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La corsa di Trump minaccia la pace

by Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Nella corsa alle presidenziali degli Stati Uniti del 2024 c’è ancora la possibilità che gli elettori e le elettrici vedano Donald Trump contendere per la Casa Bianca. Eppure la rielezione di Trump potrebbe rappresentare la peggiore delle notizie possibili per la pace mondiale.

Nel momento in cui la guerra tra Russia e Ucraina non sembra in alcun modo volgere al termine, la comunità internazionale guarda con estrema attenzione a quello che sta accadendo negli Stati Uniti, vale a dire la corsa alle presidenziali americane. Bisogna evidenziare senza indugio che la rielezione di Donald Trump costituirebbe la peggiore delle notizie possibili per la pace mondiale.

In primo luogo, sicuramente la notizia peggiore sarebbe per gli stessi Stati Uniti che si ritroverebbero un presidente che li riporterebbe nuovamente indietro nella storia per quanto attiene ai diritti fondamentali degli individui e delle comunità. In prospettiva globale, una nuova presidenza Trump acuirebbe in maniera esponenziale i problemi esistenti e in primo luogo l’incapacità di risolvere le guerre in corso.

Ricordiamo che la presidenza Trump è stata quella che ha legittimato lo sfilacciamento delle regole del sistema internazionale a favore di un sistema basato esclusivamente sui rapporti di forza. Del resto, il tycoon di New York non aveva mai fatto mistero di essere poco incline al rispetto e alla legittimazione delle istituzioni internazionali e degli accordi sottoscritti.

Solo per fare alcuni esempi, sotto la sua presidenza gli Stati Uniti sono usciti dagli accordi sul clima di Parigi, dagli accordi di partenariato transpacifico [Tpp, un progetto di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali], dal trattato Open Skies [che ha l’obiettivo di promuovere la trasparenza sulle attività militari condotte dai Paesi membri], hanno inviato una lettera all’Onu per ritirare la firma sul Trattato sul commercio delle armi (Att), hanno negato validità agli accordi raggiunti con l’Iran in merito al programma nucleare per non dimenticare le critiche ai Paesi alleati della Nato in merito alla spesa per la difesa pur essendo gli alleati in linea con gli accordi sottoscritti.

Invero Trump e il suo entourage si sono mostrati chiaramente intenzionati a rompere definitivamente il sistema multilaterale che era stato costruito dopo la Seconda guerra mondiale. In pratica, l’amministrazione Trump ha portato a compimento un percorso di crisi delle istituzioni internazionali multilaterali.

Questo ha favorito il rafforzamento e la comparsa di regimi autoritari tanto è vero che circa il 70% della popolazione mondiale vive ormai in autocrazie e financo alcuni Paesi dell’Unione europea in alcuni momenti hanno visto minacciato il corretto processo democratico. La diffusione delle autocrazie, peraltro, si è associata con una crescita costante del militarismo. E infatti è ormai noto a tutti che la spesa militare globale ha raggiunto e superato i livelli della Guerra fredda a dispetto della debolezza delle economie.

Inutile dire che i leader mondiali che condividono la visione del mondo di Trump basata sulla discrezionalità assoluta di governi “forti” e sull’uso della forza militare come principale strumento di politica estera non potranno che esultare a una rielezione di Trump. Vladimir Putin probabilmente sarebbe quello che se ne avvantaggerebbe di più e in questo senso il prolungamento della guerra con l’Ucraina gioca decisamente a suo favore.

I Paesi dell’Unione europea ancora una volta sono chiamati a dare una risposta decisa dato che essi sono gli unici che al mondo continuano, seppur in maniera non evidente, in un percorso di rafforzamento della democrazia grazie a quel funzionalismo da molti criticato ma che, alla prova dei fatti, mantiene costante il processo di integrazione.

È chiaro, tuttavia, che la risposta esclusivamente funzionalista non basta più ma è necessaria una svolta politica più evidente per respingere da un lato le spinte interne verso la “disintegrazione” e dall’altro per costituire realmente un argine al declino della democrazia a livello globale.

Foto © Jon Tyson via Unsplash

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Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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