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1992 anno cruciale. Da Mani pulite alle stragi di mafia

by Enzo Ciconte

di Enzo Ciconte. Storico, scrittore, docente di Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia, già consulente presso la Commissione parlamentare Antimafia.

(Intervista a cura di Claudio Paravati. Direttore Confronti)

Il 1992 è stato un anno cruciale per l’Italia: da un lato c’è l’inchiesta Mani pulite e dall’altra le stragi di mafia nelle quali cadranno anche i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. A trent’anni di distanza com’è cambiata la criminalità organizzata?

Tra i massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose, Enzo Ciconte nelle sue pubblicazioni ha raccontato i meccanismi con i quali le mafie sono riuscite a penetrare nel Nord Italia e, grazie alla capacità di legarsi alla criminalità locale, a innestarsi nelle maglie della politica del Paese. Nel suo ultimo libro 1992. L’anno che cambiò l’Italia. Da mani pulite alle stragi di mafia (Interlinea, 2022), Ciconte rileva che per capire da dove nascano le stragi di Matteo Messina Denaro e l’omertà, che l’ha tenuto nascosto fino alla cattura dello scorso 16 gennaio, bisogna tornare indietro al fatidico anno in cui una serie di eventi cambiarono il volto dell’Italia.
Un viaggio a ritroso che rievoca dalle stragi di mafia di Falcone e Borsellino all’esplosione di Mani pulite, con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro a presidente della Repubblica in un momento drammatico per il Paese.

Perché il 1992? Perché quell’anno?
Perché succedono tanti fatti clamorosi. Due in particolare. A Milano inizia un’indagine travolgente che sarà definita poi come Mani pulite, che parte da una vicenda banale. Quella che vede coinvolto un manager socialista [Mario Chiesa, all’epoca presidente del Pio Albergo Trivulzio] e poi travolgerà praticamente tutti i partiti. Naturalmente ci sarà un’accelerazione dopo le elezioni politiche di quell’anno.

Questo è il primo fatto clamoroso, perché cambieranno i partiti, alcuni spariranno, penso alla Democrazia cristiana e al Partito socialista, che nel giro di qualche anno non esisteranno più nel panorama politico. La seconda questione sono le stragi, quella di Giovanni Falcone prima [23 maggio] e quella di Paolo Borsellino dopo [19 luglio], nell’arco di 55 giorni.

Cosa c’è di irrisolto, ma anche di rimosso?
Quello che viene rimosso è la corruzione, che ancora continua a esserci e che non riguardava solo i partiti. Questa è semplicemente una rappresentazione. La corruzione riguardava manager pubblici e privati, riguardava le aziende, grandi personaggi dell’economia, quindi, non solo i politici. E questo è un elemento che si vuole rimuovere perché si dice che sia stata un’indagine politica, che sia stata un’indagine che è andata in un’unica direzione. Io vorrei ricordare però che non c’erano più i comunisti, perché il Pci si era sciolto già nel ’91, ma nel ’92 la persona che indagò sugli uomini che avevano fatto parte del partito comunista era Carlo Nordio, che oggi è il ministro della Giustizia italiano.

Quella indagine che durò molti anni e che costò molti soldi si risolse in un nulla di fatto. Quindi si indagò anche in altre direzioni, solo che su alcuni si è riuscito ad avere delle prove e su altri no. Delle due l’una. O i reati contestati erano inesistenti o chi indagava ha sbagliato. La seconda cosa che invece rimane irrisolta è chi sono i mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio? La strage di Capaci può essere “giustificata”, “compresa”, nel fatto che a inizio anno la Corte di Cassazione per la prima volta condanna i mafiosi all’ergastolo, i capimafia.

Salvatore “Totò” Riina aveva promesso che quel processo, il famoso Maxiprocesso di Palermo (iniziato 10 febbraio 1986), in Cassazione si sarebbe concluso con un nulla di fatto. La cosa non avviene e quindi Riina reagisce. Riina si vendica. Però anche su questa ricostruzione c’è un punto interrogativo che rimane irrisolto. In prima battuta Riina invia un commando – che non era composto da persone inesperte, perché c’erano Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella: persone di grande “spessore criminale” – per uccidere Falcone a Roma. Solo che questo commando sbaglia ristorante. Dopodiché Riina dà l’ordine di rientrare a Palermo. Perché lo fa? Poteva benissimo aspettare una settimana. Avrebbero trovato il modo di prendere Falcone in un altro ristorante, perché Falcone a Roma allentava la scorta.

Perché lo fa? Forse perché qualcuno gli suggerisce che è meglio fare quello che ha poi fatto a Capaci, in modo tale che tutto il mondo avrebbe parlato di Riina e di Cosa nostra? E che quindi avrebbe avuto una “autorevolezza criminale” tale da poter giocare con lo Stato per ottenere dei risultati? Questo è un interrogativo che rimane irrisolto. La seconda considerazione, che è ancora più pesante, è perché uccide Borsellino 55 giorni dopo Capaci? È evidente che se si fa una cosa di questo genere bisogna aspettarsi una risposta dello Stato. A meno che non avesse fatto una valutazione di uno Stato in ginocchio, incapace di reagire, cosa improbabile. Così come non si comprende quale urgenza ci fosse nel prendere questa decisione.

Borsellino – come ho detto nel libro analizzando i verbali dell’epoca – come tutti i magistrati subito dopo le stragi era in difficoltà. Pietro Giammanco [dal 1990 procuratore capo della Repubblica presso il tribunale di Palermo] non gli dava spazio, addirittura non lo mandò neanche a parlare con Gaspare Mutolo, quando lui stesso voleva parlare proprio con Borsellino, avendone fatta esplicita richiesta.

La seconda cosa è che Borsellino non era stato chiamato a deporre a Caltanissetta, dove c’era l’indagine per Capaci. Questi due punti rimangono oscuri a distanza di tanti anni, ed è probabile che nelle decisioni di Capaci e di via D’Amelio abbia giocato qualcuno, qualche entità. Chi ha dato un colpo mortale a Cosa nostra si chiama Totò Riina. Ma per capire perché bisogna fare un salto di dieci anni. Dieci anni prima, infatti, viene ucciso a Palermo Pio La Torre, che era il segretario regionale del Partito comunista italiano e aveva fatto tantissime cose, tra le quali aveva proposto una legge per introdurre l’articolo 416 bis nel codice penale. Pio La Torre viene ucciso, ma la legge non si fa perché nella Democrazia cristiana palermitana continuano a comandare Vito Ciancimino [che prima di essere condannato per associazione mafiosa e corruzione è stato sindaco di Palermo] e Salvo Lima [anch’egli già sindaco di Palermo e poi ucciso da Cosa nostra il 12 marzo 1992], che tutto volevano tranne la legge contro la mafia.

Quindi ci sono resistenze grandissime e la legge non si fa. Dopo pochi mesi viene ucciso Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo [3 settembre], che era diventato prefetto di Palermo. Anche qui la domanda: quale urgenza c’era di ammazzare Carlo Alberto dalla Chiesa? Aveva chiesto dei poteri ma non gli erano stati dati. Addirittura il giorno in cui fu ammazzato, un sottosegretario del ministero dell’Interno [Angelo Sanza] disse a un giornalista, e la cosa tragica è che fu pubblicato su Il Mondo proprio quel giorno, che: «Dalla Chiesa era un prefetto come gli altri», e non avrebbe avuto i superpoteri. Quindi lui agiva a Palermo in terra nemica. E lui lo sapeva benissimo, infatti non andava nei salotti palermitani, perché capiva benissimo che lì dentro c’era del marcio. Era un prefetto che si limitava ad andare nelle scuole, cosa nobile, ma che dal punto di vista degli interessi mafiosi non li colpiva nell’immediatezza. Gettava il seme di frutti che si sarebbero visti anni dopo. Perché, dunque, ammazzarlo in quel modo? Perché Riina decise di ammazzare Dalla Chiesa dopo aver ammazzato La Torre? È chiaro che subito dopo la morte di dalla Chiesa, per il personaggio che era, un personaggio di carattere nazionale, lo Stato decide di fare l’articolo 416 bis. La legge cosiddetta Rognone-La Torre è la legge più importante per combattere la mafia.

Se noi oggi abbiamo ridotto la mafia in condizioni di minorità rispetto a quella che era 30 o 40 anni fa, è esattamente per quella legge. Quindi Riina, che comandava la mafia nel 1982, così come faceva nel 1992, ha fatto in tutte e due le vicende degli errori clamorosi. Quel che non sappiamo è se li ha fatti da solo o se qualcuno gli ha detto di fare quegli errori.

 

Non può far parte del personaggio il fatto di aver perso semplicemente il controllo perché era un criminale con un delirio di onnipotenza? Non può essere semplicemente questo?

A questa domanda ne segue un’altra. Se fosse così, lo Stato non lo avrebbe preso il giorno dopo? Lui è rimasto latitante per decenni e ha fatto una cosa che nessun altro latitante ha fatto. Ha fatto fare alla moglie quattro figli, facendola partorire nelle cliniche private di Palermo con il nome di Riina. Non ha messo un cognome diverso. Un latitante che ha queste coperture non è un latitante qualsiasi, ed è evidente che ci sia da parte dei livelli alti della borghesia e dello Stato una copertura, perché Rina serviva a fare alcune operazioni. Una di queste era quella di uccidere prima La Torre e poi Dalla Chiesa. Non dimentichiamoci su La Torre una questione importante, ovvero che i Servizi segreti per 20 anni hanno seguito La Torre perché sospettavano che fosse un agente di una potenza straniera, ovvero l’Unione Sovietica. Se potessimo avere i dati che quelli che seguivano La Torre raccoglievano giornalmente, avremmo una storia straordinaria, che non potremmo avere diversamente. Perché mancano le riunioni, gli incontri, che cosa faceva, con chi parlava, chi andava a trovare. E una settimana prima dell’omicidio questa vigilanza si interrompe senza nessuna spiegazione. Sette giorni prima. Quindi gli interrogativi sono tanti in queste vicende. Ecco perché questa domanda non ha una risposta positiva. Riina non era un “pazzo”. Se fosse stato solo questo l’avrebbero fermato prima.

Queste dinamiche per chi studia queste cose probabilmente sono intellegibili, ma non per un cittadino che non ha questa sensibilità. Cosa è successo? Perché esistono queste zone d’ombra? Perché uno come Borsellino che combatteva la mafia non era protetto?

Se facessimo una storia della magistratura guardando quello che è accaduto, ci accorgeremmo che dentro la magistratura convivono delle vicende di magistrati che sono terrificanti. Non ci dobbiamo meravigliare di questo. La magistratura fa parte dell’élite del nostro Paese. Non è un corpo separato rispetto alla società o ai poteri. Se guardiamo come è stato trattato Falcone dentro la magistratura italiana, a cui da giovane sono stati affidati processi di poco valore, perché stava dando fastidio con delle indagini che rischiavano di rovinare l’economia siciliana (così gli fu rimprovrerato), ci rendiamo conto di che cos’era la magistratura in quegli anni. E ce ne rendiamo conto anche dal fatto che c’erano magistrati di grandissimo valore che sono stati uccisi. Non dimentichiamoci che prima di Falcone erano stati uccisi Cesare Terranova [25 settembre 1979], Gaetano Costa [6 agosto 1980] e Rocco Chinnici [29 luglio 1983]. Dentro la magistratura c’erano entrambe le componenti: quelle di straordinaria capacità di affrontare i problemi e anche quelle vigliacche e conniventi. Su questo non c’è dubbio. Oppure c’era chi, semplicemente, non capiva quello che stava succedendo. Il procuratore di Palermo dell’epoca, Giammanco, apparteneva a questa categoria.

Il libro finisce dicendo che la risposta dello Stato c’è stata. È un lieto fine da questo punto di vista?


Il 21 marzo di ogni anno cade il giorno del ricordo delle vittime della mafia, che sono tantissime. Ma dal 1992 a oggi vittime di mafia sono quasi scomparse, tranne rari casi. Quindi già questo è un passo enorme, straordinario. Quella che era la mafia del 1992 non può essere paragonata alla mafia di oggi. Le mafie, compresa la ’ndrangheta, e la camorra, oggi sono in difficoltà. Eppure rischiano di riprendersi, soprattutto al Nord del nostro Paese, dove c’è molto silenzio. Proprio al Nord – tra Emilia Romagna, Veneto e Lombardia – ci sono state due o tre sentenze, nelle quali il presidente di quella sezione del Tribunale che ha condannato alcuni mafiosi ha mandato gli atti al Pubblico ministero per agire contro dei testimoni reticenti. Quindi dentro un pezzo di società lombarda, veneta, piemontese, emiliano romagnola, si è intrufolata l’omertà: o per paura o per convenienza.

1992 e 2022. Le mafie sono più deboli ma il Paese lo guarda con un occhio di speranza, oppure prevale la delusione per analogie troppo forti: un’economia bloccata, raccomandazioni, corruzione, ecc. Come vede il sistema Paese?

Io sono abituato da quando ero ragazzo a guardare le cose in positivo, perché se non si fa questo non si potrebbe fare politica, scrivere di Storia, cercare di capire cosa accade. Facendo un ragionamento storico, è vero che ci sono tutte queste condizioni, ma il Paese ha la capacità di cambiare e di rinnovare questa situazione. Trent’anni fa c’erano persone che dicevano che la mafia non esisteva in Italia. Oggi è difficile che qualcuno dica una cosa del genere. Una volta c’erano uomini politici, imprenditori, prelati, parroci che si vantavano del fatto di avere amicizie con i mafiosi. Oggi una cosa del genere sarebbe impossibile. Perché? Perché si è creato un senso comune secondo il quale il mafioso è il male, e la mafia è una cosa da cui tenersi lontano. Quindi abbiamo una condizione che è radicalmente cambiata rispetto al passato. Non abbiamo finito, però: diciamo che abbiamo delle buone munizioni a nostro vantaggio, non solo quelle di carabinieri, polizia e Guardia di Finanza, ma anche munizioni che vengono dal mondo della cultura e della politica. Abbiamo seminato in tutti questi anni, e qualcosa stiamo raccogliendo adesso.

Foto © istantanea scattata poco dopo la Strage di Capaci via Wikimedia Commons

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Enzo Ciconte

Storico, scrittore, docente di Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia, già consulente presso la Commissione parlamentare Antimafia

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