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Pedofilia del clero. Peccato o crimine?

by Vincenzo Lavenia

di Vincenzo Lavenia. Storico e scrittore, docente di Storia moderna all’Università di Bologna.

Intervista a cura di Luigi Sandri. Redazione Confronti.

Dopo un ampio excursus su come lungo i secoli le varie civiltà in Europa hanno valutato i rapporti sessuali tra adulti e minorenni (con esiti che talora noi oggi non potremmo accettare), due studiosi italiani affrontano il dramma della pedofilia del clero, dopo la sua esplosione, sul finire del secolo scorso, negli Usa, e il suo emergere poi anche in molti Paesi, “cattolici” e non. Come, tra reticenze e “tolleranza zero”, i vari papi, da Wojtyla a Bergoglio, hanno affrontato uno scandalo sconcertante.

L’inquietante questione della pedofilia del clero sta da tempo suscitando molte reazioni, all’interno e all’esterno della Chiesa romana. In tale contesto si colloca Peccato o crimine [Laterza, 2021, pagine 284], opera nella quale  Francesco Benigno e Vincenzo Lavenia – due storici di professione: il primo docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa, l’altro all’Università di Bologna – con un’ampia e accurata indagine affrontano, come precisa il sottotitolo, La Chiesa di fronte alla pedofilia (la Chiesa romana, delle altre non trattano). Sono molti gli atti che lo Stato e la Chiesa concordemente considerano “delitti” e, in vario modo, li puniscono. Unanimemente considerano “delinquente” un omicida: l’uno, dopo un regolare processo, condanna il reo a una pena che può essere anni di galera, oppure, in certi Paesi, la fucilazione; l’altra, se l’assassino si confessa e si pente, lo perdona, stabilendo però per lui una determinata pena spirituale. Invece, su altri determinati comportamenti, abissale è la distanza della valutazione tra le due Parti.

Il Codice di Diritto canonico (Cic), varato nel 1983 da papa Wojtyla, nel canone 1364 considerava reo di gravissimo “delitto” l’apostata, l’eretico e lo scismatico, e per ciascuno di essi prevedeva la scomunica latae sententiae, cioè automatica. Invece per lo Stato, se è “di diritto”, il cambiamento di religione è garantito, e “ovvio” (ma in alcune zone del mondo – soprattutto in Stati islamici – la consuetudine avita, o la stessa legislazione, prevedono pene severissime, e perfino la morte per gli “apostati”).

Ancora più divergente, poi, è il giudizio su un altro caso: il canone 1367 prevedeva la scomunica “per chi profana le specie consacrate”, le particole; ma nessuno Stato potrebbe comminare la galera a chi butti per terra… un pezzettino di pane!

Questi esempi aiutano a capire la distinzione tra “peccato” e “crimine”: vi sono atti che sia lo Stato che la Chiesa considerano “delitti”, e altri che, “peccato” per la Chiesa, sono indifferenti per lo Stato. E la pedofilia? Per gli Stati, in generale, la violenza sessuale su minori è un “delitto variamente punito; ma per la Chiesa? Recitava il canone 1387: «Il sacerdote che nella confessione sacramentale sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo sia punito… nei casi più gravi con la dimissione dallo stato clericale». E il 1395, § 2: se il chierico viola il sesto Comandamento «con un minore di 16 anni, sia punito con giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale». La violenza del pedofilo su un minore per il Cic non è un “delitto”, ma solo violazione del Decalogo (il che non interessa allo Stato*). Focalizzando l’attenzione su “peccato o crimine” (un oppure decisivo), Benigno e Lavenia precisano l’angolazione dalla quale ritengono necessario esaminare la questione clero/pedofilia. Per fare questo, essi fanno un excursus su come matrimonio, sessualità, omosessualità e rapporti con minori furono valutati (talora con alcuni esiti che noi oggi non potremmo accettare) nella Bibbia, nella prima Chiesa, sotto i bizantini, nell’età moderna, in quella contemporanea, collocando infine in tale quadro il tema di fondo del loro lavoro, fornendo in proposito i dati più importanti, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, da quando cioè – in casa cattolica – la “pedofilia del clero” è emersa dalle nebbie e si è imposta, all’opinione pubblica, con un crescendo inarrestabile. Come, partendo dal libro, ci spiega Vincenzo Lavenia.

Professore, ci può riassumere la questione, da quando pubblicamente scoppiò, negli Stati Uniti d’America, trentacinque anni fa?

La storia recente parte dalla denuncia di abusi sessuali su minori contro padre Gilbert Gauthe, nel 1985, ad Abbeville (Louisiana). Pedofilo seriale, il sacerdote finì sotto processo e la sua storia contribuì a fissare, nell’opinione pubblica statunitense, una certa immagine del prete cattolico abusante. Non era la prima volta che i media sollevavano il velo su pratiche troppo spesso tollerate: già a fine Ottocento, quando la psichiatria inventò la categoria patologica del pedofilo, la Chiesa romana aveva dovuto fare i conti con un’aggressiva campagna giudiziaria che interessò la Francia, la Spagna e l’Italia, con tanto di articoli sui giornali, processi e persino manifestazioni di piazza. Ma sono stati i casi statunitensi, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, ad aprire alla grande il dibattito sulla pedofilia del clero. L’episodio più clamoroso, celebre grazie al film Il caso Spotlight [Tom McCarthy, 2015], è stato quello di Boston: esso ha portato a un’indagine di un’équipe di giornalisti del Boston Globe, ha implicato decine di sacerdoti – trasferiti di parrocchia in parrocchia ma coperti dalle gerarchie – e nel 2002 ha costretto alle dimissioni il cardinale arcivescovo Bernard Francis Law. Da quel momento la Santa Sede ha dovuto fare i conti con decine di cause giudiziarie (che hanno imposto alle diocesi di pagare milioni di dollari per risarcire le vittime), e con una crisi di credibilità che si è manifestata fortissima in Paesi di tradizione cattolica come il Cile, l’Irlanda, la Germania (per metà cattolica), la Francia, l’Italia** e persino la Polonia. E pure in Australia la diocesi di Ballarat ha dovuto risarcire con 1,5 milioni di dollari un adulto da ragazzino violentato da un prete.

Catholic Church © JF Martin via Unsplash

Le inchieste dimostrano come sia falsa l’equazione omosessuale=pedofilo, e anche clero=pedofilia (infatti la maggioranza degli abusi avvengono nelle famiglie!). E tuttavia il fenomeno, seppure coinvolga una piccola minoranza di preti – dal 4 al 6% – è diffuso ovunque, e sconcerta i fedeli.

A sconcertare è stata soprattutto l’incapacità delle gerarchie e delle norme di Diritto canonico di assumere il punto di vista delle vittime, tanto più che l’opinione pubblica dalla fine degli anni Ottanta del XX secolo ha fatto della difesa di ogni vittima innocente un pilastro della convivenza sociale. Su questo la Chiesa romana ha scontato un ritardo, che si è sommato alla riluttanza nell’affrontare questa piaga in forza di una tradizione sessuofobica che per secoli non ha distinto pederastia e omosessualità e si è preoccupata di tutelare i sacramenti o l’onore del clero più che i minori. Ma è giusto ricordare che la tutela giuridica come “persone” dei minori e delle donne vittime di abusi è un’acquisizione recente; e che i casi di pedofilia – coperti da omertà e complicità – interessano anche il mondo dello sport e dello spettacolo, la scuola e le altre Confessioni religiose, e soprattutto le famiglie.

Come già i suoi immediati predecessori, anche papa Francesco ha confermato la “tolleranza zero” contro i preti pedofili. La sua linea, nella pratica, è stata poi coerente?

Dopo gli anni di Woytila e di Ratzinger è innegabile che Francesco abbia operato una svolta. Egli ha insistito sull’obbligo delle autorità ecclesiali di denunciare i casi di pedofilia alle magistrature secolari, battendosi contro il clericalismo. E tuttavia, senza contare le resistenze interne alla Chiesa, non mancano ambiguità: per esempio, in occasione del viaggio compiuto in Cile nel gennaio del 2018, ha sottovalutato le accuse di coperture e di abusi di pedofilia contro Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, e il suo protégé, padre Fernando Karadima, alienandosi così gran parte dei fedeli cileni; poi però ha invitato in Vaticano alcune vittime, chiedendo loro perdono per essere stato male informato; e ha convocato l’intero episcopato a Roma, chiedendo le dimissioni di tutti, valutando poi caso per caso se accoglierle o no.

PAPA FRANCESCO HA INSISTITO SULL’OBBLIGO DELLE AUTORITÀ ECCLESIALI DI DENUNCIARE I CASI DI PEDOFILIA ALLE MAGISTRATURE SECOLARI, BATTENDOSI CONTRO IL CLERICALISMO.

In prospettiva, quali scelte potrebbe fare il papa, per estirpare la piaga della pedofilia del clero: magari abolire il celibato sacerdotale?

È difficile rispondere. Molti invocano l’abolizione del celibato, che forse per alcuni anni è servito anche di copertura a numerosi omosessuali incapaci di accettare il loro desiderio e, certamente, a decine di uomini patologicamente orientati verso i minori. Del resto, con la crisi attuale delle vocazioni sarebbe sensato riconsiderare l’obbligo del celibato e il divieto del sacerdozio per le donne. Comunque, ritengo che la Chiesa debba affrontare in modo meno ipocrita il nodo della sessualità e continuare sulla strada di permettere alle autorità giudiziarie degli Stati di fare luce sui casi di abuso del clero, senza tentare di coprire lo scandalo. Considerando che la pedofilia è sì un peccato, ma anche un crimine gravissimo (e un abuso di potere).

NOSTRE CONSIDERAZIONI E POSTILLE

*Pochi giorni dopo che, in maggio 2021, avevamo fatto questa intervista, il primo giugno è stata resa nota la costituzione apostolica Pascite gregem Dei – datata 23 maggio – con la quale papa Francesco riforma il libro VI del Cic, dedicato a Le sanzioni nella Chiesa. Limitandoci al nostro tema, segnaliamo una variazione importante: mentre il canone 1387 puniva «il sacerdote che in confessionale sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo», e così valutava, di fatto, la violenza sessuale contro minori, adesso, sotto il titolo di Delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo, il nuovo can. 1398 punisce «con giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale, il chierico che commette un delitto contro il sesto comandamento del Decalogo con un minore o con persona che abitualmente ha un uso imperfetto della ragione»; e anche chi «acquista o divulga immagini pornografiche di minori».

**Il 27 aprile don Giuseppe Rugolo, sacerdote della diocesi di Piazza Armerina che comprende anche Enna, è stato posto agli arresti domiciliari perché accusato di violenze sessuali su tre minori. Uno di loro ha dichiarato di aver già da tempo raccontato la sua vicenda a monsignor Rosario Gisana, dal 2014 vescovo della diocesi, ma di non essere stato da lui creduto; ha scritto allora al papa per avere giustizia. Da parte sua, il prelato nel ’19 aveva permesso al sacerdote di andare a vivere a Ferrara ove, secondo la Curia locale, egli si è comportato in modo irreprensibile.

Il procurare di Enna, Massimo Palmeri, commentando l’arresto, ha lanciato «un appello ad altre potenziali vittime a denunciare eventuali violenze subìte. Vari elementi ci inducono a ritenere probabile che ci siano altre vittime delle attenzioni sessuali del sacerdote. Le invitiamo a farsi avanti». E il vescovo, che in gennaio – così affermano i difensori della presunta vittima – le aveva offerto, tramite la Caritas, 25mila euro come risarcimento, ha dichiarato: «Le accuse contestate a don Giuseppe, se accertate, sono certamente un fatto grave sia sotto l’aspetto penale che morale». Ma gli avvocati del sacerdote hanno protestato per la «gogna mediatica, con contenuti anche calunniosi, contro il nostro assistito». E molti dei genitori dei numerosi ragazzi che Rugolo già da seminarista, e poi da prete, aveva seguito, hanno difeso Gisana dalle accuse di “insabbiamento” della vicenda.

Ma L’Abuso – rete difensora, in Italia, delle vittime della pedofilia del clero – ha chiesto a Francesco di essere coerente col suo motu proprio Vos estis lux mundi (2019), col quale impone a ogni vescovo di aiutare la giustizia civile a difendere minori abusati/e dal suo clero. Gisana non lo ha fatto; perciò, conclude l’appello, il papa dovrebbe dimetterlo.

Ph. Interno cupola visto presso il baldacchino berniniano © Effems via Wikipedia Commons

[Intervista pubblicata nel numero di luglio/agosto 2021]

Vincenzo Lavenia

Vincenzo Lavenia

Storico e scrittore, docente di Storia moderna all’Università di Bologna

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