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Carcere e narrazione

by Samuele Pigoni

di Samuele Pigoni. Direttore della Fondazione Time2. Si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

Prodotto da Radio Play, il podcast in 14 puntate Io ero il milanese, scritto e ideato da Mauro Pescio, racconta la vita di Lorenzo Sciacca che entra in carcere per la prima volta quando ha solo 10 giorni. Per oltre 30 anni vive da rapinatore e il corso della sua vita sembra segnato, ma l’incontro con la rivista Ristretti Orizzonti, rivista di storie dal carcere, ne cambia per sempre la direzione.

Le storie hanno il potere di entrare nelle nostre vite e, senza chiedere il permesso, cambiarci. Ci fanno vedere cose nuove e in modo diverso, modificano convinzioni e giudizi. Una storia che ci ha conquistati e cambiati, ci porta via con sé, assegnandoci – anche in questo caso senza chiedere il permesso – il mandato di raccontarla ancora, e ancora, come antichi cantori ciechi.

È il caso del podcast Io ero il milanese. Due milioni e mezzo di ascolti e passaparola, per un podcast quasi privo di promozione commerciale. Prodotto da Radio Play, in 14 puntate, scritto e ideato da Mauro Pescio, racconta la vita di Lorenzo Sciacca che entra in carcere per la prima volta quando ha solo 10 giorni, a trovare suo padre, detenuto; a 12 anni compie il primo furto; a 14 la prima rapina e la prima detenzione in carcere minorile. Per oltre 30 anni vive da rapinatore, passando gran parte del suo tempo in carcere e ricevendo una condanna cumulativa a 57 anni. Il corso della sua vita sembra segnato ma l’incontro con Ristretti Orizzonti, rivista di storie dal carcere, ne cambia per sempre la direzione.

Nel luglio 2017, esce di prigione e oggi, a 47 anni, è mediatore penale di percorsi di giustizia riparativa, che fa incontrare autori e vittime di reati, in un confronto capace di guardare al futuro e ricomporre il conflitto sociale.

Quella di Lorenzo è una storia di redenzione nella quale il cambiamento avviene proprio grazie al potere trasformativo della narrazione. Lorenzo, grazie a Ristretti Orizzonti, viene conquistato da storie di vita raccontate e scritte, tolte all’invisibilità e al silenzio, e inizia a raccontarsi. La narrazione di sé permette l’emergere di una nuova cornice della sua identità e quindi la possibilità di progettarsi in modo diverso e nuovo.

È Lorenzo stesso a dircelo nella sigla del podcast: «Io nasco dalla narrazione del mio vissuto, dalla narrazione dei disastri della mia vita. Questa non è la storia di un eroe, tutt’altro, è la storia di tanti fallimenti e scelte sbagliate che ho fatto nell’arco della mia vita, che però ad un certo punto sono state riconosciute come sbagliate».

La storia di Lorenzo non è e non deve essere, ora che ci ha conquistati, solo una storia di redenzione. È anche la storia di un ragazzo di 14 anni che proprio in carcere impara tutto quello che gli serve per decidere consapevolmente di tornare là fuori e diventare un criminale confermando come sia il carcere stesso luogo di riproduzione della violenza. Io ero il milanese ha il merito dare visibilità alla tensione che sottende alle funzioni di ordinamento sociale del carcere che solo grazie a progetti educativi realizza il mandato costituzionale per il quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (art.27 della Costituzione).

In Sorvegliare e punire Michael Foucault ha messo una volta per tutte in luce l’ambiguità di fondo, su cui si costituiscono le democrazie moderne. Da un lato esiste un quadro giuridico esplicito, codificato, formalmente egualitario ma dall’altro sono sviluppati e generalizzati procedimenti disciplinari e segreganti che costituiscono il versante oscuro di quel quadro.

Mentre la forma giuridica generale garantisce un sistema di diritti uguali in linea di principio – tra i quali la funzione rieducativa della pena e di reinserimento sociale del carcere – nei fatti, rimangono in azione meccanismi minuziosi, quotidiani, fisici, di disciplinamento dei corpi e dei comportamenti anormali attraverso tutti quei sistemi di micropotere essenzialmente espulsivi, inegualitari e dissimmetrici di cui il carcere è la rappresentazione paradigmatica.

Non c’è nulla di eroico, avrà modo di raccontare Lorenzo Sciacca in un’intervista, in quello che questa storia racconta: «La mia è la storia di tante altre persone, io le ho solo dato voce. Non sono un eroe: gli “eroi” sono quei ragazzi cresciuti con me nel quartiere Librino di Catania con famiglie e un passato più pesante del mio ma che non hanno scelto di fare il delinquente. È un atto dovuto tornare a rispettare le regole, non eroico».

Invece qualcosa di eroico c’è: parlare e far parlare di carcere aiuta a raccontare e far raccontare di tutti quei luoghi, invisibili, nei quali il governo della normalità condanna alla segregazione e al silenzio le storie di chi per qualche motivo non rientri nel novero dei presunti normali.

Foto © Ayrus Hill via Unsplash

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Samuele Pigoni

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