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La Turchia centenaria si affida a Erdoğan

by Enrico Campofreda

di Enrico Campofreda. Giornalista.

Con un vantaggio di poco più di quattro punti sul candidato unico dell’opposizione (Kemal Kılıçdaroğlu), Recep Tayyip Erdoğan vince il ballottaggio e si conferma per il terzo mandato. Molte le sfide per il “sultano” nel centenario della Repubblica turca: dalla ricostruzione dopo il sisma, alla crisi economica, passando per la politica estera.

L’elezione mondiale dell’anno – e del secolo per la Turchia – s’è chiusa sotto la stella di Recep Tayyip Erdoğan, eletto tredicesimo presidente della patria moderna. È al terzo mandato e si dice “presidente di tutti i turchi”, ma un po’ meno della metà degli elettori non la pensa allo stesso modo. Hanno votato per l’antagonista Kemal Kılıçdaroğlu – leader del Partito popolare repubblicano (Chp) e capo dell’opposizione –, mai così vicino a un successo storico e, nel volgere di quindici giorni, allontanato da quel traguardo e probabilmente da un futuro politico. Sarà difficile fra cinque anni che qualcuno penserà a lui anche fra le fila del Partito repubblicano.

L’AGO DELLA BILANCIA 

È proprio lo staff del maggior gruppo d’opposizione, che ha riunito attorno a un tavolo diventato simbolico la campagna contro il presidente uscente, a pagare lo scotto non solo d’una delusione, ma della confusione creata dalla sterzata ipernazionalista che ha caratterizzato le due settimane di propaganda del ballottaggio. Un cambio di rotta dettato dalla caccia ai due milioni e mezzo dei voti xenofobi del terzo candidato alla presidenza uscito di scena, Sinan Oğan, e del suo sodale Özdağ. Una caccia equamente divisa fra Erdoğan, percettore dei consensi del primo e Kılıçdaroğlu che ha calamitato quelli del secondo. Più o meno un milione ciascuno e la distanza fra i competitori rimasta invariata a quattro punti di percentuale, com’era accaduto nel primo turno. Forse è stata la spasmodica foja di consenso, facendo proprie posizioni forcaiole verso i migranti, a condurre in un vicolo cieco il leader del Chp che non solo non ha sfondato, ma secondo i puristi del sentimento ha mostrato un volto incoerente, opportunista, meschino.

A ventiquattr’ore dalla chiusura dei seggi il Consiglio elettorale supremo ha così puntualizzato la conta definitiva: Erdoğan 27.133.849 voti al primo turno, 27.834.692 al secondo; Kılıçdaroğlu 24.595.178 e poi 25.504.552. Questa vittoria fa di Erdoğan il padre assoluto della nuova patria turca, nazionalista e islamica, molto più di quanto l’avesse forgiata Atatürk. Da oggi l’epiteto “sultano” usato a mo’ di scherno dagli avversari e per indicarne il desiderio di dominio, diventa più una virtù che un vizio. Eğer Tanrı isterse (“se Dio vorrà”) sarà lui al comando fino al 2028. Intanto la lezione alle democrazie liberali, che lo definiscono “dittatore” ma all’occorrenza lo carezzano e ne domandano favori, ha contorni di partecipazione che la vecchia Europa ha dimenticato. L’87% di votanti, oltre cinquantacinque milioni di turchi, sono una massa che può far meditare i detrattori della “democrazia anatolica”.

La lunga, combattuta, partecipatissima campagna elettorale, superando l’angoscia del sisma del 6 febbraio – coi cinquantamila morti, i due milioni di sfollati e i tanti problemi da risolvere – mostra una nazione certamente polarizzata ma viva e pluralista, sebbene ci sia una componente, non solo politica, schiacciata in galera. La corsa al Meclis (la Grande assemblea nazionale turca) ha dato all’Alleanza repubblicana 268 seggi al Partito della Giustizia e Sviluppo (Akp), 50 al Movimento nazionalista (Mhp), 5 al Refah Partisi (Yrp) per una maggioranza, ridotta, di 322 deputati che comunque consente una guida del Paese. Nel 2018 i due maggiori gruppi avevano rispettivamente 295 e 49 onorevoli.

L’opposizione raccolta nell’Alleanza Nazionale ottiene 169 deputati col Partito repubblicano (il Chp, erede del kemalismo, di ispirazione laica e socialdemocratica), 43 col Buon partito (İyi, un partito nazionalista, kemalista e secolarista, fondato dall’ex ministra Meral Akşener nel 2017). Nel 2018 i rispettivi eletti erano 146 e 43. Le restanti formazioni della coalizione: Deva (fondato dall’ex-ministro Ali Babacan), Gelek Partisi (il “Partito del futuro”, fondato dall’ex Primo ministro Ahmet Davutoğlu), Demokrat Parti (di Centrodestra, collegato allo storico Partito Democratico, di stampo conservatore), Saadet Parti (il “Partito della felicità”, di stampo islamista, fondato nel 2001 da Necmettin Erbakan) non ottengono seggi.

L’Alleanza Lavoro e Libertà formata dalla Sinistra verde (Yeşil sol) – la sigla con cui la formazione filo kurda Partito Democratico dei Popoli (Hdp) ha aggirato l’ostacolo di non potersi presentare alle urne perché coinvolta in una controversia giudiziaria – e dal Partito dei lavoratori (Tip) ottiene nell’ordine 61 e 4 seggi. Così la copiosa minoranza kurda, che nel 2018 aveva eletto 67 deputati, continua ad avere propri rappresentanti soprattutto nelle province orientali.

“L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO”

L’intera campagna elettorale ha seguìto un andamento segnato dalla grandezza esplicitata dal partito di governo e dalla concretezza minimalista dell’opposizione. Erdoğan (“L’uomo giusto al momento giusto” recitava lo slogan impresso sulle gigantografie disseminate nel Paese), accanto alle opere pubbliche con cui un anno dopo l’altro la capitale e la metropoli sul Bosforo cambiano volto, ha sfoggiato la prima centrale nucleare in fase di costruzione ad Akkuyu, nel distretto Sarıçam, per opera della Rosatom, un’azienda pubblica russa attiva nel settore dell’energia nucleare e che raggruppa oltre 360 imprese.

Lavori iniziati nel suo precedente mandato del 2018 da terminare nel 2028. In quella data Baba Tayyip vuol essere ancora lì a tagliare nastri inaugurali. Spostandosi nelle province ha presenziato ad Adana [anticamente Antiochia di Cilicia, oggi è la quinta città turca in termini di popolazione, capoluogo della provincia omonima] all’apertura di quattro ponti che collegano parti della città, facendo risparmiare 286 milioni di litri di carburante annuo. Un investimento di 2.3 miliardi di lire turche che abbatte l’emissione di anidride carbonica. Il contributo all’energia alternativa galoppa con un immenso impianto fotovoltaico in provincia di Konya, una spianata di pannelli per 20 milioni di chilometri quadrati, un’estensione di 2.800 campi di calcio. Nel comizio in loco Erdoğan ha ricordato che produrrà solo l’1% del consumo elettrico nazionale, però risulta ecocompatibile.

Si potrebbe proseguire, poiché ogni intervento pubblico del presidente era ricco non solo di parole e promesse ma opere che i turchi possono vedere e utilizzare. Un biglietto da visita formidabile che del resto ha costellato il ventennio del suo potere. Il rivale Kılıçdaroğlu ha scelto la via del giuramento (Sana söz sentenziava la sua propaganda che vuol dire appunto: “te lo prometto”). L’impegno del funzionario alevita, diventato un temibile concorrente per il navigato presidente, è parso comunque di piccolo cabotaggio. Una sorta di “lista della spesa” con cui annunciava all’elettore l’interesse a fornire: pasti gratuiti per i figli scolari, mezzi gratuiti alle mamme che li accompagnano a scuola, riduzione degli affitti e alloggi sociali per gli studenti universitari, occupazione statale per poliziotti, militari, insegnanti. Perlomeno centomila assunzioni. Un intervento concreto che salvaguarda i bisogni giornalieri, come guardava al carovita il video inserito sui social in cui Baba Kemal discettava sul costo della cipolla, passato dalle cinque alla trenta lire turche al chilo. Uno sproposito per le massaie.

Com’è uno sproposito l’inflazione che da oltre un biennio oscilla dal 40% all’80% e attanaglia la quotidianità dei ceti medi. Era partito dalla spesa ordinaria il leader repubblicano per trattare l’angoscioso tema dell’inflazione che voleva ridimensionare tornando alla linea ortodossa indicata dagli economisti: aumentare i tassi d’interesse del denaro. Poi su altri temi scottanti (cosa fare dei siriani sul suolo turco) è passato nel giro di quindici giorni – i terribili giorni che l’hanno separato dalle promesse riformiste – alla canea xenofoba verso i migranti, così il Gandhi è diventato Savarkar [l’ideologo dell’hindutva, cioè il nazionalismo hindu], che per chi sa di cose indiane significa razzismo allo stato puro. 

A una settimana dal ballottaggio Kılıçdaroğlu vaneggiava di dieci milioni (sic) di siriani da espellere. Diversi osservatori internazionali sgranavano gli occhi perché, pur cercando d’impressionare gli elettori, la soluzione oltre a tradire il credo progressista, scivolava in un’illogica falsità. Inoltre Kılıçdaroğlu sa che una grossa fetta dei siriani sono rifugiati e una loro ricollocazione in patria andrà patteggiata con Assad che, per usare un eufemismo, non li ama e potrebbe perseguitarli. Eppure ha tentato il colpo a effetto. Assai più concreto sulla questione Erdoğan, che ha creato il presupposto del ripopolamento nell’area cuscinetto tolta manu militari al Rojava dei combattenti delle Unità di protezione popolare (Ypg). Seppure i passi futuri s’inseriranno in un quadro internazionale che vede un Assad rivitalizzato e riammesso nell’assise della Lega Araba, e impegnerà Ankara in un più articolato via-vai di trattative che dal triangolare con Mosca e Teheran diventa un quadrilatero con Damasco e probabilmente un trapezio con Bruxelles.

Questo perché il dossier della migrazione siriana, e mediorientale, resta l’incubo di tanti premier europei posti sotto la pressione dalla scadenza di voto del 2024. Il delicatissimo scenario è tutt’uno con la presenza turca sullo scacchiere mondiale, che il presidente riconfermato ha plasmato e manipolato nel secondo decennio del suo potere, diventato complicato rispetto all’iniziale “luna di miele” con la popolazione durata sino al 2012. Comunque la sua autorità è legata a tal punto al ruolo nazionale da incarnare lo spirito kemalista più e meglio di qualsiasi esponente politico orgoglioso di porre Vatan (la Patria) sopra ogni cosa. Ribadito l’afflato con la Umma islamica (ovvero l’intera comunità dei fedeli musulmani), tuttora un fortissimo collante per un voto religioso, il “sultano” risulta l’unico capo di Stato d’una potenza regionale che può tener testa ai giganti americano, cinese, russo, diventando risolutore di problemi, una funzione molto apprezzata dalla geopolitica.

L’orizzonte turco all’estero non dovrebbe virare su novità sostanziali rispetto alle pieghe che, ad esempio, sul Mediterraneo orientale trovano contrapposizioni decennali per l’annosa vicenda cipriota e le più recenti beghe dello sfruttamento delle Zone economiche esclusive [cioè le zone marine in cui una nazione esercita i diritti sulla gestione delle risorse naturali ed estrattive] su cui la Grecia appare intransigente. Dal 2015 la materia non riguarda soltanto l’utilizzo delle superfici di pesca o i pattugliamenti navali per la sicurezza, tutti sotto il cappello della Nato, ma lo sfruttamento dei giacimenti di gas nei fondali.

Lì Ankara è marginalizzata, se non ampiamente sfavorita, dal calcolo delle zone stesse in base non all’estensione costiera bensì alla presenza di isole. Per quanto coi propri vascelli di ricerca (Oruç Reis, Yavuz, Barbados) tiene alto il piano della cosiddetta “Patria blu”. Eppure in quell’area Erdoğan ha sventato una scalata militare, contenendo l’estremismo di certi suoi ammiragli. Sugli scenari del Golfo viaggia una normalizzazione con le monarchie autoritarie (saudita ed emiratina) rispetto al decennio del sostegno ideologico dei Fratelli musulmani, visto che i petrodollari possono supportare la crisi economica di Ankara. In Libia, invece, non cambia nulla: le tre basi nell’Ovest del Paese sono un avamposto di “dialogo” con Russia e Ue per finalità energetiche e strategiche.

GUERRA, ECONOMIA E DIRITTI

Sulla crisi e conseguente guerra che sta coinvolgendo un pezzo di mondo, ovviamente quella in Ucraina, e sulle sue ricadute economiche l’erdoğanismo s’è mostrato efficiente, sbloccando il passaggio dei cargo che attraverso il mar Nero distribuiscono gli approvvigionamenti di cereali in vari angoli del globo. In tal modo s’è scongiurata una preoccupante emergenza alimentare che poteva correre dal Maghreb al Mashreq. Dopo i conflitti, anche armati, seppure per interposti gruppi mercenari in Siria e Libia, l’intesa cordiale fra Turchia e Russia costituisce una realtà della politica mondiale. Sconvolgerla sarà difficile.

I legami mercantili fra i due Paesi sono solidi, importazioni ed esportazioni vanno a gonfie vele, riguardano gasdotti e centri turistici delle coste meridionali dell’Anatolia. Idem per la mercanzia bellica, dopo il confronto-scontro, gli S-400 [missili antiaerei a lungo raggio di fabbricazione russa] e i droni Bayraktar sono oggetti di scambio pur con entità di fuoco e costi diversi. Restano due rebus: l’economia e gli spazi di libertà individuale e collettiva. Analisti economici sostengono che l’impuntatura personale con cui il presidente ha imposto una corsa alla svalutazione monetaria, rientrerà. A piccoli passi ma si tornerà all’ortodossia finanziaria con l’aumento dei tassi d’interesse. Dovrà lavorarci il neo ministro Mehmet Şimşek, peraltro non nuovo a un incarico già espletato dal 2009 al 2015. 

L’ossigeno di copiosi capitali del Golfo aiuterà il governo nel sostenere la ricostruzione post-terremoto e i costi delle tante assunzioni avvenute a ridosso delle elezioni. L’altra crepa è un punto dolente sul quale l’opposizione anti Erdoğan non ha saputo incidere. Non basta strizzare l’occhio ai diritti dei settori Lgbtq+, come ha fatto il Chp che pure al proprio interno ha membri che, alla stregua del blocco conservatore maggioritario nel Parlamento, reclamano la triade Dio-patriafamiglia. La Turchia – come tanto Occidente – ha settori di popolazione propugnatori di valori alternativi, laici, libertari che non trovano una rappresentanza partitica, restando dunque isolati e minoritari.

La dannazione d’essere minoranza davanti a una maggioranza conservatrice e conformista che – al governo o all’opposizione – non vuole offrire riconoscimento e spazi alla diversità, è un fenomeno diffuso. Nelle province anatoliche orientali poi la corposa comunità kurda, pur rappresentata nella maggiore istituzione tramite Hdp o altre sigle, resta stretta nel legame di sangue con chi (Partito dei lavoratori del Kurdistan o gruppuscoli come i Falchi della Libertà) non ha sciolto il nodo con la lotta armata. Cosicché la cattiva coscienza delle posizioni securitarie bolla con l’etichetta terrorista soggetti ed entità diverse: guerriglieri, militanti, attivisti, parlamentari, e pure associazioni, giornalisti, intellettuali che si collocano fuori dal coro della visione statale a una dimensione. Quest’irrisolto resta. Ma né la linea di Erdoğan né quella di Kılıçdaroğlu erano intenzionate ad affrontarlo. La piaga permane, ma per ora non sembra incrinare il sistema.

Foto © Meriç Dağlı via Unsplash

Enrico Campofreda

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