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by Enzo Nucci

L’omicidio di suor Maria De Coppi segna il rilancio mediatico del conflitto in Mozambico.

di Enzo Nucci Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

L’omicidio di suor Maria De Coppi – missionaria comboniana dal 1963 – segna il rilancio mediatico del conflitto in Mozambico, spesso sottovalutato o colpevolmente dimenticato ma che oggi riconquista il palcoscenico anche grazie alla crisi energetica determinata dal conflitto russo-ucraino.

L’omicidio di suor Maria De Coppi, 83 anni, missionaria comboniana dal 1963, ha rilanciato l’attenzione sul terrorismo islamista in Mozambico, spesso sottovalutato o colpevolmente dimenticato ma che oggi riconquista il palcoscenico anche grazie alla crisi energetica determinata dal conflitto russo-ucraino. Dal 2017 sulle province settentrionali di Nampula e Cabo Delgado soffia la tempesta della violenza terroristica che ha già causato la morte di 4mila civili e una gravissima situazione umanitaria tra gli 800mila sfollati interni, impossibilitati a coltivare i campi e quindi a sfamarsi. E sono tutti numeri destinati drammaticamente a crescere, assicurano le Nazioni Unite.

A guidare la ribellione armata è lo Stato islamico in Mozambico, un gruppo nato ufficialmente 3
anni fa come articolazione locale dell’Isis, dove però persistono forti divisioni interne. All’origine ci furono formazioni di giovani radicali che contestavano i predicatori considerati troppo moderati. 
L’escalation della violenza è coincisa con la scoperta di giacimenti di gas offshore che hanno attratto le grandi multinazionali dell’energia, tra cui la statunitense Exxon Mobil. La francese Total ha varato un investimento di 20 miliardi di dollari, fra i maggiori al mondo, per la produzione e l’esportazione di gas naturale liquefatto.

L’italiana Eni, presente in Mozambico dal 2006, è pronta a mandare sul mercato il primo carico di gas già in questi ultimi mesi del 2022. E l’interesse verso questa preziosa sostanza è cresciuto con l’invasione dell’Ucraina e il blocco energetico. L’afflusso di capitali stranieri fu salutato come un’occasione di riscatto per una delle aree più povere della nazione africana, con generose promesse di redistribuzione della ricchezza alla popolazione sofferente.

Ma i mancati impegni si sono trasformati in un pericoloso boomerang per lo Stato che ha assistito alla proliferazione dei gruppi armati capaci di cavalcare il malumore popolare arruolando nuovi combattenti. Nel mirino c’è il governo accusato di corruzione e connivenza con gli interessi stranieri, saldamente retto fin dal 1975 (anno di indipendenza dal Portogallo) dal Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, di ispirazione socialista), sopravvissuto anche al conflitto civile con la Renamo (Resistenza nazionale mozambicana, di orientamento anticomunista e conservatore).

La risposta dell’esercito governativo fu pessima: maltrattamenti e abusi contro la gente inerme, inclusa la violazione della libertà di movimento agli sfollati. E la perversa spirale ribellione- repressione ha favorito i terroristi con l’arrivo di nuovi proseliti. Un clima così rovente ha paralizzato l’attività degli impianti di estrazione del gas, così come l’operatività delle organizzazioni umanitarie danneggiando degli sfollati.

Il fallimento dell’esercito convinse l’esecutivo di Maputo a spalancare le porte dell’area nell’autunno 2019 ai mercenari della compagnia russa Wagner che però offrì una delle peggiori performance della sua storia, tanto che lasciarono il Paese con la coda tra le gambe. I terroristi intanto hanno incassato importanti vittorie militari. Nell’agosto 2020 occuparono la città settentrionale di Mocimboa da Praia, controllandola per un anno e costringendo la Total a interrompere le attività. A marzo 2021 espugnarono per alcuni giorni Palma, città di 70mila abitanti, sempre sulla costa a Nord. Nel frattempo gli islamisti non risparmiano decapitazioni e massacri. Il governo nell’agosto 2021 calò il proprio asso. Schierò le truppe ruandesi nella provincia di Cabo Delgado, al centro degli attacchi. L’efficienza e la durezza dell’esercito di Kigali faceva ben sperare in una rapida soluzione del conflitto, grazie anche all’appoggio della missione militare sostenuta dalla Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc).

Ma così non è stato. I terroristi si sono dimostrati ossi duri grazie anche al cambio di strategia. Dopo operazioni in grande stile (occupazioni di intere città), hanno ripiegato sulla “guerra di guerriglia” con imboscate, incendi di piccoli villaggi, attacchi in più parti dell’area, mettendo in difficoltà i ruandesi. La fine sembra lontana. L’omicidio di suor Maria segna il rilancio mediatico del conflitto. Per i terroristi la Chiesa cattolica è invischiata con il malgoverno. Il bersaglio dei missionari comboniani di Chipene è stato troppo facile. La loro colpa era di aiutare quegli stessi fedeli islamici che l’Isis in Mozambico costringe alla fuga.

Ph. Mozambico – coast of lake malawi, with a giant babob © Moongateclimber via Wikimedia Commons

Enzo Nucci

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Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

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