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Scrittrici e scrittori dal carcere

by Valeria Brucoli

di Valeria Brucoli. Redazione Confronti

Perché la scrittura in carcere? Il Collettivo Informacarcere, nato all’interno del Centro Sociale Evangelico di Firenze, da sempre rivolto alla comunità carceraria, ha provato a rispondere a questo interrogativo durante il convegno Scrittrici e scrittori dal carcere che si è tenuto lo scorso 8 ottobre presso la BiblioteCaNova di Firenze. 

Il Collettivo è impegnato nel progetto Storie liberate: raccontarsi dal carcere come azione di promozione umana che, attraverso la creazione della collana editoriale L’evasione possibile, si pone l’obiettivo di portare all’esterno della realtà carceraria le storie dei detenuti, declinate non solo nell’autobiografia ma anche nel racconto di fantasia. Un’operazione che non solo favorisce il benessere psicofisico dei detenuti, ma permette loro di favorire l’inclusione facendo conoscere ai lettori una realtà spesso invisibile, fatta di gravi ingiustizie e soprusi, ma anche costellata di esempi di solidarietà. 

Partendo dalla riflessione sul tema “Perché la scrittura in carcere”, il convegno ha visto la presentazione di diverse esperienze di successo nell’ambito dei laboratori di scrittura organizzati in carcere, incrociando il racconto di insegnanti e operatori attivi nei penitenziari con quello di alcuni detenuti ed ex detenuti, autori delle opere pubblicate nella collana L’evasione possibile, che hanno poi incontrato il pubblico in una tavola rotonda sul tema “Carcere e comunità”.

L’incontro è stato immaginato come un punto di raccordo tra la realtà dei penitenziari italiani e la società civile, a cui è affidato il compito di aiutare le storie dei dei detenuti ad “evadere” dal luogo in cui sono nate e portare nel mondo la loro testimonianza, come ha spiegato Paolo Martinino del Collettivo Informacarcere: «Il progetto Storie Liberate nasce da un’idea del Collettivo Informacarcere del Centro sociale Evangelico di Firenze, che vuole adoperarsi per far uscire dal carcere le storie scritte da detenuti. Il primo passo è quello di intercettare le storie attraverso contatti con i laboratori di scrittura o la corrispondenza che abbiamo con diverse persone all’interno del carcere, selezionare i testi e quindi pubblicarli. Quello che stiamo cercando di costruire è un collegamento tra il carcere e la società esterna attraverso la scrittura, costruire dei legami attraverso le storie, e invitare la società civile a prendersi cura di queste scritture, trasformandole in percorsi educativi, attività per le scuole, rappresentazioni teatrali e in tutto quello che può essere necessario per renderli strumenti di critica sociale».

Il progetto Storie liberate: raccontarsi dal carcere come azione di promozione umana, finanziato con l’8xmille della Chiesa Valdese e Metodista, oltre alla costruzione di un sistema integrato di azioni, basate sulla valorizzazione della narrazione di esperienze personali in carcere, per far conoscere all’esterno questa realtà, intende promuovere percorsi di inclusione. «La scrittura è sicuramente un atto di cura di sé, quindi ha un effetto terapeutico, non saprei dire se ha anche un effetto salvifico continua Paolo Martinino. Partendo dal presupposto che l’uomo è un essere libero, nel momento in cui alcuni uomini tolgono questa libertà ad altri, sentiamo l’esigenza di andare in soccorso di queste persone proponendogli uno strumento che in qualche modo provi a restituirgliela. Forse non salviamo nessuno, ma cerchiamo di tener viva dentro le persone la fiammella della libertà»

Nel contesto carcerario la scrittura rappresenta una finestra sul mondo, uno spazio di libertà che permette alle storie di uscire e raccontarsi con la voce di chi le ha vissute, invece che attraverso l’eco di chi le ha solo ascoltate. In questa prospettiva la scrittura carceraria diventa uno strumento necessario, non solo per chi è all’interno del carcere e può liberare pensieri, ricordi e storie, ma anche per chi è fuori, che ha la possibilità unica di ascoltare la testimonianza diretta di un ambiente altrimenti precluso alla società civile. Come chiarisce l’antropologo Pietro Clemente: «La scrittura in carcere ha tre caratteristiche fondamentali che si possono riassumere in esistenza, denuncia e comunicazione. La prima è la più antica e consiste nella manifestazione da parte del detenuto della propria esistenza attraverso un segno, che sia sul  muro di una cella, su una brocca, o su un foglio di carta. Un segno che talvolta può coinvolgere anche la prescrittura e che come unico scopo ha quello di testimoniare la propria esistenza e permanenza in quel luogo in opposizione a una vita che viene negata. La seconda dimensione è quella della denuncia, che in alcuni casi riguarda le condizioni in cui si vive, mentre in altri è una denuncia politica. La denuncia si trova in buona parte delle scritture della collana L’Evasione possibile, incentrate sull’uso arbitrario e violento dello spazio carcerario, in particolare per quelle persone che si trovano nel regime di 41 bis. Sono denunce per ingiustizia, che mettono in dubbio la posizione di uno Stato che dovrebbe “garantire giustizia”, e non riguardano soltanto l’ingiusta gestione dei corpi dei carcerati, ma anche il fatto che spesso in carcere arrivano persone in grave difficoltà, poverissime, analfabete, oppure stranieri che non riescono a comunicare le proprie necessità. In questa condizione di marginalità la depressione, l’abuso di farmaci e i tentativi di suicidio diventano la quotidianità. Oggi la dimensione della denuncia è ancora più importante che in passato, perché in questa mancanza di giustizia sentiamo lesa la legittimità di uno Stato che dovrebbe garantire diritti uguali per tutti, ma che non vede l’umanità di alcune persone e non ne rispetta i diritti. La terza dimensione della scrittura è quella che produce incontro, che esce dal carcere e diventa dialogo, ma soprattutto che cerca disperatamente di comunicare con l’esterno una realtà sconosciuta»

Se da una parte la dimensione carceraria esclude dal mondo esterno, dall’altra consente ad alcune persone di avere per la prima volta nella vita lo spazio e il tempo necessario per dedicarsi allo studio e alla produzione di opere letterarie. Paola Ortensi, Insegnante nei laboratori di scrittura di Noidonne al Carcere di Rebibbia descrive così l’esperienza nella sezione femminile: «La nostra esperienza nel carcere con Noidonne è durata cinque anni, in cui abbiamo incontrato alcune centinaia di donne. Il nostro obiettivo era parlare di notizie e informazione attraverso il nostro giornale, poi di dare la possibilità alle detenute di scrivere. Passando per l’analisi di alcuni articoli abbiamo stimolato la discussione e la riflessione su alcuni fatti di cronaca, per poi giungere al racconto di sé. Da qui è nata la scrittura di alcuni articoli, soprattutto incentrati sulla comunità e la vita nel carcere, in seguito dai testi scritti sono state tratte piccole opere teatrali. Quello che distingue la sezione femminile da quella maschile è che alcune di queste donne per la prima volta nella vita si ritrovano libere dai mestieri e dalla cura della famiglia e dei figli, quindi hanno la mente e il tempo necessari per dedicarsi a loro stesse. Questa scoperta può essere molto fruttuosa se la si riempie di stimoli. Le donne si rendono conto di aver vissuto un’infinità di prigioni prima della vita in carcere e che la scrittura può essere una valida forma di libertà e di evasione. Inoltre la scrittura ha il potere di unire chi sta dentro e chi sta fuori trovando punti di incontro nel racconto. Non esistono infatti i giusti e gli ingiusti, ma le circostanze che portano a commettere errori. E non dobbiamo identificare tutti i detenuti con i grandi fatti di cronaca, ma pensare che la gran parte di loro ha solo commesso un errore, per nascita o per casualità. Questo non vuole creare delle giustificazioni, ma invitare a vedere le cose in modo diverso, con un occhio libero dal giudizio».

Un concetto che il Pastore della Chiesa Valdese di Firenze Francesco Marfè ribadisce, invitando a non giudicare coloro i quali sono in carcere, sottolineando l’uguaglianza degli esseri umani rispetto alla possibilità di compiere crimini aberranti così come grandi imprese: «L’apostolo Paolo in un passaggio della Lettera ai Romani dice: “Non c’è nessun giusto”. Questo passo può essere difficile da comprendere perché siamo abituati a dividere gli esseri umani tra i buoni, che sono fuori, e i cattivi, che in questo caso sono dentro. Eppure questa pagina della Scrittura ci ricorda che non c’è nessun giusto, gli esseri umani sono tutti uguali, tutti orientati su sé stessi e ugualmente portati a compiere il peggio, ma anche capaci di fare grandi cose. Alla fine sono solo le circostanze a determinare le azioni e a far sì che qualcuno sia fuori e qualcun altro dentro. Quindi poter rialzare lo sguardo da sé stessi può permettere una liberazione spirituale, intellettuale, e interiore, e in seguito portare a una liberazione concreta». E aggiunge, sottolineando l’importanza di affiancare all’umanissima scrittura lo studio delle Scritture, in favore di una liberazione innanzitutto interiore: «Il messaggio dell’Evangelo è un messaggio di liberazione innanzitutto dai propri demoni. L’apostolo Paolo dice che l’essere umano è condannato a vivere per sé stesso e che questa è la sua schiavitù. Siamo egolatrici, concentrati su noi stessi, pensiamo di essere Dio e ci aspettiamo che il mondo attorno a noi si comporti di conseguenza facendo la nostra volontà, assecondando i nostri desideri e muovendosi intorno a quello che desideriamo. Quando questo non accade, questo pensiero ci dilania, ma qui interviene la Scrittura, il messaggio dell’Evangelo, a dimostrarci che non siamo Dio. Questa presa di coscienza ci permette di alzare lo sguardo da noi stessi e liberarci»

Ph.  © Welion Jashari / via Unsplash

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