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Sudan. Poco fratelli, molti coltelli

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

Pur essendo ora rivali, Abdel Fattah al-Burhan e Mohammed Hamdan Dagalo (detto Hemedti, “piccolo Mohamed”) sono entrambi imputabili di crimini come le stragi di civili in Darfur e la repressione di massa contro i manifestanti che, alla caduta del dittatore al-Bashir, chiedevano libertà e democrazia in Sudan.

Anche se si stanno combattendo con sanguinaria caparbietà, Abdel Fattah al-Burhan e Mohammed Hamdan Dagalo (detto Hemedti, “piccolo Mohamed”) sono “fratelli sotto la pelle”, prendendo in prestito la definizione da Rudyard Kipling. Sono infatti coautori delle stragi di civili in Darfur, così come della repressione di massa contro i manifestanti che chiedevano libertà e democrazia, alla caduta del dittatore al-Bashir. Il primo in veste ufficiale di generale dell’esercito prima e nei fatti capo del Sudan dopo.

Il secondo invece come comandante del gruppo paramilitare dei Diavoli a Cavallo e successivamente nella veste ufficiale di vicepresidente del Consiglio sovrano di Transizione. Ambedue condividono il sostegno indicibile al dittatore al-Bashir, di cui sono stati pilastri fondamentali, prima di concordarne la defenestrazione.

In soldoni nessuno dei due può spacciarsi come un paladino della democrazia ma sono solo due versioni della stessa violenza usata senza limiti contro civili inermi. Per questo con modalità diverse (e spesso nelle scambievoli vesti di “Gatto” e “Volpe”) hanno sempre osteggiato la transizione verso le elezioni e quindi il passaggio dei poteri ai civili per conservare il potere, garantirsi l’immunità e salvaguardare le enormi ricchezze accumulate in questi anni.

Non a caso entrambi non hanno mai mantenuto la promessa di consegnare al-Bashir alla Corte penale internazionale dell’Aja perché nei loro confronti nel corso del processo sarebbero emerse responsabilità nei massacri, oltre ad affari di corruzione, appropriazione indebita, arricchimenti personali. Il generale al-Burhan, rigida formazione militare con specializzazioni in Egitto e Giordania, sostenuto dalla nomenklatura islamista dell’esercito, sopravvissuta al passato regime, sogna di emulare il collega al-Sisi, il padre-padrone del Cairo, che ricambia con il generoso invio di soldati e aerei da combattimento.

Al-Sisi spera così di tenere il Sudan al proprio fianco nella contesa che contrappone l’Egitto all’Etiopia per il controllo delle acque del Nilo che Addis Abeba sta mettendo in discussione con la costruzione dell’enorme diga della Rinascita con l’obiettivo di riscrivere accordi vecchi di oltre un secolo e oggi inadeguati. Hemedti invece si è autoproclamato generale delle Forze di supporto rapido, una infernale banda di centomila tagliagole.

Dopo la terza elementare, ha svolto la sua personale accademia militare nel deserto come cammelliere prima di approdare in Darfur nel 2003 dapprima appoggiando i ribelli per passare dopo 6 mesi sul fronte opposto, con i governativi del dittatore al-Bashir. È diventato ricchissimo grazie ai traffici di oro estratto in Darfur, contrabbandato in Russia (grazie ai paramilitari della Wagner) via Emirati Arabi, dove è depositato il suo tesoro.

Intorno al conflitto in corso, c’è una pluralità di nazioni interessate alla strategica posizione del Sudan, posto tra il Nilo ed il Mar Rosso, con enormi ricchezze minerarie ed un grande potenziale agricolo, uscito di recente da decenni di sanzioni e isolamento. La Russia ha trovato un approdo per le sue navi da guerra sulla costa sudanese del Mar Rosso. In cambio ha offerto veicoli corazzati e addestramento militare. Non a caso Dogalo all’inizio dell’invasione dell’Ucraina è volato a Mosca dove ha stretto accordi con il gruppo Wagner in cambio di concessioni dell’estrazione di oro. Ed il suo gruppo è oggi meglio equipaggiato dell’esercito.

Gli Emirati Arabi mirano al potenziale agricolo sudanese per risolvere le loro necessità alimentari. Pur facendo ufficialmente parte del gruppo diplomatico internazionale impegnato per la transizione democratica, nel 2018 hanno finanziato Dagalo per mandare i suoi Diavoli a combattere in Yemen. Anche l’Etiopia punta sull’ex cammelliere fattosi generale (che incassa pure il favore dell’Eritrea) per fermare le pretese egiziane sulle acque del Nilo. Mentre il generale libico Khalifa Haftar smentisce ma non convince quanti gli hanno chiesto conto del trasferimento di materiali militari della Wagner dalla Libia (dove i russi sostengono l’uomo forte della Cirenaica) agli uomini di Dogalo.

Anche Israele è interessata all’evoluzione della situazione dopo l’agognato riconoscimento formale ottenuto da Khartoum. La Cina (principale partner petrolifero e commerciale del Sudan) per ora sembra non prendere posizione in questo groviglio. Mentre i Paesi occidentali hanno scelto di appoggiare la transizione democratica con l’obiettivo di contrastare l’espansionismo russo e cinese in Africa. Ma il Sudan rischia di trasformarsi nel teatro di una guerra per procura dove gli stati stranieri affidano lo scontro a truppe locali.

Foto © Mohamed Tohami via Unsplash

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Enzo Nucci

Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

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