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Chiese e politica: quale rapporto?

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Nel quadro delle accese discussioni etico-politiche suscitate nelle Chiese dall’invasione russa dell’Ucraina, può non essere del tutto inutile ricapitolare alcune fondamentali prospettive di pensiero, che si sono consolidate nel corso dei secoli e che continuano, in varie forme, a strutturare il dibattito.

Naturalmente, nella forma nella quale le riassumerò, si tratta di “tipi ideali”, provvisti di un valore esplicativo, che nella realtà si incontrano in forme miste e “contaminate”, benché in genere riconoscibili.

La tradizione cattolica è tradizionalmente nutrita dall’idea di un “diritto naturale”, universalmente valido. Esso contempla, al proprio interno, la dottrina della “guerra giusta”. Se si leggono i testi (ad esempio quelli di Tommaso d’Aquino), si vedrà che non si tratta affatto di una benedizione religiosa della guerra, bensì dell’individuazione delle condizioni nelle quali essa, essendo inevitabile, può essere responsabilmente accettata come inevitabile, per difendere diritti elementari, quando vengono calpestati.

In seguito al magistero di GiovanniXXIII e al Vaticano II, tale dottrina, mai revocata, è passata progressivamente in secondo piano di fronte all’appello, che spesso si auto definisce “profetico”, a iniziative anche unilaterali, ispirate alla tradizione della non violenza. Resta evidentemente uno scarto tra quanto, in sede cattolica, viene proclamato dal Vaticano, che si considera super partes, e quanto accade nelle Chiese nazionali coinvolte nei conflitti, in particolare, ma non solo, alla base.

Il pensiero luterano ha sviluppato la dottrina chiamata “dei due regni”: Dio governa la Chiesa mediante la predicazione della parola (regno o ambito spirituale) e mediante l’esercizio dell’autorità politica (regno o ambito secolare), che ha le sue regole. Ignorarle (pretendendo ad esempio di costruire la pace mediante il puro e semplice appello alla buona volontà di chi in genere ne ha poca)non significa essere “radicali”, né“profetici”, bensì irresponsabili.

Il pregio di questa visione è nella sottolineatura del carattere secolare della politica; il suo limite risiede nella possibilità (a parole sempre combattuta, ma di fatto presente) di un’assoluta indipendenza della dimensione politica da quella morale. La pessima prova offerta da questa dottrina nel Terzo Reich ne ha fortemente compromesso la popolarità. In un contesto politico democratico, tuttavia, essa rivela elementi di attualità che andrebbero almeno esaminati.

Il protestantesimo “riformato” (“calvinista”, per semplificare) riconosce ampiamente gli elementi di fecondità della dottrina dei due regni. Il fatto però di essersi spesso sviluppato in situazioni di minoranza e oppressione lo induce a un minore ottimismo nei confronti dell’autorità politica e a una maggiore attenzione, rispetto al pensiero luterano (che pure conosce anche questa dimensione), al dovere della Chiesa di richiamare, se necessario, l’autorità politica ai propri limiti.

Una quarta opzione è quella separatista, spesso identificata con l’Anabattismo: in realtà, solo alcune espressioni anabattiste la fanno propria.

Richiamandosi in particolare al Discorso della montagna (Matteo 5,6,7), essa sostiene che la cristiana e il cristiano non partecipano alla gestione della società, in quanto ciò richiederebbe l’abbandono compromissorio della radicalità richiesta da Gesù.

La Chiesa costituisce una comunità separata e alternativa rispetto al mondo: il suo compito non consiste nel tentativo di contribuire al miglioramento di una società inevitabilmente perduta, bensì nell’annunciare l’alternativa del Regno di Dio.

In un contesto nel quale le Chiese (con la parziale eccezione di quella cattolica, a motivo del suo potere politico, ancora consistente) appaiono sempre meno rilevanti, l’opzione separatista potrebbe persino rivendicare elementi di concreto realismo.

In teoria, appare evidente che auspicare un semplice cocktail degli elementi che ci sembrano “simpatici”in ciascuna prospettiva risulti, per dirla educatamente, ingenuo: di fatto, però, è l’opzione di gran lunga più praticata, soprattutto da chi ha i mezzi mediatici per soverchiare gli altri. In fondo, anche e proprio questa è Realpolitik.

Ph. © Andrew Seaman via Unsplash

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

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