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Una “missionaria” nella Repubblica centrafricana

di Desiree Pancione

di Desirée Pancione. Pedagogista e missionaria.

Intervista a cura di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Nel vocabolario comune Desirée Pancione sarebbe definita una “cooperante”: cioè una persona che svolge un servizio di tipo sociale, professionale o volontario, in un Paese di quelli che un tempo venivano pudicamente chiamati “in via di sviluppo”. Lei però si qualifica come “missionaria”. Una parola un po’ desueta, specie al di fuori dell’ambito cattolico; una parola, addirittura, considerata a volte con sospetto, a motivo dell’intreccio tra la “missione” cristiana nel Sud del mondo e il colonialismo. Già dal primo approccio, tuttavia, si comprende che simili questioni terminologiche non la appassionano, ha altro da fare: usa spontaneamente il linguaggio fortemente religioso delle Chiese pentecostali e, al tempo stesso, lascia pochi dubbi sul fatto di avere i piedi saldamente piantati sulla terra. Una terra, quella nella quale lavora, che alcuni definiscono l’“Africa dell’Africa”, a motivo della povertà che vi regna: e che come sempre, in questo continente, convive con un’incredibile ricchezza di risorse naturali, alla radice di alcuni tra i conflitti armati che l’attraversano. Più di una volta, parlando al telefono, abbiamo udito distintamente gli spari sullo sfondo.

Evangelica pentecostale, pedagogista di formazione, 41 anni. Che cosa fa una come te a Bangui, Repubblica Centrafricana?
In realtà la domanda che mi faccio spesso è: come è possibile che Dio abbia mandato una come me a servirlo in un posto come la Repubblica Centrafricana dove i bisogni sono enormi e di qualsiasi genere? Mi chiedo, praticamente ogni giorno, perché (Lui) non abbia scelto qualcuno di più capace, più qualificato. Qualcuno di “più”. Ancora non ho una risposta e forse sto rinunciando ad averne una. Cerco di vivere quella che ritengo la mia vocazione, con le mie mani, la mia bocca, le mie orecchie. Come dice Paolo [2Corinzi 12], la forza del Signore si manifesta attraverso la debolezza e spesso si tratta di morire a sé stessi. Non è sempre facile.

Forse è meglio cominciare dall’inizio. Com’è maturata la tua scelta “missionaria”?
Durante un viaggio nell’America centrale mi resi conto che lavorare tra i poveri mi faceva sentire a mio agio, dopo lunghi momenti di preghiera ebbi finalmente la risposta a: «cosa voglio fare da grande?». All’epoca non avevo la minima idea di quello a cui sarei andata incontro ma ero certa di voler investire la mia vita per gli “ultimi” ed ero altrettanto certa che questa fosse la decisione di Dio per me. Naturalmente, non avevo idea di cosa questo avrebbe significato e quante volte avrei messo in discussione la mia disponibilità a farlo e, con il senno di poi, sono grata per questo.

Dal punto di vista della motivazione, dunque, la tua fede svolge il ruolo decisivo. Come si intreccia oggi questa dimensione con il tuo lavoro quotidiano?
Tutti i Paesi subsahariani sono, da decenni, esposti a guerre civili. Questo rende la vita quotidiana instabile e la programmazione del lavoro quasi sempre inutile. Questa è stata una sfida enorme per me perché abituata a “sicurezze” occidentali. Sto imparando ad adattarmi a situazioni che non posso cambiare, ad essere grata quando apparentemente non ho particolari ragioni per esserlo: in termini biblici, a lasciare che Dio spezzi le mie sicurezze e mi trasformi. Sono qui, sto bene, i bambini stanno bene e questo è molto più che sufficiente per ringraziare Iddio. In francese c’è un verbo che mi piace moltissimo, hater, in italiano si potrebbe tradurre con “bramare” (ma è molto più di questo). J’ai hate (“io bramo”) Dio, “bramo” desiderare i suoi desideri, pensare i suoi pensieri. Dopo diversi anni di missione sono arrivata alla conclusione che il mio impegno principale è cercare Iddio e che solo in tal modo anche quello che faccio può essere conforme al suo volere.

Come funziona la scuola che dirigi? Quante persone coinvolge?
La scuola è un’opera della Chiesa della Riconciliazione, una denominazione evangelica italiana, con sede principale a Caserta. L’abbiamo aperta nel 2021 con due classi. Al momento abbiamo tre classi di materna e la prima elementare. Siamo riusciti a trovare i finanziamenti per un’altra aula e a Settembre avremo anche la seconda elementare per un totale di 155 bambini dai 2 ai 7 anni. Ho quattro maestre che collaborano con me e a Settembre se ne aggiungerà una quinta. Poi altri tre collaboratori che mi aiutano per la gestione della struttura. Senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile. Le attività scolastiche si svolgono durante la mattinata ed includono oltre all’istruzione anche un pasto completo e l’educazione all’igiene. Siamo riusciti ad avere anche un’assistenza sanitaria valida che per i bambini è gratuita.

Come vi finanziate?
Abbiamo diversi donatori. L’opera sta crescendo e con essa anche la sfida economica. Siamo stati aiutati e sono certa che molti altri diventeranno parte di questo meraviglioso progetto, che noi viviamo come affidatoci da Dio. Una cosa che ripeto spesso è che noi occidentali non ci siamo meritati di nascere in Occidente e quindi abbiamo il dovere di dare il nostro contributo per chi non si è meritato di nascere in Paesi come il Centrafrica. Sono grata per quanti hanno contribuito a realizzare questo progetto e prego affinché altri siano chiamati a dare una mano non solo a noi ma a tutti quelli che lavorano in realtà così difficili.

Puoi darci un’idea del tuo lavoro, raccontandoci una tua giornata-tipo?
Non essendoci corrente elettrica la giornata è scandita dalla luce solare. Mi alzo intorno alle 4 e alle 6 inizio le varie attività. I bimbi arrivano alle 6,30 e restano qui fino alle 12,30/13,00. Un paio di giorni la settimana, i pomeriggi li passo in città (9 km dalla sede della missione), per sbrigare pratiche burocratiche o per acquisti vari: questo solo quando sono sicura di non correre particolari rischi uscendo di casa. Negli ultimi mesi, come dicevo prima, abbiamo costruito una nuova classe quindi ero sul cantiere fino alle 18,00. Salvo imprevisti alle 19,30/20,00 vado a letto.

La Repubblica Centrafricana è scossa da una guerra civile, accompagnata da altri conflitti non di secondo piano. Quali sono le ragioni di questa situazione?
Il nostro è un Paese ricco di risorse come oro, uranio, diamanti e molto altro. L’interesse della comunità internazionale è quindi elevatissimo. Questa credo che sia la ragione principale di un’instabilità perenne non solo per noi ma per diversi Paesi dell’Africa centrale.

La nuova esplosione bellica in Sudan sta condizionando la vita anche da voi…
Il Centrafrica non ha sbocco sul mare ed è quindi dipendente dai Paesi confinanti praticamente per tutto. Ogni volta che esplodono crisi in questi Paesi, il nostro ne subisce in qualche modo le conseguenze. In questo momento, per esempio, abbiamo un enorme problema di carburante. Molte strutture comprese quelle sanitarie lavorano con i generatori. Va da sé che se non si trova benzina, a cascata si penalizzano ulteriormente i vari servizi che a mala pena funzionano.

Sappiamo che intrattieni intense relazioni ecumeniche. Un anno fa Confronti, grazie al tuo interessamento, ha intervistato il cardinale Dieudonné Nzapalainga. Che cosa vuol dire ecumenismo in una situazione come la vostra?
In Paesi così poveri i bisogni sono enormi, la concentrazione è focalizzata sul poter mangiare, bere, potersi vestire, e questo rende le relazioni ecumeniche semplici, naturali. Io sono molto grata per l’opportunità di stare vicino e di collaborare con il cardinale Nzapalainga e sicuramente non per il ruolo gerarchico che ricopre ma per il lavoro straordinario che fa in questo Paese. Tramite lui ho conosciuto anche l’Imam Abdoulaye Ouasselegue e anche con lui ci vediamo spesso. Trovo che sia bello poter lavorare insieme per alleviare, anche se in minima parte, le sofferenze che ingiustamente vivono i nostri amici e le nostre amiche centrafricani. In questi anni con nessuno di loro ho mai avuto divergenze o discussioni a causa della nostra “diversità”. Abbiamo un obiettivo comune: lasciare che Dio faccia del bene a questo Paese attraverso le nostre vite.

Quali progetti hai per la tua attività?
Sicuramente vogliamo accompagnare i bambini fino alla conclusione della scuola primaria. Quindi aggiungere altre tre classi per un totale di otto. Io vorrei andare molto al di là di questo ma è meglio porre obiettivi a breve termine. Vedremo come la situazione si evolverà e cercheremo di rispondere nella fede a tali sviluppi.

Permettimi una domanda personale. Una storia come la tua colpisce molto, anche se tu la vivi e ne ne parli con grande sobrietà e semplicità. La tua è una scelta di vita non comune. Sei felice?
Che bella domanda! Mentre ti rispondo mi emoziono. Sì, sono felice nella misura in cui la mia vita è conforme alla mia vocazione; sono felice nella misura in cui la mia felicità dipende dalla felicità di Dio; sono felice nella misura in cui mi sento uno strumento dell’amore di Dio per gli ultimi, cosa che mi emoziona. Quando mi capita di essere infelice (ancora troppo spesso) perché mi manca la mia famiglia, mi mancano le comodità e la sicurezza dell’Italia mi rendo conto che il mio cuore è “distratto” da ciò che dovrebbe contare realmente, cioè la fedeltà alla mia vocazione Quindi, sì, in questo preciso momento sono felice, forse domani o magari già stasera non lo sarò più ma almeno ho capito qual è la strada per esserlo.

Foto © Desirée Pancione

Desirée Pancione

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