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Custodi del Tempo

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Le cristiane e i cristiani si interrogano sulle disillusioni della Storia e della Fede

Nel Novecento era in voga l’idea della tensione tra le concezioni greca e biblica del Tempo: la prima prevalentemente ciclica, la seconda lineare, protesa in avanti. Anche le grandi utopie moderne possono essere lette come versioni secolari della visione biblica del Tempo. Oggi, la critica postmoderna tende a vedere l’eredità biblica del Tempo lineare, che sfocia nella realizzazione piena dell’umano, come una pericolosa mistificazione. Quali sono, a tal proposito, le risposte dei cristiani e delle cristiane?

Nella seconda metà del Novecento, un teologo famoso aveva reso popolare, anche tra i non specialisti, l’idea della tensione tra le concezioni greca e biblica del tempo: la prima prevalentemente ciclica, la seconda lineare, protesa in avanti.

L’Antico Testamento è attraversato dalla promessa: della terra, della pace prospera, del ritorno dall’esilio, dell’avvento della giustizia di Dio.

Il Nuovo Testamento concentra in Cristo tali promesse, ma anche la Fede cristiana è rivolta al futuro, alla città che scende dal cielo. Guardando più da vicino, scopriamo, come sempre, che la faccenda è un poco più complicata, ricca di intrecci e contaminazioni: ma lo schema è utile per comprendere alcune grandi strutture della vicenda spirituale dell’Occidente.

Le grandi utopie moderne (in particolare: Illuminismo e Socialismo) possono essere lette come versioni secolari della visione biblica del Tempo: la Storia è un cammino, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà; essa è quindi mossa dalla prospettiva di un compimento ultimo, “escatologico”, che realizza la pienezza degli esseri umani.

Come nella Bibbia, il cammino verso la libertà non è affatto pacifico, bensì drammatico, carico di dolore e morte. Nella Bibbia, in forme diverse, anche la tragedia della Storia è coinvolta nella promessa. Nelle utopie secolari, la sofferenza e la morte del singolo trovano il proprio senso nel trionfo finale dell’“io collettivo”: per alcuni, anzi, l’individuo è un’astrazione, mentre il vero soggetto è l’umanità, o il proletariato ed essi sono immortali e promessi alla pienezza.

Oggi, però, le grandi utopie sono morte e, chiosando Woody Allen, è fin troppo facile constatare che anche la fede biblica, almeno nel Nord del mondo, non si sente troppo bene. Anzi, la critica disincantata  dei postmoderni se la piglia proprio con la concezione biblica del Tempo e della Storia, che cinquant’anni fa piaceva anche agli atei.

La tradizione ebraico-cristiana, dicono costoro, si è inventata la Terra promessa e i cosiddetti progetti di emancipazione secolari le sono andati dietro, spesso dichiarandosi atei, ma in realtà coccolando quella che Nietzsche, che aveva in effetti capito parecchie cose, chiamava “l’ombra di Dio”, il futuro della Redenzione.
Il risultato è stato un susseguirsi di grandi visioni e grandi speranze, che hanno mobilitato passioni e violenza, producendo intolleranza, con
flitto e morte, prima di fallire disastrosamente.

L’alternativa, proseguono i critici, è abbastanza semplice: si tratta di diventare adulte e adulti: non c’è nessun Regno di Dio, ovviamente non in cielo, ma nemmeno sulla Terra. L’eredità biblica del Tempo lineare, che sfocia nella realizzazione piena dell’umano, è una pericolosa mistificazione, perché ogni volta richiede lotte e sacrifici in nome della speranza nel Futuro indicato dal profeta di turno.

Molto meglio una sana di-sperazione o, se si vuole, la speranza del giorno per giorni, concentrata sul presente, che è l’unica autentica realtà. In questo, la scienza e la tecnologia possono offrire un contributo, che non può essere la promessa della Felicità, ma una più concreta e quotidiana riduzione della sofferenza umana. Insomma: chi spera, come chi fuma, fa male anche a te, digli di smettere.

Le cristiane e i cristiani non sono insensibili a questo tipo di critiche: anch’essi si interrogano sulle disillusioni della Storia e anche su quelle della Fede e non sempre le risposte sono soddisfacenti. Essi credono, tuttavia, di aver imparato dalla Bibbia, e in particolare da Gesù, che senza futuro anche il presente è disintegrato: ma ciò è sgradevole, perché il presente siamo noi.

Certo, non può trattarsi, e abbiamo visto perché, del futuro delle utopie secolari. E di che cosa allora? Un’altra cosa che la Fede ha imparato è il rifiuto del trionfalismo. Di quale futuro si tratti può essere detto solo con timore e tremore,  da donne e uomini che credono nonostante la propria incredulità. In tale modo, però, lo si può dire.

Si tratta del futuro manifestato in Cristo risorto, che conferisce consistenza al presente e permette di leggere il passato. In un certo senso, alle cristiane e ai cristiani tocca essere, in questa strana fase, custodi del Tempo.

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

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