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Il “nipote 133” (Argentina)

by Nadia Angelucci

di Nadia Angelucci. Giornalista e scrittrice

Nel pieno dell’estate italiana (e dell’inverno argentino) si fa strada l’annuncio che le Abuelas de Plaza de Mayo hanno ritrovato uno dei bambini scomparsi durante la dittatura. Si tratta del “nipote 133” uno dei tanti bambini (e bambine) sottratti, secondo un progetto stabilito dai vertici delle Forze armate, a chi si opponeva al regime.

Ci sono storie latinoamericane che sono molto vicine a noi, come quella della famiglia Santucho che a luglio di quest’anno ha ritrovato dopo 46 anni un figlio e un fratello scomparso durante gli anni della dittatura civico militare del 1976-1982.

Nel pieno dell’estate italiana, e dell’inverno argentino, si fa strada un annuncio: le Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Plaza de Mayo) hanno ritrovato uno dei bambini scomparsi durante la dittatura.

È, quella della sottrazione dei bambini e delle bambine degli oppositori politici, una pratica che la dittatura argentina ha messo in atto in quello che è stato un vero e proprio Plan sistemático, come ha rivelato anche un processo e una sentenza che ha riconosciuto che i rapimenti di bambini avvenuti durante la dittatura militare non erano eventi occasionali o semplicemente dovuti alla volontà di alcuni appropriatori ma che facevano parte di un vero e proprio progetto stabilito dai vertici delle Forze armate.

La sentenza del 5 giugno del 2012 mette nero su bianco che questi sono «crimini contro l’umanità, attuati mediante una pratica sistematica e diffusa di rapimento, detenzione e occultamento di minori, rendendo incerta, alterando o sopprimendo la loro identità, [e che questo si verificò] in occasione del rapimento, della prigionia, scomparsa o la morte delle loro madri come parte di un piano generale di annientamento che fu dispiegato su parte della popolazione civile con l’argomento di combattere la sovversione, attuando metodi di terrorismo di Stato durante gli anni dal 1976 al 1983 dell’ultima dittatura».

E proprio questa è la storia di Cristina Navajas, rapita il 13 luglio del 1976 quando era incinta di poche settimane. Cristina già aveva due figli, Camilo e Miguel, ed era sposata con Julio Santucho, il più piccolo dei 10 fratelli della famiglia Santucho, una famiglia decimata dal terrorismo di Stato. Quando Cristina viene sequestrata, Julio, suo marito, è in Italia e non sa nulla della sua gravidanza. La notizia di un nuovo bambino gli arriva attraverso una lettera che Cristina aveva scritto ma non aveva fatto in tempo ad inviargli, ritrovata poi nella casa del rapimento.

Cristina Navajas passerà da vari centri clandestini di detenzione; le testimonianze dei sopravvissuti dicono che difese con forza la sua gravidanza e malgrado le violenze che subì riuscì a partorire un bambino, probabilmente tra gennaio e febbraio del 1977, prima di essere desaparecida.

Sua madre e suo marito per 46 anni l’hanno cercata, e hanno cercato quel bambino che supponevano fosse nato. Quando la madre di Cristina Navajas, Nélida Gómez de Navajas, cofondatrice dell’associazione Abuelas de Plaza de Mayo muore, nel 2012, è Miguel Santucho, suo nipote e figlio di Cristina a prendere in mano il testimone di questa doppia ricerca.

Ed è Miguel, El Tano (l’italiano), a saldare un legame con l’Italia dove ha vissuto insieme al padre e ai fratelli tutto il periodo dell’esilio durante gli anni della dittatura. Miguel era in Italia quando ha ricevuto la notizia del ritrovamento del fratello, ed è tornato nel mese di settembre insieme al nuovo membro della famiglia, invitati dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Il “nipote 133” si è presentato da solo negli uffici di Abuelas; aveva dubbi sulla sua identità. Mentre scriviamo ancora non si conosce il suo nome, per preservare la sua privacy e quella della sua famiglia; dovrà affrontare un lungo cammino di recupero della sua identità. Per 46 anni gli è stata sottratta la verità sulle sue origini.

Dovrà costruire memoria della sua famiglia biologica, recuperare ricordi e ricostruire genealogie. Ci hanno raccontato che ha accolto la nuova famiglia con allegria e ha chiesto riservatezza per le sue figlie che dovranno a loro volta fare i conti con questa storia: tre generazioni hanno sofferto gli effetti della dittatura, un danno che si tramanda ben oltre la fine temporale del regime di Videla.

Chi ha rapito e ha cresciuto il figlio di Cristina e Julio è un poliziotto di Buenos Aires, adesso in pensione, che lo ha iscritto all’anagrafe come suo figlio e ha scelto per lui una data di nascita: il 24 marzo del 1977, il primo anniversario del golpe di stato in Argentina. Davanti al giudice ha scelto di non parlare.

Foto © CiraInes via Wikimedia Commons

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Nadia Angelucci

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