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Tanzania. La lunga strada per i diritti

by Asmae Dachan

di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice.

Nata nel 1964 dalla fusione tra la Repubblica di Tanganica e la Repubblica Popolare di Zanzibar, la Tanzania è la quinta nazione più popolosa d’Africa. Dei quasi 62 milioni di abitanti, circa il 68% vive sotto la soglia di povertà, senza diritti sul lavoro e lotta contro le epidemie di Hiv e di malaria che tuttora rappresentano le prime cause di mortalità.

Due bambini giocano in strada con una ruota, facendola girare e stando attenti affinché non si fermi. Di fronte all’ingresso di Zapha Plus, un centro per la prevenzione e il supporto per gli adulti e i bambini colpiti da Hiv a Zanzibar c’è un continuo via vai di persone. Lo staff è composto da una ventina di persone, più numerosi volontari, che sono impegnati, attraverso un approccio olistico, per diffondere la cultura della prevenzione, accompagnare le persone infettate in percorsi di cura, ma anche per proteggere i loro diritti umani.

LE SFIDE DELLA PREVENZIONE

Wilson Oly Seraj racconta che è attivo in questo ambito dal 1994, in un momento storico in cui non esisteva ancora la cultura della prevenzione e il numero delle persone che venivano infettate era molto alto. «Siamo arrivati a momenti in cui si contavano oltre due milioni di bambini orfani di genitori colpiti dall’Aids ed era urgente intervenire per fermare questa emergenza», racconta. «Il vescovo locale si è attivato con noi e questo è stato molto importante per dare uno spessore e un input a tutti i nostri sforzi. Nessuno di noi però aveva una formazione specifica e l’incontro con la Comunità dei volontari per il mondo (Cvm), è stato particolarmente importante», aggiunge Seraj. Il Cvm è una organizzazione di volontariato che nasce nelle Marche e opera in Etiopia e Tanzania con progetti dedicati al sostegno delle lavoratrici domestiche, all’istruzione dei bambini, alla fornitura di acqua potabile in diversi villaggi e anche alla prevenzione dell’Hiv.

«Abbiamo deciso di sostenere e supportare il lavoro delle comunità locali per aiutarle ad affrontare questa difficile sfida, che ha richiesto sin da subito un impegno su più fronti», spiega Marian Lambert, direttrice di Cvm Italia. «Bisognava intervenire per fare prevenzione, a partire dalle scuole, ma anche contrastare lo stigma che spingeva molte persone a tacere, provocando nuovi contagi,anche tra le donne in gravidanza. Abbiamo creato percorsi completamente gratuiti sia per operatori sociali e volontari, sia per studenti e leader di comunità. Inoltre, siamo riusciti a diversificare la comunicazione, affiancando agli incontri di persona programmi via radio, il mezzo più diffuso, e sui media locali», racconta Lambert. «All’inizio non è stato facile coinvolgere le autorità locali, ma col tempo siamo riusciti ad ottenere l’attenzione dei ministeri della Salute, dell’Economia e dell’Educazione e a creare un team di esperti che si muovevano tra l’Etiopia – primo Paese dove ci siamo attivati nella lotta contro l’Hiv – e la Tanzania. Era già tardi se pensiamo al diffondersi del virus, ma non ci siamo arresi. Ai nostri corsi di formazione gratuiti i primi a partecipare sono stati proprio gli imam e i preti, creando anche delle commissioni e dei tavoli interreligiosi su salute e fede», ricorda Lambert.

L’attività di Zapha Plus a Zanzibar cresce negli anni e trova il sostegno dell’Unicef, delle Nazioni Unite e di importanti associazioni come Save the Children e Amref (African Medical and Research Foundation). «Siamo contenti di vedere quanti risultati abbiamo raggiunto nel tempo, ma dobbiamo dire che ultimamente la curva dei contagi è tornata a salire e non possiamo abbassare la guardia», racconta Consolata, una dei fondatori di Zapha Plus. «Abbiamo riscontrato che a volte i trattamenti antiretrovirali si interrompono perché non c’è nessuno che assiste la persona malata, o per ragioni economiche, visto che alcuni farmaci sono molto cari e non sono forniti gratuitamente dal governo. C’è poi un’altra ragione, una sorta di auto-stigma, che spinge alcune famiglie a mantenere il segreto, oppure ad isolare il proprio congiunto, che si trova ad affrontare da solo una sfida molto impegnativa», spiega Consolata.

IL FATTORE “R”

Zapha Plus e Cvm hanno intuito da tempo che il coinvolgimento dei religiosi, in rappresentanza delle diverse fedi presenti sull’isola, era fondamentale e che non poteva limitarsi alla mera formalità. La presenza dei parroci e degli imam locali e il loro coinvolgimento diretto nelle attività di prevenzione ha un forte impatto sulla società tanzaniana, che ha un profondo legame con la fede. Seraj racconta ad esempio che è lo stesso governo che spinge per questo impegno su più fronti, imponendo alle donne in gravidanza i necessari controlli per evitare che i bambini si infettino alla nascita.

«Quando un rappresentante religioso parla a una coppia di futuri genitori o a una donna in attesa dei doveri che hanno per proteggere il nascituro, le loro parole sono certamente più efficaci di ogni imposizione di legge», racconta Selma Suri, program officer di Zapha Plus. Tra le persone colpite da questo virus molte sono minori vittime di pedofilia. Una tragedia nella tragedia, perché condanna i bambini a un isolamento e a una sofferenza che non possono affrontare da soli. «Abbiamo difficoltà a trovare care giver che possano farsi carico dei piccoli, perché i volontari, anche se ci sono, non riescono a coprire tutte le aree. È anche difficile convincere i bambini a seguire le cure, soprattutto perché in molti casi sono minori affetti da malnutrizione e altre gravi problematiche. Per diffondere l’importanza dell’assunzione dei farmaci il passaparola è molto importante e anche il coinvolgimento di uomini e donne insieme, perché il problema riguarda tutti», sottolinea Suri.

Zapha Plus sta cercando di diventare a tutti gli effetti una struttura sanitaria per offrire i suoi servizi a un pubblico il più possibile trasversale. Col tempo sono diventati un riferimento importante, anche nell’entroterra, muovendosi loro stessi per raggiungere le comunità più isolate e spesso meno informate. «A noi si rivolgono anche persone che si vergognano di andare in ospedale per paura del giudizio altrui. In molti hanno ancora pudore a chiamare questo virus e la malattia con il loro nome e usano l’espressione The new Disease. Per fortuna tra i giovani e nelle scuole e università c’è meno censura. Ciò che non ci stanchiamo di dire è che, anche se i contagi non raggiungono i livelli del passato, non bisogna mai abbassare la guardia perché il virus esiste ancora e lo conferma il fatto che in ogni Paese siano stati aperti uffici delle Nazioni Unite dedicati alla lotta all’Aids, anche se questo non è più considerato un’emergenza», conclude Seraj.

UNA CASA PER BAMBINI E BAMBINE

Oggi ci sono infatti altre “epidemie” che colpiscono la Tanzania, a volte agli antipodi, come la malnutrizione e l’obesità (dovuta al consumo eccessivo di cibi fritti venduti in strada, dal pane alle patate, fino alle banane e ai dolci), ma anche le problematiche dovute alla pressione alta, al diabete, ai problemi a fegato, pancreas e cuore. Ci sono poi i tumori, tra cui quelli femminili, che a causa della totale mancanza di prevenzione vengono scoperti quando ormai è troppo tardi. La malnutrizione è molto meno diffusa rispetto ad altri Paesi africani, ma colpisce in particolare le fasce più vulnerabili della popolazione, come ad esempio i bambini orfani che restano nelle stradeo i bambini disabili, anch’essi spesso abbandonati al proprio destino. La disabilità è infatti considerata altresì uno stigma e non di rado i bambini che ne sono colpiti vengono abbandonati dalle proprie famiglie. Beatus Scecendo è un religioso che ha fondato a Morogoro l’Amani Center, una casa per l’accoglienza e la cura di bambini con disabilità fisiche e cognitive che le famiglie rifiutano di tenere con sé.

Molti dei minori arrivano su segnalazione di Community Justice Facilitator (Cjf), figure che operano come assistenti sociali, ma anche come osservatori e tutori dei diritti dei più deboli. Il loro impegno è riconosciuto e stimato anche dalle autorità locali, che intervengono a seguito delle loro segnalazioni e salvano bambini e bambine vittime di abusi, sfruttamento, abbandono. Alcuni di questi bambini vengono portati nella struttura fondata da padre Scecendo, che li accoglie insieme a un gruppo formato da suore, fisioterapisti, psicologi, volontari vari. Ci sono minori che giungono qui portati direttamente dalle famiglie stesse, che poi però li abbandonano. Qui i piccoli ricevono assistenza, cure, affetto, hanno cibo caldo, un letto e una grande nuova famiglia che li segue finché non diventano grandi. «Per noi è fondamentale garantire a questi piccoli meno fortunati un’istruzione primaria, con insegnanti specializzati. Per molti sarebbe impossibile andare in una scuola pubblica perché verrebbero discriminati o perché sono totalmente dipendenti dagli altri. È fondamentale non abbandonare nessuno, non lasciare nessuno indietro», spiega il parroco. Per i ragazzi che hanno meno problematiche psico-fisiche esiste poi la possibilità di frequentare una scuola agricola all’interno dello stesso centro Amani, dove imparano a coltivare le piante e anche a prendersi cura di piccoli animali.

«Ci piacerebbe arrivare ovunque, non lasciare solo nessun bambino, per questo facciamo pressione sulle autorità locali affinché creino nuove strutture, su tutto il territorio. Inoltre, per evitare che i bambini disabili vengano abbandonati nelle strade e finiscano vittime di pedofilia o altre barbarie, mettiamo annunci nelle chiese e nelle moschee, perché le famiglie che non vogliono o non possono prendersene cura sappiano che qui i loro figli saranno sempre al sicuro». Padre Scecendo racconta anche dell’intensa attività di sensibilizzazione che fa negli ospedali e tra i membri più influenti della società perché si facciano carico degli interventi di chirurgia che spesso possono migliorare, se non addirittura salvare, le vite di molti bambini. Tra i tanti bambini che padre Scecendo ha incontrato e salvato ricorda Benedicte, abbandonata per via di un ritardo mentale, che è diventata nel tempo volontaria del centro Amani e studentessa universitaria. Una storia di speranza e riscatto che dà al religioso il coraggio di non fermarsi, nemmeno di fronte alle tante difficoltà anche di natura economica che affrontano dalla morte del vescovo locale che aveva contribuito a fondare Amani Center e a sostenerne le attività.

IN CERCA DI DIRITTI

La storia di Benedicte ha tratti in comune con quelle di tante giovani donne tanzaniane che a causa delle discriminazioni a cui le costringe la povertà vedono negato il proprio diritto all’istruzione e a una vita dignitosa e sono costrette a fare le lavoratrici domestiche. La Tanzania è uno dei tanti Paesi africani che non hanno ancora ratificato la Convenzione sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici ratificata dall’Organizzazione internazionale del lavoro nel 2011 (conosciuta come Convenzione ILO 189) e nonostante migliaia di bambine e ragazze coinvolte in questo settore, i diritti delle stesse sono ancora negati.

Molte lavorano senza contratti, senza un salario, senza orari né giorni di riposo. Anche in questo ambito il Cvm è da anni impegnato in prima linea in Tanzania, come in Etiopia, in favore delle sempre più numerose associazioni di lavoratrici domestiche che stanno creando tavoli di confronto, hanno fondato un sindacato, il Chodawu (Conservation, Hotels, Domestic and Allied Workers’ Union), e chiedono un riscontro dalle autorità competenti affinché anche il loro impegno venga riconosciuto a tutti gli effetti per quello che è: un lavoro.

Dalla Tanzania partono ogni anno in centinaia per raggiungere i ricchi Paesi del Golfo dove la manodopera femminile a basso costo è molto ricercata. Ciò che i sindacati e il Cvm cercano di trasmettere alle giovani donne che guardano a quella parte di mondo come la loro America è che, senza un inquadramento legale e le dovute tutele, rischiano di finire a tutti gli effetti per diventare schiave in Paesi di cui non conoscono nemmeno la lingua e in cui saranno costrette a una profonda solitudine e discriminazione. Per questo si sta lavorando per diffondere e rendere ufficiale il Safe Migration Program, un pacchetto di indicazioni che orienti le giovani e impedisca loro di rischiare le loro vite rincorrendo ingenuamente un sogno.

Foto ©  Asmae Dachan

Asmae Dachan

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