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L’arpa birmana

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

Il film di Kon Ichikawa del 1956 racconta la storia di un giovane soldato giapponese delle truppe d’occupazione in Birmania che all’annuncio della fine della guerra è mandato dai vincitori a tentar di convincere un gruppo di soldati che rifiuta di arrendersi. Un film epocale, che insieme a pochi altri, parla di nonviolenza e misericordia.

A Bologna, all’interno dell’annuale manifestazione sul Cinema ritrovato della formidabile Cineteca di quella città, ho rivisto uno dei film che più ho amato nel corso della mia vita di spettatore, e parlo più da spettatore che da critico anche se mi è sempre stato difficile distinguere le due tensioni: L’arpa birmana di Kon Ichikawa, 1956.

Consigliai di non perderlo al mio maestro di nonviolenza Aldo Capitini, che se ne entusiasmò. Quel film avrebbe dovuto vincere il festival di Venezia di quell’anno ma l’aristocratico comunista Luchino Visconti, membro importante della giuria, vi si oppose drasticamente, ché la nonviolenza non aveva buon corso negli anni della guerra fredda nella “Sinistra ufficiale”, nonostante il ricordo dei sessanta milioni (60.000.000!) di morti di una guerra mondiale conclusa da poco.

Cosa raccontava L’arpa birmana? Di Mizushima, giovane soldato giapponese delle truppe d’occupazione in Birmania prigioniere degli inglesi che, all’annuncio che la guerra era finita (dopo Hiroshima e dopo Nagasaki!), è mandato dai vincitori a tentar di convincere un gruppo di soldati che rifiuta di arrendersi. Ostinati nella loro fedeltà all’imperatore, moriranno tutti, e il soldato Mizushima, amato dai suoi compagni anche perché ottimo musicista, sconvolto, non torna alla base e si fa monaco buddista dedicando la sua vita a seppellire i morti insepolti, non importa di che nazione.

Piccola digressione: nella Torino degli ultimi anni Cinquanta, fu Norberto Bobbio a parlarmi di un pacifico professionista ex partigiano che tutte le domeniche per anni era salito in montagna a recuperare e seppellire i cadaveri dei partigiani – e anche dei loro nemici – rimasti insepolti dopo i più cruenti scontri armati del 1943-45…

Presentando questo film a Bologna ho parlato delle “sette opere di misericordia” della tradizione cristiana – non credo solo della cattolica – che mi insegnarono quando ero bambino, l’ultima delle quali è appunto “seppellire i morti”. Ricordando il meraviglioso quadro dipinto da Caravaggio a Napoli che le contempla tutt’e sette in una stessa grande pala d’altare. Anche questa è ribellione: alla morte, alla violenza di cui l’uomo è capace sui suoi simili e sulla natura.

Qualche anno dopo L’arpa brimana vidi un altro film di Ichikawa – un nome che divenne noto nel mondo quando egli venne incaricato di dirigere le riprese cinematografiche delle Olimpiadi di Tokyo! – originariamente diviso in due parti e che il distributore italiano riunì in una operando tagli disastrosi. Era Fuochi nella pianura (in originale Nobi) e aveva al centro un militare giapponese nel corso della invasione e occupazione della Cina, mostrando le atrocità della sua parte e raccontando il suo dolore e la sua impotenza. Ci fu un tempo, dopo la Seconda guerra mondiale (WW2, sintetizzano gli storici, distinguendola da WW1) che perfino a Hollywood tanti registi e perfino produttori sentirono il bisogno di riflettere sugli orrori della storia recente.

Nelle stesse settimane in cui usciva L’arpa birmana, suggerii a Capitini di vedere anche Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, che parlava delle atrocità della WW1 ma pensando alla WW2, e anche di questo consiglio egli ebbe a ringraziarmi…

E ci fu un film non così bello ma non meno esemplare (Non uccidere di Claude Autant-Lara) che raccontò in Francia la storia vera di un soldato condannato per obiezione di coscienza mettendola a confronto con quella di un coetaneo, giovane cappellano militare protestante che ha fatto la scelta opposta, e poco tempo dopo ci si trovò a ragionare sui tanti giovani americani che rifiutarono di farsi spedire nel Vietnam cercando – spesso con l’aiuto delle Chiese – di rifugiarsi in Svezia o in altre nazioni non-interventiste.

Vorrei però insistere su una constatazione: che non c’è solo un modo di essere “ribelli” nei confronti di una Storia vigliacca e violenta, ce ne sono tanti e c’è anche la strada, più rara e forse più difficile, della nonviolenza, nelle forme che, dopo Gandhi, abbiamo per breve tempo e in pochi cercato di praticare… C’è anche la strada dell’ “obiezione di coscienza”. Il soldato Mizushima, musico dilettante e sublime, sceglie di ritirarsi dalla Storia e si dà come compito – in guerra un compito enorme, immane; e si pensa obbligatoriamente alle guerre di oggi, per esempio al confronto Russia- Ucraina – quello antico di “seppellire i morti”. Morti su fronti opposti per mandato di osceni poteri borghesi e militari.

Illustrazione ©  Doriano Strologo 

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Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

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