Per motivi di giustizia: storie di resistenza nella comunità indiana dell’Agro Pontino. Un’intervista a Marco Omizzolo - Confronti
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Per motivi di giustizia: storie di resistenza nella comunità indiana dell’Agro Pontino. Un’intervista a Marco Omizzolo

by Asia Leofreddi

Intervista a cura di Asia Leofreddi. Redazione Confronti.

85 chilometri. Questa è la distanza che divide Roma dal residence di Bella Farnia Mare, nel comune di Sabaudia. A pochi chilometri le spiagge dorate del Circeo, tutto intorno i campi: ravanelli, cocomeri, cavoli, rape, lattughe e tanta altra frutta e verdura, coltivata in serra o a cielo aperto.

Nata negli anni ‘80 come luogo di villeggiatura per turisti, oggi Bella Farnia è popolato quasi solamente da indiani. I media la chiamano la piccola Delhi; i suoi abitanti, invece, la “Nave”, per via di tutti quei suoi piccoli monolocali, uno attaccato all’altro, in cui, come in cabine di una nave, a volte vivono anche più di cinque persone.

Insieme alle vicine San Vito e Borgo Hermada e alle campagne di Fondi, Bella Farnia si trova nel cuore produttivo di una delle filiere agroalimentari più importanti d’Italia. È quella dell’Agro Pontino, che si estende tra Latina, Sabaudia, Terracina e San Felice Circeo. Una pianura laziale dove vivono e lavorano ampi gruppi d’immigrati. Venuti qui già dagli anni ’80, gli indiani, prevalentemente sikh della regione del Punjab, sono la comunità più numerosa. Le stime ufficiali parlano di 13.000 persone, ma altre ne contano più del doppio. Lavorano in larghissima maggioranza nelle campagne, spesso sono sottopagati, fanno turni di lavoro estenuanti e sono vittime di caporali senza scrupoli.

L’Agro Pontino è il contesto da cui, il 18 aprile 2016 partirono gli scioperi che, con una mobilitazione storica appoggiata dai sindacati e pezzi della società civile, portarono sotto la prefettura di Latina circa 5000 braccianti della comunità sikh, per chiedere diritti, giuste condizioni di lavoro e un salario equo. 

Questo è anche il mondo da cui sono nate la maggior parte delle storie che Marco Omizzolo, sociologo Eurispes e docente di Sociologia delle migrazioni all’Università Sapienza di Roma, racconta nel suo nuovo libro Per motivi di giustizia (People, 2022).  Sono 15 storie – vere! – di lavoratori e lavoratrici che si sono ribellati alla schiavitù dello sfruttamento lavorativo e del sistema padronale. Fra questi c’è Balbir, primo lavoratore indiano a ottenere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia; c’è Ash che è diventata la prima rappresentante d’istituto di origini indiane in un liceo di Latina; c’è Gill Singh che fa arrestare il suo padrone dopo che questo lo aveva riempito di botte solo per aver chiesto una mascherina e la paga delle molte giornate di lavoro arretrate. Ma c’è anche Joban Singh che, solo due anni fa, schiacciato dal peso dello sfruttamento e dei ricatti padronali, decise di togliersi la vita, impiccandosi nel suo monolocale a Bella Farnia. 

Omizzolo che da anni frequenta la comunità sikh e i lavoratori agricoli dell’Agro Pontino, dove per un anno e mezzo ha vissuto come infiltrato rendendosi parte attiva dell’organizzazione degli scioperi del 2016, racconta le loro storie dall’interno, unendo allo sguardo del sociologo quello del compagno di lotta e di speranze. Una ricerca-azione, testimoniata dall’introduzione al libro del sociologo Franco Ferrarotti e dalla dichiarazione finale del gruppo Ek noor, un collettivo di lavoratori e lavoratrici indiane nato in seguito alle mobilitazioni del 2016.

Lo abbiamo intervistato per Confronti.

© Davide N. Carnevale

Perché le storie di Balbir, di Ash, di Joban Singh e di tutti gli altri e le altre che racconti, ci riguardano?

Le loro battaglie ci interessano dal punto di vista etico e politico. Oltre a essere le storie di uomini e donne che vivono il nostro tempo e lottano per la giustizia nella nostra società, sono anche delle storie che stanno producendo alcuni cambiamenti – normativi, comunicativi e di approccio – che molti di noi aspettano da tempo. Ash, per esempio, una delle protagoniste del libro, sta facendo una battaglia straordinaria contro il razzismo a Latina e è diventata la prima rappresentante d’istituto di origine indiana. È la storia di un’innovazione, non solo sindacale, ma anche culturale.

Le condizioni di lavoro che s’incontrano nelle campagne di luoghi come Bella Farnia, Borgo Hermada, San Vito, sono l’eccezione o la regola?

La situazione delle campagne pontine non è un’eccezione, ma un fenomeno trasversale e internazionale. Non è né l’espressione di un corto circuito interno al sistema, né di un modello d’impresa o di società primitivo e arretrato, ma è parte integrante di un modello economico avanzato: la diretta conseguenza di ciò che noi come “sistema Occidente” siamo diventati nel corso degli ultimi trent’anni. La stessa cosa avviene anche in altre parti d’Italia e all’estero. Si tratta di un modello di sfruttamento sistemico, interno ad un certo modello di capitalismo che definisco “predatorio”.  

Molte delle storie ci parlano di questo sistema, che però generalmente viene collegato alla parola caporalato. Perché, nel libro, preferisci a questo concetto quello di padronato?

Il caporale è un soggetto criminale che fa da intermediario tra la forza lavoro e il sistema di impresa, ma è il padrone il vero responsabile di questa attività di sfruttamento. A differenza di un imprenditore che conduce la sua attività stando nelle regole, il padrone è il proprietario di un’azienda agricola che le viola sistematicamente, a volte in maniera anche molto sofisticata. Per la legge 199/2016, la più importante che abbiamo in Italia e in Europa contro lo sfruttamento del lavoro, nata in parte dagli scioperi dei braccianti indiani del 2016, il padronato è il principale responsabile penale e, dal mio punto di vista anche sociale, dello sfruttamento che avviene nelle nostre campagne.

In che modo lo sfruttamento agisce concretamente sulla vita delle persone? 

L’interesse dei padroni non è solo economico, ma anche antropologico: la trasformazione del bracciante in un dipendente assoluto. Lo sfruttamento non ha solo a che fare con il lavorare tante ore e essere pagati poco, ma si tratta di un modello sociale complesso che, all’aspetto economico, aggiunge la subordinazione di tutta la persona alla volontà dominante dei padroni e al loro network fatto di liberi professionisti, commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro e, a volte, anche esponenti politici. 

Quando lavoravo come infiltrato nella comunità indiana dormivo con i braccianti, a volte anche in vecchi magazzini. Di notte tenevano il telefono sempre acceso perché avevano l’obbligo di reperibilità da parte del padrone. Se il padrone avesse chiamato alle 3 o alle 4 del mattino, loro sarebbero stati obbligati a rispondere e ad andare alle quattro del mattino nelle campagne. Una forma di asservimento totale, non circoscritta solo al tempo del lavoro tradizionale, ma che coinvolge tutto il tempo di vita.

Tuttavia, nel libro, tu definisci questa dimensione “totale” del padronato, “un gigante dai piedi d’argilla”.

Sì, secondo me questo progetto di dominio assoluto è un elemento di debolezza del capitalismo predatorio che spiega l’innescarsi di molti percorsi di emancipazione. C’è sempre uno iato, direi antropologico, tra questa dipendenza assoluta dell’essere umano e una sua intima libertà, che può essere ridefinita, compressa per un periodo, ma mai cancellata. Una persona può rispondere “signor sì” per vent’anni ma poi, a un certo punto, si innesta quel cortocircuito che le permette di ribellarsi.

Quali sono stati gli elementi che, per tua diretta esperienza, in un contesto difficile come quello dell’Agro Pontino, hanno permesso lo svilupparsi di forme di emancipazione e resistenza?

Alla molla dell’esperienza individuale di chi per anni, a volte decenni, ha lavorato sotto padrone, bisogna affiancare l’organizzazione di servizi d’informazione e di sostegno avanzati, che possano permettere a questi lavoratori e lavoratrici dei processi di “coscientizzazione”, che li rendano autonomi e consapevoli dei propri diritti. A questi progetti si aggiunge la costruzione fondamentale di alleanze con ricercatori-attivisti, avvocati e sindacalisti e di un rapporto di fiducia verso la giustizia e le forze dell’ordine. Esiste, infine, anche una dimensione collettiva della ribellione, che è stata quella che abbiamo sperimentato durante gli scioperi del 2016. In quell’occasione arrivarono in piazza 5000 braccianti e questo fu possibile grazie alla presa di consapevolezza da parte di ogni singolo lavoratore che insieme a lui c’erano anche altri suoi connazionali. La risposta collettiva era il disinnesco della possibile reazione violenta da parte dei padroni. Aggredire 5000 persone è, infatti, un po’ più complicato che aggredirne due che vengono a chiederti lo stipendio dentro alla tua azienda.

I lavoratori  indiani dell’Agro pontino sono per la maggior parte sikh. In questi processi, che ruolo gioca il fattore religioso di una comunità dai forti tratti identitari?

La dimensione religiosa, culturale e identitaria è centrale e bisogna prenderla in seria considerazione. L’organizzazione degli scioperi del 2016 è stata resa possibile anche grazie all’esistenza dei templi sikh – come quelli di Sabaudia e Borgo Hermada – che si trasformarono in luoghi fisici e simbolici in cui svolgere periodicamente assemblee e organizzarsi. Tanto è vero che il 18 Aprile 2016, il giorno dello sciopero, i luoghi da cui siamo partiti con il pullman per andare in Piazza della Libertà furono proprio i templi. I braccianti pregavano, si ritrovavano e dialogavano con il baba prima di salire sul pullman per andare a manifestare.

Bella Farnia © Davide N. Carnevale

Accanto alle storie d’indiani e indiane, nel libro ci sono anche storie di italiani, come quella di Benedetto, bracciante del Sud Italia, arrivato da adolescente nelle compagne di Latina. Perché la sua storia è importante?

 Perché rompe due importanti luoghi comuni. Il primo è che le vittime di questo modello siano solo i migranti: no, tutti possiamo essere sfruttati. Il secondo è che la solidarietà tra nazionalità diverse sia impossibile perché ci sono in ballo bisogni diversi. Benedetto, che non ha bisogno di rinnovare il permesso di soggiorno, che sarebbe potuto diventare un caporale, lotta accanto ai braccianti indiani. Superando la “linea del colore”, denuncia non solo il suo padrone, ma anche i padroni – suoi connazionali! – che sfruttano gli indiani. Entra quindi pienamente dentro quella collettività di persone resistenti che hanno cittadinanze e storie diverse, diventando un modello soprattutto per le giovani generazioni.

Nel libro, però, non si raccontano solo storie a lieto fine. Il 6 giugno 2020, Joban Singh, bracciante indiano di venticinque anni, vittima di tratta e grave sfruttamento, decide di togliersi la vita nel suo monolocale di Bella Farnia. Perché includi la sua tra le storie di resistenza? In fondo, si uccide.

Joban Singh è un testimone del fallimento del nostro Paese. Il suo suicidio è stato la conseguenza di una norma scritta male, quella sulla regolarizzazione dei lavoratori stranieri in piena pandemia, espressione di una riflessione non avanzata sul sistema del padronato. A Joban era morto il papà, doveva tornare in India per dare supporto alla sua famiglia, non poteva più aspettare per essere regolarizzato e il padrone, in modo del tutto illegale, gli ha chiesto 10.000 € per farlo. La morte di Joban, però, è stata anche un calcio nel sedere che ci ha obbligato ad alzarci e a continuare un’altra battaglia, in questo senso è una storia di resistenza. Dalla sua storia è nato il progetto «Dignità – Joban Singh», che stiamo portando avanti con l’associazione Tempi Moderni. Assunto come best practice addirittura dal Consiglio d’Europa, riformula completamente il servizio a tutela dei braccianti immigrati e italiani, uomini e donne, nell’Agro pontino. Se si fosse suicidato e noi fossimo rimasti solo addolorati sarebbe una storia di fallimento, ma la sua storia seppur drammatica, è stata la molla per una risposta che sta dando dei risultati enormi. 

Il tuo è un libro che esprime una forte chiamata morale all’impegno e alla presa di coscienza, ma è anche un libro pieno d’indignazione, non solo verso il padronato capitalista. Qual è il tuo bilancio oggi? Si è riusciti a creare un modello alternativo o la strada è ancora lunga?

Ad oggi il bilancio è senza dubbio positivo. Il percorso di lotta che abbiamo fatto ha portato a dei risultati fino a dieci anni fa inimmaginabili. A volte si tratta di storie di liberazione individuale, ma anche di cambiamenti importanti sul piano politico e normativo. Il progetto «Dignità – Joban Singh», lo spostamento della vertenza a livello internazionale, la costruzione di storie di vita che dimostrano che ancora oggi è possibile contrastare lo sfruttamento, la persistenza di denunce dove i braccianti, e noi con loro, ci costituiamo parte civile nei relativi processi, la difesa della 199. Tuttavia, c’è ancora da fare. Il caporalato e il padronato hanno un cervello sociale e politico e una capacità di resilienza mostruosa. Nel corso degli ultimi anni, alcuni esponenti delle forze dell’ordine e del mondo istituzionale, alcuni sindacalisti e addirittura alcuni leader nella comunità indiana che avevano fatto anche battaglie straordinarie contro lo sfruttamento, sono caduti nell’adulazione del mondo del padronato. Questa è stata una delle risposte più avanzate che quel mondo ha messo in campo: rompere quel “noi” che avevamo costruito. Un mese fa un bracciante indiano è morto mentre dormiva per un cortocircuito nel container posizionato nell’azienda del padrone. Noi – dove con noi intendo Tempi Moderni, altre organizzazioni della società civile, attori delle istituzioni, del sindacato e della stampa che continuano a stare sul tema e a denunciare quanto avviene nell’Agro Pontino –  a tutto questo stiamo reagendo ma, come questa storia dimostra, il percorso da fare è ancora molto lungo e complesso.

Asia Leofreddi è giornalista di Confronti. Quest’articolo è scritto nell’ambito del Global Exchange on Religion in Society (Geris), un progetto biennale (2020-2022) finanziato dall’Ue e attuato da un consorzio composto da Particip e da Media Diversity Institute. Geris lavora attraverso il networking, il consolidamento della dimensione comunitaria e l’engagement dei media per dare vita ad un’iniziativa di incontro e dialogo sulla diversità, sulla coesistenza e sull’inclusione sociale. Le foto sono di Davide Carnevale, ricercatore impegnato per lo stesso progetto in un lavoro sulla comunità indiana e i Gurdwara dell’Agro Pontino.

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