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Grecia. Storie migranti

by Matthias Canapini

di Matthias Canapini. Fotoreporter e scrittore

In Grecia si osserva ormai da tempo un costante incremento dei flussi migratori. Crocevia delle tante rotte che hanno destinazione l’Europa, i migranti che stazionano in Grecia sono spesso confinati nei campi profughi, dove le condizioni di vita sono spesso critiche. In questo reportage vengono raccolte alcune storie che descrivono la situazione dei migranti nell’estate del 2022.

Agosto. L’aria del mattino è secca come il letto del fiume Vardar, che scorre a fianco del campo profughi di Gevgelija, ormai spopolato. Nei pressi della frontiera greca gli altopiani si appiattiscono; sembrano accompagnare il pulmino di linea verso Polykastro, dove Open Cultural Centre (un’organizzazione senza scopo di lucro attiva in Spagna e in Grecia) dà supporto alle comunità di migranti e rifugiati in transito. «I campi governativi in Grecia sono militarmente controllati, dunque ogni giorno molti amici e conoscenti passano a trovarci. Qui si rilassano, si sentono di nuovo persone, respirano. Noleggiamo biciclette e pratichiamo sport insieme. Qualche migrante, in attesa dei documenti, si è reso disponibile per dare una mano, tradurre, accogliere». Maria è la prima volontaria che incontro, parla al cellulare con toni entusiasti.

LE STORIE DI POLYKASTRO

Polykastro, frazione del comune di Paionia, sussiste nell’egemonia dei contrasti, nell’amalgamarsi delle diversità, caleidoscopio per incontri a tratti onirici. Di Hussein, diciotto anni, ancor prima degli occhi verde smeraldo, noto il braccialetto di stoffa cucito coi colori adottati dall’Esercito siriano libero: verde, bianco, nero, con tre stelle rosse nella fascia centrale. «Arrivo dal quartiere Bustan al-Diwan, nel cuore della vecchia Homs. La mia città è attualmente sotto il controllo di Bashar al-Assad, sebbene vanti il titolo di capitale della rivoluzione. Nella primavera del 2011 a Homs si svolsero infatti le più massicce manifestazioni contro il governo, con migliaia e migliaia di persone in strada. Scoppiarono scontri pesanti tra l’Esercito regolare e le milizie dell’Esercito libero siriano e di Al-Nusra. Poi arrivò un assedio durato anni. Fino al 2012 la zona era ancora vivibile, ma esplodevano già le prime bombe. Una delle tante ha colpito la mia casa… Quanto era bella la mia casa! Siamo scappati in Giordania, nel campo profughi di Zaatari, prima di raggiungere in aereo la Turchia e successivamente la Grecia. Ciò accadeva circa sedici mesi fa. Il nostro quartiere ha sempre avuto tensioni con l’apparato dittatoriale, ancor prima della guerra. Mio padre, da sempre nell’opposizione, è stato ucciso per questo motivo nel 2007. Siamo cresciuti in un clima di terrore, dove si temeva di criticare Assad anche dentro le mura domestiche. Tutti diffidavano di tutti. Guarda questo filmato girato nel 2012 da al-Jazeera, sono io con mia madre. Le persone che gridano stanno chiedendo ai volontari della Mezzaluna rossa più latte per i bambini. Nel febbraio di quell’anno le madri erano disperate: non c’era latte in polvere nemmeno a rubarlo. Io ho smesso di andare a scuola quando è arrivata la guerra. Ricordo che Aleppo, Homs, Daara ospitavano palazzi e residenze alte sette piani. Ora ne rimane uno, di piani. Città fantasma, quasi completamente rase al suolo».

Incuriosito dalle chiacchiere, Ibrahim, detto Ibo, è desideroso di condividere il proprio vissuto. Sprofondiamo sui gradini in marmo, il paese sembra oziare. Tre libellule inseguono tafani con un vibrare secco di ali. «Nel 2011 sono scappato da Hama prima che esplodesse la guerra. Mi sono bastate le avvisaglie, i primi tafferugli per capire l’aria che stava tirando. Abitavo nel quartiere di al-Karameh, di fronte la moschea Sheikh Saeed Al-Jabi. Ho trascorso quattro anni in Libano prima di raggiungere Edirne. La repressione da parte delle autorità siriane ha costretto, già nel 2013, oltre due milioni di persone ad abbandonare le proprie case e cercare rifugio nei Paesi limitrofi. Il Libano è diventato così il primo Paese della regione ad accogliere più di ottocentomila rifugiati. Sono diretto in Norvegia, a Bergen precisamente, sebbene abbia un fratello che lavora come architetto in Germania. Svolgendo volontariato con l’associazione norvegese Drop In The Ocean all’interno del campo di Nea Kavala ho imparato la lingua, dunque sono in parte facilitato. Sarei già potuto partire poiché due settimane fa un valido contatto mi ha offerto un passaggio illegale dalle coste greche all’Italia. Ho soldi sufficienti, ma non ho accettato. So a cosa si va incontro in mare e mettendoti nelle mani dei trafficanti rischi botte, furti, ritorsioni. Non me la sento».

Abdu Allah, 20 anni, capelli ricci legati a chignon, tra una settimana riceverà il passaporto e volerà in Belgio. È preoccupato del divario linguistico che lo attende. Sforzandosi e acchiappando parole, si esprime in un inglese sufficiente per comprendersi. Quel che basta per conoscersi. «Vivo da cinque mesi con una famiglia greca; il coordinatore educativo del campo profughi mi ha accolto in casa. È lì che ho imparato il greco, anche se per qualche mese ho frequentato una scuola a Kilkis. Era troppo distante, così ho rinunciato. In Siria è tutto finito, il nostro Paese è in mano ad Assad e Putin. Mi sono beccato quattro anni di guerra per niente. Vivevo a Binnish, vicino Idlib, ma con l’inizio del conflitto l’Esercito Governativo ha cominciato a reclutare centinaia di ragazzi. Più della metà ha disertato, abbandonando il Paese. Tutta la mia famiglia vive ancora a Binnish, stanno tutti bene ma non possono andarsene, il confine turco è blindato e i militari di Erdogan sparano a vista. In famiglia avevamo soldi sufficienti per far partire solo uno di noi. È toccato a me, essendo il primogenito». Il taccuino è irrorato di numeri telefonici, facce buffe, nomi arabi, mappe abbozzate. I denti di Youssef, rovinati dal tabacco, illogicamente rendono ancora più difficile la comprensione di un ottimo inglese, tagliato però di netto nella parte finale dei vocaboli. Le lettere naufragano tra lingua e labbra. «Lavoravo in un celebre negozio di vestiti con vista sul fiume Nilo. Non era lontano dalla rigogliosa isola di Gezira, la torre del Cairo, capitale d’Egitto. Un bel salto di qualità per me, nato e cresciuto nei bassifondi della città. Come studente a diciotto anni ho partecipato alla Rivoluzione, nota anche con il nome di Rivoluzione del Nilo. Tutto è cominciato il 25 gennaio 2011. Il vasto movimento di protesta di cui facevo parte chiedeva maggiori diritti, giustizia, lavoro, riforme costituzionali, la caduta del trentennale regime del presidente Hosni Mubarak. Inizialmente abbiamo manifestato in maniera pacifica, facendo sentire la nostra voce tramite la disobbedienza civile, le contestazioni pubbliche, lievi insurrezioni. Il fenomeno ha preso poi un’altra piega, sfociando in aspri scontri che hanno provocato numerose vittime tra manifestanti, poliziotti, giornalisti, militari. I vecchi del paese ci hanno tradito, scagliandoci addosso cecchini, barricate, manganelli. L’epicentro della protesta, piazza Tahrir, nelle giornate del 2 e 3 febbraio è divenuto luogo di intenso conflitto, con tanto di sassaiole, lanci di oggetti e raffiche di armi da fuoco. L’11 febbraio abbiamo festeggiato le dimissioni di Mubarak senza sapere che il peggio, forse, sarebbe arrivato circa due anni dopo».

L’uscita di scena del presidente Mubarak lascia il potere politico sotto il controllo del Consiglio supremo delle forze armate, composto da diciotto militari e presieduto dal maresciallo Moammed anāwī. Ai militari viene demandato il compito di traghettare il Paese verso la democrazia. Una parola sciapa che fa ridere di gusto Youssef. «Dopo vari capovolgimenti ricominciano i disordini nel novembre 2012, questa volta per chiedere la destituzione del presidente e leader dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi. Per farlo abbiamo raccolto oltre ventidue milioni di firme, tentando così di ottenere elezioni anticipate. Il 3 luglio 2013, di fronte al movimento massiccio di protesta, Morsi viene rimosso dalla carica da un colpo di Stato messo in atto dal comandante delle Forze armate egiziane, il generale Abdel Al-Sisi. Sembrava che qualcosa stesse finalmente cambiando e invece tutto stava crollando. Il nuovo governo in carica dava la caccia a tutti coloro che avevano partecipato alle proteste: studenti, attivisti politici, simpatizzanti. Nessuno era più al sicuro, retata dopo retata mi hanno sbattuto in carcere sei mesi… Puoi immaginare: ho perso il lavoro, gli studi, gli affetti. Appena scarcerato sono scappato in Turchia con una barca, tagliando in due il Mediterraneo, sfiorando l’isola di Cipro. Ho trascorso svariati mesi sull’isola di Samos, prima che rendessero i campi veri e propri ghetti. Ho tentato di fare volontariato per non perdere le relazioni e tenere attiva la mente e il fisico, ma appena ho compreso che, tutto sommato, da certi luoghi non c’è via di fuga, ho ripreso le mansioni che facevo da bambino al Cairo: spaccio, piccole rapine, favori. Soldi sporchi, ma guadagnati da me stesso, senza dipendere da nessuno. Ad Atene ho tastato la vita di strada, perdendo la carta d’identità ho dovuto sorbirmi tutta la trafila burocratica da capo. Nell’attesa, vengo qui per rilassarmi ed evadere dalle quattro mura di Nevala Camp». 

IL CAMPO DI VAGIOCHORI

Le folate di vento caldo mi conducono in uno dei campi peggiori di tutta la Grecia, quello di Vagiochori, situato lungo una tangenziale secondaria che collega Salonicco a Kavala. Elementi essenziali contraddistinguono questo campo di transito, spalmato su un pianoro rovente a un paio di chilometri dal primo paesino abitato (dieci casette in mattoni che sporgono sul lago Volvi): insetti ronzanti, tende bianche dell’Unhcr, l’ufficio dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) sbarrato da una panca in metallo. I vigilanti e il dottore si trastullano dentro gli uffici, l’elica del condizionatore fisso spara all’esterno scrosci d’aria bollente. Un bidoncino dell’olio tagliato a metà, imboccato di pigne, rami secchi e manciate d’aghi silvestri, funge da fornello.

La madre di Hassan, ventisette anni, mette a bollire una spanna di caffè. «In questo campo tutto va male. Per avere un flacone di shampoo ho dovuto aspettare venti giorni. Non ci sono supermercati nelle vicinanze, l’Unhcr non si è mai visto. Le tende plastificate sono infiammabili, è già successo che un falò mal gestito bruciasse i ripari. Mi sono appoggiato in diversi campi della zona: Schisto, Kavalari, Diavata. Nel campo di Alexandreia, un mese fa, è morto mio figlio. È nato prematuro e le condizioni del campo lo hanno debilitato; si è preso una infezione alla pelle ed è stato traportato di corsa all’ospedale, in preda a febbre alta e convulsioni. Da allora non credo più a nessuna organizzazione umanitaria». I curdi che incontro, quasi tutti originari di Afrin, scappano dalle bombe turche, cominciate a piovere la scorsa primavera. Baran, ventitré anni, elogia l’Unità di protezione popolare (Ypg) e demonizza russi, turchi, americani, Peshmerga. «La città di Afrin, in marzo, era circondata dalle truppe di Ankara; restava aperto un solo corridoio umanitario. Ci siamo imbottigliati dentro quel corridoio in centocinquantamila, tutti civili. Per raggiungere Vagiochori abbiamo oltrepassato il fiume Evros, tra Bulgaria e Turchia, nelle cui acque centinaia di uomini e donne sono morti affogati. Già il 20 gennaio 2018 le Forze armate turche hanno iniziato un’operazione militare nel cantone a maggioranza curda di Afrin, dando alla manovra il nome in codice Ramoscello d’Ulivo. Le nostre case sono diventate pezzi di puzzle per le strategie geopolitiche dell’Occidente. La Turchia dice che noi curdi siamo tutti terroristi, ma allunga la tua mano e guardati le dita. Ognuna è diversa dalle altre no? Come puoi dire che tutti i membri di un popolo sono uguali? Come possono dire che siamo tutti terroristi e dunque bombardarci?».

Due sorelline piagnucolano e si sporcano i piedi nella terra rossiccia: sono le figlie di Mohamid, trentatré anni, e Lavin, ventuno, che le sorridono da sotto i pini. «Tempo fa ho stretto amicizia con una famiglia georgiana. Mi hanno regalato dei vestiti, abitano due stradine dietro il campo. Mia moglie è bravissima a cucinare; la sua specialità è il Parda pilaf, un piatto tipico della cucina curda, composto da riso, verdure e pollo. Dove potrebbe cucinare qui? Non abbiamo nulla, solo la noia delle giornate tutte uguali. Nel campo tutti abbiamo mal di denti, infezioni, diarrea, gastroenterite, ma i medici passano raramente e se non fosse per le dottoresse di qualche associazione umanitaria ci ammaleremmo seriamente. Dicono che il campo di Vagiochori verrà chiuso in ottobre…».

Solo nel momento in cui Mohamid si alza in piedi notiamo l’andatura claudicante e la stampella come sostegno. Un po’ a gesti e soprattutto grazie a Google Traduttore racconta di aver ricevuto, tra femore e anca, tre colpi di pistola dal fratello. «La mia famiglia, fondamentalista fino all’osso, imponeva a Lavin di indossare il velo, mentre io ero contrario. Dopo l’incidente, abbiamo deciso di scappare e, proprio lo stesso giorno, mio suocero, un ufficiale Peshmerga, ha perso la vita: un kamikaze dell’Isis si è schiantato contro la sua postazione. Portandoci dentro questo dolore, come possiamo sopravvivere? Anziché inseguire il sogno effimero dell’Europa, forse faremmo meglio a rimanere qui, accontentarci, coltivare la terra?». Brancichiamo dentro un orologio di arena fatto di canalini puzzolenti, buzzi appestanti, piedi rotti. In una tenda ai margini del campo sono addossati scarpe squartate e panini ricoperti di muffa verde. Buste della spesa si infrangono contro le reti appuntite del perimetro, rimanendo impigliate nei fili spinati mai fuorimoda. Fanno parte del paesaggio, come le lamentele, come l’erba bruciata. 

Foto © Matthias Canapini

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Matthias Canapini

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