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Torpignattara: il sacro che non ti aspetti

by Mariangela Di Marco

di Mariangela Di Marco. Giornalista

Con tre chiese cattoliche, cinque moschee, tre chiese pentecostali, due templi indù e uno buddhista, Torpignattara, quartiere a Est di Roma, rappresenta da tempo un pluralismo religioso che si è consolidato anche a livello nazionale. Un microcosmo che in genere viene raccontato con approccio sensazionalistico da fazioni politiche e diversi mezzi di comunicazione solo per i fatti di cronaca legati alla criminalità che alimentano non solo la percezione di insicurezza a fronte di una generale contrazione delle attività illegali in termini statistici, ma anche la polarizzazione che caratterizza il dibattito sulle migrazioni in Italia: associare l’aumento degli stranieri residenti in Italia a un problema di sicurezza, benché i dati Eurostat rilevino che gli indici di criminalità non siano aumentati con l’incremento dei richiedenti asilo. O presentare le persone migranti come vittime da commiserare. Una narrazione che porta dei rischi.

«Il primo è quello dell’esotizzazione del quartiere nel bene e nel male e di schiacciarla solo sulla presenza dei migranti che sono un elemento importante» spiega Alessandra Broccolini, docente di Antropologia dell’università La Sapienza e componente dell’Ecomuseo Casilino, ente museale che valorizza e promuove il patrimonio ambientale e culturale del territorio. «Il secondo è quello opposto, quello dell’autoctonia, ossia del ricercare a tutti i costi l’esclusiva dell’italianità» continua Broccolini.

Camminare nel reticolato di strade che compongono Banglatown, come viene definito il quartiere dove quella bengalese è la comunità più numerosa (6% dei residenti) dagli anni Novanta, aiuta a comprendere quanto sia una realtà complessa e multietnica costituita per il 22% da stranieri, secondo i dati del Comune di Roma. Tra vecchi e nuovi mestieri, gli odori speziati della cucina asiatica si mescolano con quelli della pizza, con quelli di un forno arabo che sforna piadine tutto il giorno al lato di una libreria-teatro, di kebab turchi accanto a ristoranti cinesi, di macellerie romane vicino a frutterie gestite da immigrati del Bangladesh. «Che cosa significa “storico”?» – conclude l’antropologa – «Ne è nato un dibattito perché anche i negozi bengalesi stanno diventando importanti per il quartiere e questo può trovare qualcuno in disaccordo. Ognuna di queste scelte diventa quindi una presa di posizione che si colloca anche a livello politico». Certo, microcriminalità e immondizia sono presenti, ma è un guaio comune a tutte le periferie romane.

La forte presenza bengalese si evince anche dal numero di moschee. Anche questo aspetto è caratterizzato non di rado da una narrazione mediatica che incrementa derive identitarie e un uso distorto di simboli religiosi utilizzati principalmente per alimentare lo scontro politico. Spesso si tratta di ex garage e negozi adibiti a luoghi di culto mimetizzati nel tessuto urbano, come accade nei Paesi musulmani, che rivelano la loro esistenza all’esterno per le file di scarpe e per i cartelli in bengali o in arabo che ne indicano gli orari di apertura. In alcuni casi sono state chiuse dalle autorità perché situate in luoghi non idonei. Questo del resto è un problema strutturale dell’Islam italiano: mancando di un’intesa con lo Stato queste moschee sono ufficialmente riconosciute come associazioni culturali. 

Nel tempo sono state promosse forme di integrazione, come il Patto nazionale per un Islam Italiano del 2017 con cui diverse associazioni islamiche si impegnano a collaborare con le istituzioni per la costruzione di un pluralismo pacifico basato sui valori costituzionali di libertà e uguaglianza, ma la mancanza di un’intesa formale presenta varie problematiche: leader religiosi non legittimati, festività non riconosciute, difficoltà ad avere pasti halal nelle mense, impossibilità di celebrare i matrimoni in moschea, festa del sacrificio non regolamentata, mancanza di cimiteri e di luoghi d’incontro dignitosi. Ciò significa allontanare il riconoscimento reciproco tra Stato e  una comunità che – come rilevato dal Dossier statistico immigrazione 2022 pubblicato e redatto dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con Confronti raccoglie un terzo dei cittadini stranieri del Paese (34,2%, pari a circa 1,8 milioni di persone).

La storia del quartiere si intreccia all’attuale sincretismo religioso che rappresenta. «Anche il cattolicesimo di Torpignattara era un luogo di culto non idoneo: la chiesa di San Barnaba (una delle tre presenti nel quartiere) fu istituita ufficialmente nel 1932 e quando nel 1925 i padri Pavoniani arrivarono da Brescia non avevano un luogo di culto formale, ma una baracca» riflette Carmelo Russo, antropologo dell’università La Sapienza e anch’egli membro dell’Ecomuseo Casilino. «Quando pensiamo al “sacro”, abbiamo nostre categorie prestabilite. Quello che noi percepiamo come contraddizioni o come scontro non è determinato in modo univoco».

La complessità del patrimonio sacro del V Municipio romano affonda le proprie radici nel Mausoleo di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, la cui volta venne costruita con anfore di terracotta, dette pignatte, da cui la zona urbana prende il nome. È situato accanto alle catacombe dei SS. Marcellino e Pietro, vittime delle persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. Entrandovi, si ammirano affreschi ben conservati che riproducono scene del Nuovo e Antico Testamento e anche miti pagani reinterpretati in chiave cristiana, rispecchiando gli scambi culturali di una società romana multietnica e multireligiosa, quale doveva essere al tempo di Costantino.

Tor Pignattara ha un rapporto storico con le migrazioni: tra gli anni Venti e il secondo Dopoguerra, da distretto industriale attirò migranti da diverse regioni italiane che costruirono baracche a ridosso dell’acquedotto Alessandrino, demolite negli anni Ottanta per lasciare spazio al parco che oggi è dedicato al partigiano Giordano Sangalli. Che è divenuto oggetto di studio del Dipartimento di Scienze Politiche dell’università La Sapienza perché espressione di dialogo con le istituzioni e di solidarietà tra i cittadini del Comitato Spontaneo – dove partecipano anche stranieri – a favore della comunità, rinsaldando forme di coesione sociale. In memoria di quei flussi migratori resta la Madonna della Capannuccia, addossata all’acquedotto ed espressione della spiritualità popolare. E poi le “pietre di inciampo”, opere dello scultore tedesco Gunter Demnig che costellano i marciapiedi e che celebrano la lotta al fascismo che questa zona incarnò e i tributi dell’arte muraria al pluralismo religioso e a Pasolini che indagò il paesaggio umano e sociale di questa fetta di città che ne fanno un microcosmo stratificato da conoscere per comprendere meglio l’Altro.

Foto: “Il Tempio delle Culture Migranti” Ex Arena Aurora, Torpignattara – Roma © Carlos Atoche via Facebook

Mariangela Di Marco

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