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Che Guevara

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Sono passati più di quarant’anni dalla tragica morte di Ernesto Guevara (detto “il Che” per il suo intercalare argentino), per mano di poliziotti boliviani e di agenti americani della Cia e grazie ad altre complicità dirette o indirette (per esempio dei membri del Partito comunista boliviano e dell’Urss alle loro spalle), e anche il suo mito ha finito per impallidire. E non viene più coltivato dalle ultime generazioni di giovani, che non sembrano amare nessun tipo di rivolta che proponga un cambiamento sociale – anzi socialista –, da loro considerato come utopistico e inutile e superfluo, nell’attesa, perfino un po’ compiaciuta, della fine di tutto…

«Come passa il tempo!» diceva un personaggio di Totò quando gli annunciavano la morte di Diocleziano, centinaia di anni prima.

Le magliette e le cartoline con la celebre foto che gli fece Alberto Korda raggiungendolo nella clandestinità di un “fuoco” di guerriglia, non le si vede più in giro da tanto tempo, e nessun poeta più canta il Che e nessuno più lo racconta, bene o male, in cinema in televisione sui giornali nei fumetti.

Degli anni che vanno dai Cinquanta fino, in parte, ai Settanta parlano al massimo brutte canzonette, e a tutti – a Destra come a quel che resta della Sinistra – sembra opportuno non evocare il periodo che un grande giornalista fotografo regista, Chris Marker, ha chiamato della “Terza guerra mondiale”, vinta dai potenti in flaccida alleanza tra loro ma pronti di nuovo a sbranarsi per i relativi interessi, e per il controllo delle materie prime con la forza e l’invadenza delle nuove tecnologie. Delle nuove armi e delle nuove banche.

Furono anni, quelli, di rivolte e rivoluzioni in molte parti del mondo, e di una sconfitta forse definitiva della speranza di poterlo cambiare in meglio, questo nostro e solo mondo… Seminarono molti lutti, e videro vittime spesso portatrici di purissimi ideali e talvolta anche di ottime, oneste pratiche in Africa, come il tragico congolese Patrice Lumumba la cui storia (e oggi la sua dimenticanza) non è infine diversa da quella di Guevara, e ha anche un non diverso fascino.

A ritroso, ci appaiono loro i più puri martiri di quegli anni: giovani che avrebbero potuto avere una vita facile e scelsero di combattere per liberare i loro Paesi dai malefici influssi e interessi del capitalismo occidentale, e anche del dispotismo orientale.

Nel contesto di quella “guerra mondiale” che vide protagonisti a loro vicini gli studenti del ’68 (e da noi anche gli operai del ’69), i neri americani, sia che fossero nonviolenti come Martin Luther King o violenti come Malcolm X (e su di loro si dovrà ritornare), i giovani cinesi (i più ingannati di tutti dalle astuzie della Politika!) come i giovani giapponesi, eccetera eccetera.

In questo contesto la figura del Che riluce di una grazia esemplare, perché egli, medico di buona famiglia, in un giro in motocicletta sulle Ande pensato con intenti turistici, vide la miseria dei contadini e dei pastori e delle popolazioni indigene e ne seppe ascoltare il lamento, cogliendone la spinta ad agire, perché tutto questo era ingiusto, perché tutto questo doveva cambiare.

Poi ci fu Cuba, la grande speranza di una rivoluzione finalmente vincitrice, e la definizione di nuovi orizzonti di lotta, di nuovi tipi di rivolta – una “rivoluzione nella rivoluzione” la definì Régis Debray, un giovane e un po’ astratto intellettuale francese conquistato da quei modelli sulla scia dei buoni insegnamenti ricevuti da Sartre e da Camus…

Ma anche a Cuba ne nacque un nuovo assetto del potere a cui il Che sfuggì cercando di dar vita altrove a nuove guerriglie, a nuove rivolte… E trovando in questo la morte.

Quali che fossero i suoi limiti, le sue compromissioni non solo ideologiche, la sua esperienza è l’esempio di una idealità vissuta sino in fondo dalla parte degli oppressi. Come lo è, liberato dalla retorica con cui lo si avvolse, il suo richiamo ai giovani che volevano seguirlo a non dimenticare mai la indispensabile “tenerezza” da difendere come un valore fondamentale, come qualcosa che occorre saper dare e ricevere se si vuol restare umani, fraterni e sociali e diciamo pure “socialisti” – e non gli strumenti di un nuovo sistema di potere. Il discorso non è chiuso, non è mai stato davvero chiuso nonostante l’intelligenza del Potere e tante viltà intellettuali e politiche, e il futuro saprà forse e ancora stupirci e conquistarci, chissà… “Mai dire mai”, scrisse un poeta che nel futuro credeva.

Illustrazione di © Doriano Strologo

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Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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