Tunisia. Approvata la nuova Costituzione: fine della Primavera? - Confronti
Home Geopolitica Tunisia. Approvata la nuova Costituzione: fine della Primavera?

Tunisia. Approvata la nuova Costituzione: fine della Primavera?

by Francesca Bellino

di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice

Seppure con un tasso di astensione molto alto (69,5%), lo scorso 25 luglio – tramite referendum – è stata approvata in Tunisia la nuova Costituzione che porterà il Paese in una nuova fase. Sarà l’inizio di un “iperpresidenzialismo” contrario alle promesse della Rivoluzione del 2011 oppure un mezzo per garantire stabilità politica e ripresa economica?

Con la nuova Costituzione approvata con il referendum dello scorso 25 luglio, la Tunisia è entrata in una “nuova fase” e spera in un “vero cambiamento” che la tiri fuori dal pantano economico, politico e sociale in cui si trova da dieci anni. Il presidente Kais Saied che ha fortemente voluto la consultazione (senza quorum), ha salutato la vittoria del sì al nuovo testo costituzionale come un momento decisivo che «consentirà alla Tunisia di passare dalla disperazione alla speranza» ed è stato festeggiato su viale Bourghiba a Tunisi dai suoi sostenitori.

Sui media occidentali, invece, traspare pessimismo e si teme una nuova svolta autoritaria per l’unico Paese del mondo arabo che aveva intrapreso un percorso democratico. La nuova Costituzione tunisina che sostituisce quella redatta nel 2014, infatti, accentra i poteri nelle mani del presidente della Repubblica. Kais Saied eserciterà il potere esecutivo, insieme a un premier e ai ministri da lui nominati, che potrà revocare quando vorrà e senza il voto di fiducia in Parlamento. 

COSA SUCCEDE CON VITTORIA DEL “SÌ”

La vittoria del sì, dunque, porta la Tunisia verso un iperpresidenzialismo che sembra svilire le promesse della rivoluzione del 2011 e bloccare il processo democratico avviato all’indomani della cacciata di Ben Ali, ma la realtà è più complessa di quella che appare e per moltissimi tunisini, compresi esponenti della cultura e della vigile società civile, questa era «l’unica strada percorribile per giungere a una stabilità politica che aiuterà il Paese ad andare verso una ripresa economica». 

La percentuale dei voti favorevoli alla nuova Costituzione è stata del 94,6% e quella dei contrari il 5,4%. Anche se – in base alle cifre fornite dalle autorità elettorali pubbliche (Isie) –, si è recato alle urne soltanto il 30,5% dei 9,3 milioni di tunisini iscritti alle liste elettorali, il dato è un ottimo risultato per il presidente considerando l’ostruzionismo delle forze d’opposizione, il caldo torrido di questo periodo che ha scoraggiato molti a raggiungere i seggi e che la Tunisia presenta un tasso di partecipazione generalmente basso alle elezioni (sotto il 40%).

«L’affluenza al voto ci dice che Saied è supportato dalla gente – ha spiegato Mohamed Challouf, regista e produttore –. I tunisini vogliono un cambiamento, non intendono rivivere il trauma subìto con gli islamisti al potere. Le preoccupazioni riportate dai media occidentali di assistere alla sparizione della democrazia a mio avviso sono infondate. Dopo anni di cattivissima gestione del Paese che ha portato a una situazione stagnante e una frantumazione politica in cui più nessun partito prendeva decisioni, ora almeno avremo un presidente capace di far andare avanti il Paese. Lo dico non essendo un sostenitore di Saied, parlo da cittadino”. 

La Costituzione redatta nel 2014 da un’Assemblea Costituente eletta dopo la rivoluzione del 2011 era basata su un equilibrio tra il presidente e il Parlamento tale da evitare l’accentramento dei poteri nelle mani di un unico uomo come era successo nei 23 anni di autoritarismo di Ben Ali. Ma questo equilibrio che attribuiva al presidente della Repubblica un ruolo marginale, è stato fonte di paralisi e conflitti e ha dato spazio agli islamisti del partito Ennahda, costola dei Fratelli musulmani guidata dall’ex presidente del parlamento Rached Ghannouchi, considerato una delle prime cause del degrado economico del Paese.

Un anno fa, il 25 luglio 2021, giorno della festa della Repubblica, Kais Saied ha licenziato il governo e congelato le attività del parlamento appoggiandosi su un’interpretazione dell’articolo 80 dell’ormai ex Costituzione che prevedeva la possibilità di prendere generiche «misure eccezionali in situazione di pericolo imminente» e ha iniziato a governare da solo per decreto. La sua mossa fu accolta con entusiasmo da una parte di tunisini che rifiutavano un sistema politico democratico ma inefficace e non accettavano più la presenza di Ennahda al centro dei meccanismi politici del Paese, e definita dai suoi oppositori un “colpo di stato”.  

«Non abbiamo paura di una piccola dittatura se l’obiettivo finale è ripulire il Paese dagli islamisti e dai corrotti» ha affermato un uomo a Tunisi all’uscita dal seggio mostrando con orgoglio l’inchiostro sull’indice. Le sue parole sintetizzano il pensiero di gran parte della popolazione che durante i festeggiamenti per la vittoria del sì ha espressamente cantato slogan contro l’Islam politico e i suoi esponenti. Questi ultimi si sono difesi lanciato un appello al boicottaggio. 

Kais Saied, 64 anni, ex docente di diritto costituzionale, è stato eletto nel 2019 con il 70% dei consensi contro Nabil Karoui, un uomo d’affari accusato di corruzione. Saied ha conquistato l’elettorato promettendo una sorta di operazione “mani pulite” nel Paese, facendo leva sulla rabbia dell’opinione pubblica nei confronti delle famiglie che continuano a spartirsi le ricchezze del Paese sfruttando appoggi politici. Saied non è un laico, è un musulmano conservatore dichiaratamente contrario all’islam politico. È un uomo sicuro di sé che parla direttamente al popolo e non si fida dalla classe politica generata dal post rivoluzione. Contro la “sua” Costituzione si sono espressi ong, associazioni, sindacati di categoria, minoranze religiose, femministe e partiti che percepivano il testo ambiguo e pieno di trappole, ma lui ha proseguito per la sua strada come un carro armato senza essere scosso dalle critiche e senza ascoltare il parere di nessuno. 

Tra i punti del testo più dibattuti c’è l’articolo 5 in cui viene esplicitato che la Tunisia fa parte della Umma, la nazione islamica, e pertanto gli apparati dello Stato dovranno «perseguire gli obiettivi della comunità dei fedeli musulmani».

«Io e mia moglie [l’attrice Fatma Ben Saidane] abbiamo votato “no”, perché secondo noi libertà e diritti individuali, soprattutto quelli delle donne, sono messi in pericolo dalla nuova Costituzione – ha sottolineato il docente universitario Hassine Ben Azouna –, ma non crediamo che il processo democratico sarà tradito o bloccato. Questa Costituzione è reazionaria e liberticida, è un incidente di percorso che costerà molto alla Tunisia, ma le nostre battaglie andranno avanti». 

Più allarmate si dicono le attiviste femministe perché nel nuovo testo l’uguaglianza tra uomo e donna, le pari opportunità e la parità sono temi soltanto evocati e pertanto è grande il rischio di legittimare il dominio maschile attraverso la strumentalizzazione religiosa. «La religione è chiaramente indicata come fonte del diritto, quindi i diritti delle donne e le libertà individuali potrebbero essere le prime vittime» hanno affermato le attiviste sottolineando che l’applicazione dell’articolo 5 potrebbe rimettere in discussione il diritto all’aborto, limitare la parità, ostacolare il dibattito sull’uguaglianza nel diritto di successione, confondere cittadinanza e identità religiosa. 

Più ottimista e fiducioso si è detto il regista Abdallah Chamekh: «Non vedo alcuna minaccia. L’articolo 55, relativo a diritti e libertà, è stato modificato con l’aggiunta di “richiesto da un regime democratico”, quindi il testo prevede: “Nessuna restrizione può essere fatta ai diritti e alle libertà, garantiti dalla presente Costituzione, se non in virtù di una legge e per una necessità dettata da un regime democratico e al fine di tutelare i diritti altrui, o ai fini di sicurezza pubblica, difesa nazionale o sanità pubblica”». 

«Penso che la Tunisia – ha spiegato Chamekh – abbia una solida società civile rappresentata nell’Ugtt, il sindacato generale tunisino del lavoro, e nelle associazioni per la difesa dei diritti umani che da decenni si battono contro la dittatura e a favore di una vita comunitaria da svolgere nelle future democrazie. La nuova generazione che ha conosciuto la libertà non potrà mai tornare alla dittatura. È vero che l’esperimento democratico tunisino è rimasto un semplice progetto politico proiettato dall’alto, senza fondamento sociale e politico, ma oggi credo che la nuova riforma costituzionale di Kais Saied sia un risultato, non un insulto. Penso che il presidente punti a costruire una società democratica per creare un sistema democratico. Nessuno può tornare indietro e cambiare l’inizio della propria vita, ma si può cambiare il corso della Storia modificandone il finale».

CRISI E DISILLUSIONE

Nel corso degli anni e agli occhi degli occidentali, ad alimentare la disillusione collettiva e a dare la sensazione che l’unico progetto democratico del mondo arabo stava naufragando, è stato il continuo degradarsi della situazione economica che ha sfinito una popolazione già stanca. Dal 2011 le casse dello Stato tunisino si sono svuotate, il tasso di disoccupazione ha superato il 16% colpendo soprattutto il futuro dei giovani (inoltre quasi un milione di bambini ha lasciato la scuola) e la guerra in Ucraina ha impattato sul tasso di inflazione (8%) e sull’importazione di materie prime tra cui il grano. Per questo motivo a fine giugno il governo di Najla Bouden ha iniziato nuove negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale per riempire un buco di 4 miliardi di dollari del bilancio dello Stato e per ottenere prestiti finalizzati a comprare il grano necessario al Paese. 

«Noi tunisini vogliamo vivere semplicemente. Non ci interessano le vacanze ai Caraibi, ma solo nutrire e vestire adeguatamente i nostri bambini» ha affermato un uomo entrando al seggio, favorevole a un cambiamento che riporti sicurezza e prosperità al Paese. 

«Dopo la caduta di Ben Ali – ha commentato un altro elettore a Tunisi –, pensavamo che con la democrazia avremmo avuto una vita come in Europa. Purtroppo invece la vita è diventata più difficile. Abbiamo lo stesso stipendio, ma i prezzi sono aumentati. Dobbiamo stringere la cinghia negli ultimi dieci giorni del mese perché non abbiamo più soldi». 

Anche lo scrittore Shukri al-Mabkhout, conosciuto in Italia per il romanzo L’italiano (edizione e/o), si è detto preoccupato perché non vede chiaro il futuro della Tunisia. «La domanda principale per me oggi è: cosa può fare Saied con le sue soluzioni giuridiche proposte in questa costituzione dal momento che i veri problemi della Tunisia non sono puramente giuridici? Vedo in tutto questo un paradosso difficile da superare. Bisogna ammettere che il processo di transizione democratica in Tunisia è fallito come la maggior parte delle esperienze di transizione democratica nel mondo, anche prima dello scioglimento del Parlamento da parte di Saied il 25 luglio 2021. Non dimentichiamo, inoltre, che la vecchia Costituzione rappresentava solo un aspetto tra gli altri della crisi. Il lavoro che resta da fare è gigantesco e bisogna attendere il nuovo panorama politico dopo le elezioni legislative previste per il 17 dicembre».

Ph. © Nadia Addezio / Copyleft

Francesca Bellino

Francesca Bellino

Giornalista e scrittrice

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Lascia un commento

Scrivici
Send via WhatsApp