore, ineguagliate anche a distanza di secoli, che destarono scalpore già in quegli anni.

Quando nel 1908 (dopo 23 anni), re Leopoldo II decise di consegnare il Congo al governo belga l’estrazione mineraria fece un salto di qualità perché cambiò radicalmente l’organizzazione: le tecniche di saccheggio lasciarono il passo a forme di tassazione ed estorsione istituzionalizzate e “scientifiche”. Sullo stile delle colonie britanniche in Africa, furono create strutture e istituzioni in grado di generare grandi entrate nel futuro, piuttosto che massimizzare i guadagni nel breve termine. Una scelta “oculata” e i risultati furono visibili negli anni successivi. Compagnie private (grazie ai favori di Stato) usufruivano di concessioni minerarie a costi vicini allo zero, beneficiando inoltre di lavoro coatto imposto dalle truppe di occupazione e infrastrutture di trasporto costruite dal governo belga. I profitti furono enormi.
Tra il 1950 e il 1959 la compagnia Unione mineraria realizzò guadagni per 6,1 miliardi di dollari odierni. Un’altra controllava due terzi della produzione mondiale di diamanti industriali, e una terza era la quarta produttrice mondiale di rame.

Insomma, un oceano di denaro sottratto ai legittimi proprietari, ovvero i cittadini congolesi. Lo storico Adam Hochschild sostiene che 9 delle 23 famiglie più ricche del Belgio hanno accumulato le loro ricchezze
proprio grazie allo sfruttamento delle risorse minerarie della Rdc. Questa digressione può spiegare le ragioni per cui re Filippo non ha porto scuse formali. Mettere in piedi trattative lunghe, onerose, i cui risultati potrebbero produrre decisioni penalizzanti in un clima di grande incertezza planetaria, preoccupano i belgi che (da inchieste e sondaggi) non sembrano avere consapevolezza e memoria di quello che fu il
colonialismo in Congo. Qualche timida crepa nelle coscienze è stata aperta da due inchieste parlamentari per fare luce sulle responsabilità belghe nel genocidio in Ruanda del 1994 e nell’omicidio del 1961 di Patrice Lumumba, il primo capo di governo della Repubblica Democratica del Congo finalmente indipendente, eliminato perché troppo vicino alla ex Unione Sovietica e quindi con idee “rivoluzionarie”.

È in programma che il Belgio consegni alla Rdc un dente del defunto leader, unico reperto sopravvissuto allo scioglimento nell’acido del suo cadavere, ad opera di un poliziotto belga. Già, perché con l’indipendenza del gigante africano nel 1960 non finirono i condizionamenti e le intrusioni del Belgio nella politica congolese.

Ph. © L. Werchick, USAID via Pixnio

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