Lula: da prigioniero politico a presidente eletto del Brasile - Confronti
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Lula: da prigioniero politico a presidente eletto del Brasile

by Teresa Isenburg

di Teresa Isenburg. Docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano

Il 30 ottobre 2022 Bolsonaro è uscito dalla scena politica del Brasile: il popolo ha scelto Luiz Inácio Lula da Silva come suo presidente. Ripercorriamo le tappe del procedimento giudiziario che ha coinvolto Lula e dal quale è uscito completamente scagionato.

E così la sera di domenica 30 ottobre 2022 il capitano riformato diventato per varie coincidenze e manipolazioni presidente della Repubblica federativa del Brasile è uscito dalla scena politica sconfitto nelle urne. Si chiude quindi un lungo periodo di oltre sei anni di grande incertezza istituzionale nel Paese con un succedersi di accadimenti lontani dal dettato della Costituzione del 1988 che hanno profondamente indebolito lo Stato democratico di diritto e alterato il quadro economico e sociale accentuando l’impoverimento anche estremo di milioni di cittadini (oggi 33 milioni sono alla fame) e accrescendo l’aumento non motivato di privilegi di alcuni gruppi corporativi ideologicamente vicini al blocco di potere: in particolare gli alti gradi delle forze armate, i dirigenti di alcune “megachiese” integraliste cristiane, le milizie.

Questa forma specifica di malgoverno prossima alla eversione è avvenuta mantenendo in apparenza esteriormente forme procedurali corrette, ma la revisione in sedi giudiziarie e di controllo delle stesse ne ha dimostrato l’infondatezza giuridica o la voluta e cosciente manipolazione. È quindi non disutile ripercorrere in modo riassuntivo i principali passaggi che hanno aperto la strada a governi non fedeli alla Costituzione, di destra prima e di estrema destra poi, e ricordare i leader che sono stati bersaglio di pratiche illecite. E questo per fugare possibili ombre anche su dirigenti politici che oggi sono di nuovo in primo piano e sui quali la grande stampa non sempre è chiara. Una opacità agevolata dal ripetuto riferimento alla generica categoria morale della corruzione invece che alla documentazione circostanziata di eventuali corrotti e corruttori. 

LA COSTRUZIONE DELLA “COLPEVOLEZZA”

Il lungo cammino che ha portato all’ interruzione dell’esperienza socialmente inclusiva iniziata nel 2003 ha avuto avvio nel marzo 2016 con il tentativo di coinvolgere l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva in una vicenda di corruzione legata alla principale multinazionale statale Petrobras. Per ottenere visibilità e consenso nell’opinione pubblica, i magistrati responsabili del processo emanarono un ordine d’arresto (senza previa obbligatoria comunicazione giudiziaria) tentando di sequestrare, deportare e incarcerare Lula. L’operazione ( assolutamente ingiustificata dal momento che l’indiziato non si sottraeva in nessun nodo alla giustizia) non andò a buon fine per vari motivi che non è qui il caso di rivisitare, ma fu molto utile per creare in clima di tensione e delegittimazione politica nei confronti del principale leader politico del Paese, cominciando a trattarlo come un nemico da abbattere.

Immediatamente dopo questo molto grave tentato sequestro iniziava all’interno del Parlamento e soprattutto della Camera dei deputati un’ ampia manovra volta a deporre la presidente Dilma Rousseff , approfittando anche del mancato riconoscimento della propria sconfitta elettorale nel 2013 da parte del candidato avversario di Dilma Aecio Neves (come si vede un modello di destabilizzazione applicato non solo in Brasile) . Il presidente della Camera accoglieva e incamminava la richiesta di impeachment presentata da tre giuristi e basata su accuse non previste dalla Costituzione per sollevare dall’incarico un presidente eletto, in particolare alcune irregolarità amministrative, peraltro non suffragate da prova alcuna. Per lunghi mesi, attraverso sentieri contorti e percorsi nascosti, con grande abilità l’infondata procedura si è gonfiata portando, il 30 agosto 2016, alla deposizione di Dilma. Non è facile identificare le forze e gli interessi occulti dietro a questa colossale manipolazione della legalità costituzionale, cioè arrivare a capire chi ha deciso cosa e quando.

Certamente un vasto arco di interessi economici e geopolitici nazionali ed internazionali anelavano a porre fine ad una esperienza di moderato riformismo razziale sociale e culturale che durava ormai da 13 anni e che rischiava di protrarsi. Senza dubbio all’interno delle forze politiche che avevano appoggiato l ‘alleanza di centro sinistra era avvenuto un cambiamento nei gruppi dirigenti con un forte spostamento a Destra. Ma determinante è stata la posizione distratta delle alte corti che avevano tutti i mezzi per interrompere pratiche improprie e insostituibile è stato il lavoro della grande stampa impegnata 24 ore al giorno a infangare i bersagli via via scelti da chi voleva creare caos. 

Dopo la deposizione anti costituzionale di Dilma Rousseff l’attacco è ripreso contro Lula. Bisogna, credo, non dimenticare mai che la deposizione era chiaramente illegittima anche agli occhi dei senatori chiamati a giudicare il processo, tanto è vero che gli stessi, alla fine del loro meschino giudizio, avevano votato per la non cassazione dei diritti politici della condannata. Peraltro a tutt’oggi gli organi competenti non hanno omologato la votazione del Senato che quindi vagola in un limbo non meglio definito. Sei anni dopo, a settembre 2022, il Ministero pubblico federale ha archiviato l’indagine civile che accusava Dilma di irregolarità nelle operazioni di credito (“pedalata fiscale” nel linguaggio facilmente orecchiabile) base giustificativa della richiesta di impeachment. Già, solo che nel frattempo il Paese è stato stravolto. 

Nella costruzione dell’insieme di passi volti a imporre un’agenda antisociale e anti costituzionale al Paese ruolo centrale ha avuto ancora una volta l’uso manipolato delle regole giudiziarie. A partire da settembre 2016 il progetto di eliminare l’ex presidente Lula dalla scena politica prese maggior corpo e rapidità. Oggi sappiamo che si trattava di un progetto abilmente costruito utilizzando e incentivando forme varie di abuso da parte di settori del potere giudiziario: in particolare non rispettando l’attribuzione del giudice naturale per l’imputato affidandolo alla magistratura di Curitiba invece che di San Paolo ed estorcendo confessioni premiate da detenuti incarcerati e caricati di pene di decenni non compatibili con le accuse avanzate, oltre all’utilizzo di “convinzioni” (nelle parole del procuratore) al posto delle prove di cui la stessa accusa riconosceva l’assenza. Il tutto completato da manovre anomale per emanare in tempi rapidissimi (non compatibili con la mole della documentazione presentata dalla difesa) condanne altissimi e per portare in tempi ancora più compressi il processo in secondo grado di giudizio sempre in una sede impropria, cioè il tribunale di Florianopolis, per impedire la presentazione di una candidatura elettorale. Il Supremo Tribunale Federale il 7 novembre 2019 decideva illecita la limitazione della libertà personale prima della sentenza definitiva di un processo determinando l’immediata fine del sequestro e la restituzione della libertà fisica di Lula. 

IL RICONOSCIMENTO DELL’INNOCENZA

Tutto questo era già evidente a occhio nudo da quei lontani anni e l’incompetenza della giustizia federale di Curitiba è stata riconosciuta il 18 aprile 2021 dal Supremo tribunale federale azzerando di conseguenza le sentenze da essa emanate e restituendo a Lula i diritti politici. Poco dopo il 23 giugno 2021 il Supremo tribunale federale riconosceva la parzialità del giudice Sergio Moro nell’azione penale contro Lula con conseguenze decadenza delle sentenze emesse. Quello che allora non si sapeva è che nell’ombra la procura responsabile dell’accusa e la magistratura giudicante coltivavano in modo continuativo contatti per concordare come coordinarsi per raggiungere l’obiettivo prefissato (forse loro affidato da qualcuno…). Nulla a che fare, come ovvio, con un processo giusto e imparziale. La sicurezza di agire impuniti da parte di questi due attori doveva essere molto solida come dimostra l’utilizzo sfacciato di mezzi di comunicazione che lasciano tracce indelebili che infatti, quando cercate, sono affiorante alla superficie divenendo prove (non convinzioni). In questo quadro deformato il passo successivo è stato quello di passare alle maniere fisicamente forti. Così dopo che l’ex presidente si il 7 aprile 2018 si era consegnato alle forze di polizia si è scelta la strada del sequestro: perché questo è stato per 580 giorni l’isolamento anomalo di un cittadino con un processo che non si era ancora conchiuso nei legittimi livelli di ricorso in un commissariato di polizia in mezzo ad una piazza urbana, luogo notoriamente non previsto per tempi lunghi di custodia.

Dico questo perché gli avversari di Lula ( in primo luogo il capofila oggi sconfitto degli stessi) usano in pubblico sempre l’espressione dispregiativa “presidiario” , cioè “detenuto, carcerato”. E si sa che il linguaggio ha una capacità performativa. Lula e Dilma sono innocenti e non sono mai stati colpevoli. Questo è stato riconosciuto dalle alte corti brasiliane. Nel caso del già ex e oggi presidente Lula egli è stato giudicato un prigioniero politico: infatti il 28 aprile 2022 l’Onu ha ufficialmente comunicato che il suo Comitato di Diritti umani aveva concluso che Lula era stato vittima di un processo parziale, che i suoi diritti politici erano stati violati nel 2018, disattendendo anche una ingiunzione dell’Onu dell’agosto 2018. Secondo la difesa di Lula, condotta in modo esemplare per equilibrio e fermezza da parte degli avvocati Cristiano Zanin e Valeska Teixeira, l’Onu ha accolto tutti gli elementi fondativi presentati fin dal primo comunicato all’istituzione il 28 luglio 2016 e la decisione dei Comitato è vincolante per il governo brasiliano, dal momento che il Brasile è firmatario del Patto Internazionale di Diritti Civili e Politici. Una ottima compagnia, quella dei prigionieri politici, con Nelson Mandela e Sandro Pertini fra gli altri. 

DEMOCRAZIA FRAGILE

Riguardando indietro questi sei anni personalmente il setaccio della memoria trattiene alcune tracce intense, mentre lo sguardo vede con sconcerto uno scenario di macerie. La prima riflessione riguarda la estrema delicatezza del sistema democratico così come lo conosciamo in occidente nel complesso di pesi e contro pesi non solo con la divisione dei poteri tra legislativo esecutivo e giudiziario, ma anche negli impulsi contenimenti e controlli che passano, o dovrebbero passare, attraverso partiti politici, gruppi di interesse regolamentati, accesso alle risorse, modalità di ingegneria elettorale. Una delicatezza che scivola in una situazione di crisi che si manifesta in parallelo a diverse latitudini, pur con elementi comuni. Ma soprattutto quello che non si può non vedere in questo caso è la estrema dignità con cui i principali bersagli (ma non i soli) della eversione hanno respinto l’attacco brutale a cui sono stati sottoposti: basta leggere l’autodifesa di Dilma davanti al Senato a fine agosto 2016 e osservare il comportamento di Lula nel commissariato di polizia per 580 giorni e nei momenti in cui è stato esposto in modo fascista alla pubblica gogna in coincidenza di gravi lutti familiari. Il veleno della istigazione all’odio (e alle emozioni che esso alimenta) verso avversari politici considerati nemici da abbattere invece che soggetti con cui confrontarsi politicamente e razionalmente continua a circolare e non è né sarà facile eliminarlo. Certo, entrambi, Lula e Dilma, sapevano di essere innocenti, ma sapevano anche di essere nelle mani di aguzzini obnubilati dalla fame di potere. Eppure sono riusciti a pratica un modo di fare politica, mi sembra, degno del massimo riguardo: rispettare le regole e non cedere di un millimetro sulla propria dignità personale che riflette a sua volta la propria scelta ideologica, un potente antidoto alla degenerazione rapace di desiderio eccessivo di potere. 

Ph. © Karla Vidal / via Unsplash

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Teresa Isenburg

Docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano

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