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Donne tra omologazione e regresso

by Giancarla Codrignani

di Giancarla Codrignani. Giornalista, scrittrice e già parlamentare.

Ci voleva solo il lungometraggio Tàr, con Cate Blanchett che interpreta una direttrice d’orchestra di potere che molesta le donne, simbolo del potere che “abusa” esteso ai generi. Letto nel “giorno della memoria” ha evocato le donne kapò dei lager, spesso feroci, perfino se ebree.

Il femminismo ha cucinato la differenza in tutte le salse, ma ha sempre negato l’ontologia che lega la maternità all’assenza di aggressività. Non siamo “più buone”, tanto meno “per natura”: abbiamo diversamente maturato cultura nella storia.

Per questo, se “partiamo dal corpo”, la teoria della differenza comporta il riconoscimento che la biologia non è zoologia e che forse nemmeno per gli animali il sesso è violenza. Ma nella società degli umani i due “corpi” sono destinati a essere “in relazione” tra loro. La storia evolutiva ha prodotto modificazioni di costumi e modelli sociali in cui non si è estinto il presupposto – non più istintivo, anche se prevale nelle società maschili e “vuole” le guerre – che il forte domina sul debole, impone le gerarchie e disconosce i diritti umani.

L’umano femmina è dunque “debole” non zoologicamente – può completare le esercitazioni del corpo dei marines (da sconsigliare anche ai maschi) –, ma biologicamente diventa madre: si suppone che in origine non si sentisse “debole”: diventò tale quando l’uomo stabilì “questa donna è mia”, “questi bambini sono miei”, mentre alle femmine il partner importava poco, salvo, forse, gradire di più chi non saltava loro addosso.

Così la maternità è diventata ruolo e la donna si è fatta civilmente subalterna. Ma ha imparato anche che la cura è meglio del potere.

Oggi le donne possono governare. Perfino in Italia. Abbiamo una politica “di genere”? No: veicolo per andare nei territori istituzionali è il partito, dove le più autonome non hanno ingresso facile e anche le fortunate prima o poi si adeguano. Ursula von der Leyen, già ministra della difesa, come Presidente della Commissione sostiene l’invio di sempre più armi in Ucraina, senza un rimpianto per non aver aperto una mediazione il giorno dopo il 24 febbraio.

Il modello di comportamento resta “unico” e nemmeno l’enfasi sulla “cura” – di sicura origine femminista – riesce a far gestire con “cura” le istituzioni, a partire dal Parlamento, dove può succedere di tutto come nelle nostre famiglie, ma senza l’affetto per mantenerlo: il presidenzialismo meloniano lo decapiterà a favore di maggior potere dell’esecutivo. Come sempre un problema in più per le donne rappresentate da donne.

Si pensi a Jacinta Andern, Prima ministra della Nuova Zelanda rieletta con il 69% dei consensi nel 2020, socialista, internazionalmente celebrata per la linea di fermezza sui princìpi democratici. Una che ha fatto campagna elettorale incinta e la sua bambina è stata nel 2018 la prima neonata entrata all’Onu, tenuta in braccio dal babbo mentre la mamma faceva il suo (forte) discorso alla tribuna. Eppure ha clamorosamente dato le dimissioni: «la buona politica passa anche dal riconoscimento della fragilità umana di chi la fa, dalla consapevolezza e dal rispetto nei confronti della responsabilità che si esercita, dal coraggio di ammettere la fine di un ciclo e di fare un passo indietro quando è ora… Anche i politici sono umani».

Pena internazionale per il coraggio della signora, di fatto per la famiglia: per la donna valore assoluto. Personalmente faccio fatica a credere che “una così” molli da un giorno all’altro: potrebbe esserci stata la sollecitazione del “partito” dopo un suo forte intervento a Sydney nel luglio 2022 a sostegno della democrazia e della libertà, ma anche contro le guerre, causa di crisi e di ingiustificabili violazioni dei diritti umani?

Comunque da un punto di vista femminista, una sconfitta: fare politica non è “da uomo”. Meloni si è messa al sicuro: è il presidente (anche se è andata a Bali per il G20 con la sua bambina e la sera “stacca” per metterla a letto con “la favola della mamma”. Non si dimetterà. Intanto il vecchio slogan veterofemminista “mandiamo la guerra fuori dalla storia” appare in crisi: non significa più che agli uomini – che, pure, sono padri – la guerra piace, dai giochi di strada infantili ai femminicidi e alle tastiere dei missili. Eppure non è uno slogan: il mondo è pieno di guerre che non giovano a nessuno.

Ph. © Martino Pietropoli via Unsplash

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Giancarla Codrignani 

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