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Che Paese sarà l’Italia della destra?

by Roberto Bertoni Bernardi

di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore

Che andasse a finire così lo sapevamo da tempo. Era chiaro almeno da agosto, quando PD e 5 Stelle si sono ben guardati dall’allearsi gli uni con gli altri, dopo tre anni di proficua collaborazione governativa e parlamentare, e anche l’accordo fra Letta e Calenda è andato in fumo per il rifiuto di quest’ultimo di far parte di una coalizione di centro-sinistra in cui anche il partito di Fratoianni e Bonelli avesse un minimo di dignità. Acqua passata, guardiamo avanti. Ha vinto questa destra, la stessa che pochi giorni prima del voto si è rifiutata di condannare apertamente Orbán durante una votazione al Parlamento europeo e che ora andrà messa alla prova. Non possiamo entrare nel merito dei provvedimenti che assumeranno perché è troppo presto. Di seguito, tuttavia, elenchiamo alcuni argomenti, per noi essenziali, di cui colpevolmente si è parlato troppo poco in campagna elettorale.

SCUOLA

Di scuola se ne parla sempre poco e quasi sempre male, affidando l’analisi a persone che non ne sanno abbastanza, per utilizzare un eufemismo, o ne hanno una visione sbagliata e preconcetta. L’aspetto che più ci preme sottolineare è di non tornare indietro rispetto alle conquiste degli ultimi anni. Ci stiamo lasciando alle spalle il trentennio liberista, in cui anche la sinistra si è lasciata travolgere dal desiderio di menare le mani e abbracciare una visione prossima al darwinismo sociale, in cui il concetto di merito non è stato più inteso nel senso che gli avevano attribuito i padri costituenti bensì brandito come una clava contro i più deboli. Negli ultimi anni, specie durante il Conte II, questa tendenza è stata invertita, abbiamo avuto un piano di assunzioni degno di questo nome e, aspetto più importante in assoluto, sono stati rimessi al centro del progetto scolastico i ragazzi e le ragazze, per troppo tempo dimenticati e abbandonati a se stessi nonché costretti, a causa della pandemia, a subire un isolamento che ha prodotto danni inestimabili nelle loro vite. Dalla scuola che valuta e basta, giudica e infligge voti, dunque, si è passati a una scuola che accoglie, integra, comprende e si sforza di non lasciare indietro nessuno, che poi sarebbe la sua missione e la sua funzione storica. Si è provato a porre rimedio all’inferno dei tagli spregiudicati e delle classi pollaio e si è rimesso faticosamente in moto l’ascensore sociale, per decenni rimasto bloccato, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Si è, infine, tornati a discutere di didattica alternativa e nuove modalità di trasmettere la cultura e il sapere (i famosi banchi a rotelle), accantonando alcuni dogmi che avevano reso la scuola verticistica, nozionistica e, a tratti, sostanzialmente inutile. Affermava provocatoriamente Ennio Flaiano: “Tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola”. L’auspicio è che non si verifichi una regressione tale da rendere nuovamente attuale quella battuta. Se dovesse accadere, rischieremmo di perdere una generazione.

GIOVANI

Non ne parla quasi nessuno perché sono pochi, poco organizzati e mal rappresentati, e questo è anche un loro limite. Apatici o apolitici, però, neanche per idea. Basti pensare alle frequenti manifestazioni in difesa dell’ambiente e dei diritti civili per rendersi conto che abbiamo a che fare con una generazione straordinaria, una miniera d’oro di talenti e idee che aspetta solo di essere messa nelle condizioni di esprimersi liberamente. A tal riguardo, sarebbe opportuno cominciare ad abolire i quiz a crocette, i test d’ingresso in alcune facoltà universitarie, i test INVALSI e tutto ciò che li sottopone a un continuo e inutile stress, come se questa generazione dovesse essere valutata di continuo, più di qualunque altra, come se non fosse mai abbastanza preparata, non avesse mai abbastanza competenze e non fosse mai in grado di spiccare il volo. La speranza è che, come prevede la Costituzione, vengano rimossi gli ostacoli di ordine economico e sociale che, di fatto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, sconfiggendo le disuguaglianze e consentendo alla cosiddetta “Generazione Z” di trovare i propri spazi e di dire la propria senza vivere nel terrore di essere giudicata di chi, oltretutto, spesso non ha nemmeno i mezzi culturali per capirla. In caso contrario, non lamentiamoci se continueranno a non votare o, peggio ancora, a emigrare all’estero in cerca di quelle opportunità che da noi sono state loro precluse. 

DONNE 

Non basta essere donne per essere femministe. Contro le donne, a livello mondiale, è in atto una vera e propria aggressione sistematica. Fra stupri, violenze e minacce, stiamo vivendo una fase storica orribile, cui si aggiungono i rischi connessi a decisioni come quella assunta a giugno dalla Corte Suprema americana di mettere a repentaglio l’aborto, al punto che in alcuni stati repubblicani una norma di pura civiltà è stata, di fatto, smantellata. Anche per questo, innanzitutto noi uomini, siamo chiamati a batterci al loro fianco. E se alcuni passi in avanti sono stati compiuti, dalla Treccani che ha affiancato finalmente il femminile al maschile alla possibilità di attribuire ai figli il doppio cognome, molti altri obiettivi sono ancora da raggiungere. L’importante è non tornare indietro. 

DIRITTI CIVILI

È l’altro tema cruciale. Stiamo assistendo, in ogni angolo d’Europa, a una regressione paurosa su questo argomento. Basti pensare a come è franato, nel nostro Parlamento, il DDL Zan; basti pensare alle aggressioni cui sono ancora sottoposte molte coppie omosessuali; basti pensare allo stigma di cui sono costrette a soffrire le persone trans; basti pensare alle difficoltà che incontra una coppia gay o lesbica ad adottare un bambino o una bambina. Per non parlare poi del mancato referendum sull’eutanasia legale e sul libero uso della cannabis: tutte questioni che non sembrano star molto a cuore al nuovo esecutivo ma sulle quali, invece, andrà incalzato ogni giorno, onde evitare che cadano nell’oblio e che le discriminazioni di ogni ordine e grado proseguano senza opposizione. 

IUS SCHOLAE

La cittadinanza italiana a ragazze e ragazzi che siano giunti in Italia entro i dodici anni, abbiano risieduto legalmente e senza interruzioni nel nostro Paese e abbiano completato un ciclo scolastico di almeno cinque anni rappresenta comunque un passo indietro rispetto al sacrosanto Ius soli, ossia al riconoscimento del diritto alla cittadinanza per chiunque nasca in Italia, al netto della provenienza geografica dei suoi genitori. Diciamo che, molto probabilmente, non vedremo né l’uno né, meno che mai, l’altro, vigendo a destra un’avversione ontologica nei confronti di un simile provvedimento. Su questo versante sarebbe assurdo nutrire la benché minima speranza. Ciò detto, continuiamo a ritenere assurdo che a questi cittadini e cittadine venga chiesto, giustamente, di pagare le tasse e rispettare le nostre leggi, ossia dei doveri, senza riconoscere loro alcun diritto. Il che la dice lunga su quanto poco ci sia di liberale in chi pure si riempie costantemente la bocca con questo aggettivo.

REDDITO DI CITTADINANZA

Qualcuno ha detto, malignamente, che si tratta di voto di scambio. Niente di più grave e sbagliato. Che vada perfezionato in alcuni aspetti è sicuro, contrastando abusi e atti di furbizia che, oltre a essere indegni, proprio non possiamo permetterci in un momento così delicato. Fatto sta che, senza questo strumento rivoluzionario, milioni di persone non avrebbero potuto affrontare la tragedia del Covid e, probabilmente, avremmo assistito a un’ondata di suicidi e drammi familiari senza precedenti. Eliminarlo sarebbe una follia, soprattutto se si pensa a quante persone sono state già messe in difficoltà dalla crisi energetica e dei consumi e a quanto sarà lungo un inverno che rischia di essere ricordato come uno dei più bui di sempre. Anche su questo aspetto, nel nostro piccolo, resteremo vigili. 

L’Italia della destra, di questa destra, sinceramente ci allarma. Tuttavia, valuteremo ogni provvedimento senza pregiudizi e senza fare sconti a nessuno, come abbiamo fatto in passato. Abbiamo le nostre idee e non le nascondiamo ma il nostro metro di giudizio e la nostra onestà intellettuale rimangono invariati.  

Foto © Xavier Ilespinas via Unsplash

 Roberto Bertoni Bernardi

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