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Una Cina sempre più religiosa?

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

Anche se nei discorsi ufficiali del presidente cinese Xi Jinping e altri funzionari del Partito comunista cinese si fa ancora riferimento al fatto che i propri membri debbano essere “atei marxisti inflessibili” un recente studio condotto dal Pew Research Center mostra una realtà più complessa.

Il Partito comunista cinese (Pcc) ad oggi conta più di 98 milioni di membri, il che lo rende il secondo partito politico più grande al mondo dopo l’indiano Bharatiya Janata Party. Fondato nel 1921, il Pcc è salito al potere nel 1949 e nella Costituzione della Repubblica popolare cinese viene affermato che i cittadini «godono della libertà di credo religioso» ed è permessa la partecipazione alle «normali attività religiose» (senza definire cosa significhi “normale”).

La Costituzione prevede inoltre il diritto di mantenere o meno un credo religioso e che gli organi statali, le organizzazioni pubbliche e gli individui non possano discriminare i cittadini «che credono o non credono in alcuna religione». Il governo cinese riconosce cinque religioni ufficiali: Buddhismo, Taoismo, Islam, Protestantesimo e Cattolicesimo romano, ma anche esse sono vincolate a formare delle “associazioni religiose patriottiche” per poter essere autorizzate a tenere i propri servizi di culto, cerimonie o altre attività religiose.

I vari gruppi religiosi, oltre a rispettare la legge cinese, sono tenuti a «salvaguardare l’unità nazionale» e «combattere l’estremismo religioso» (senza che vengano date definizioni di “estremismo”) con attività che includono il monitoraggio di gruppi, individui e istituzioni e la messa in atto di sanzioni (sospensione dalla comunità, espulsione dal rango “clericale”).

Inoltre, la regione autonoma dello Xinjiang (dov’è presente una maggioranza uigura, un’etnia turcofona di religione islamica) ha le proprie leggi sull’antiterrorismo e sulla “de-estremizzazione” che contengono disposizioni che vietano di indossare barbe lunghe, coperture integrali e abiti religiosi; ma proibiscono anche di estendere l’osservanza halal al di fuori delle questioni alimentari, danno facoltà di poter interferire sulla pianificazione familiare oltre che su matrimoni, funerali o eredità e hanno introdotto azioni di sorveglianza di massa e internamento discrezionale a fini “correttivi”.

Molte le Ong e i gruppi internazionali a difesa dei diritti umani che hanno denunciato gli abusi contro le minoranze etniche e religiose (non solo uigure), tra le quali anche il China Tribunal (un tribunale non governativo con sede a Londra) che nel settembre 2019 ha riferito al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sul fatto che il governo cinese stava «prelevando e vendendo organi provenienti da individui appartenenti a minoranze religiose ed etniche perseguitate su scala industriale».

ATEI MARXISTI INFLESSIBILI

Nel 2016, Xi Jinping ha esortato le autorità a mettere la questione religiosa in cima alla propria agenda di lavoro, nonché a rafforzare la ricerca del Pcc e a intensificare la guida, la pianificazione, la direzione e la supervisione della religione.

Tuttavia – ha sottolineato il Segretario generale – «i membri del Pcc devono agire come “atei marxisti inflessibili”, consolidare la propria fedeltà e tenere a mente i principi del Partito». Ciononostante, nuovo rapporto del Pew Research Center sottolinea che la questione del “grado di religiosità” in Cina è tutt’altro che scontato. Secondo il rapporto, meno della metà dei membri dei partiti politici in Cina (44%) si è identificato come “ateo” quando – nell’ambito del World Values Survey (Wvs) del 2018 – è stato chiesto se fossero “religiosi”, “non religiosi” o “atei” e, tra i non iscritti al partito, solo il 33% ha scelto quest’ultima opzione.

Circa il 6% dei membri del Pcc si identifica formalmente con una religione come il Buddhismo, il Cristianesimo, l’Islam o il Taoismo. Secondo il Chinese General Social Survey (Cgss) del 2018, uno dei numerosi sondaggi accademici esaminati dal centro di ricerca statunitense, questo dato è quasi alla pari con il 10% degli adulti cinesi che non sono membri del partito. Quindi, di fatto, i membri del Pcc hanno quasi la stessa probabilità dei non membri di partecipare a determinate usanze che potrebbero essere considerate “religiose”:
1) Il 40% dei membri del Pcc crede nel fengshui, una pratica tradizionale cinese che consiste nella disposizione degli oggetti nello spazio fisico per promuovere l’armonia tra uomo e ambiente. Secondo il sondaggio China Family Panel Studies (Cfps) del 2018, questo dato si confronta con il 48% tra i non membri del Pcc.
2) Il 24% crede nel Buddha e/o negli “esseri illuminati” che, pur avendo ottenuto la liberazione, rinunciano al loro livello per assistere gli uomini e guidarli verso la salvezza (bodhisattva). Ciò si confronta con il 33% tra i non membri, secondo lo stesso sondaggio.
3) L’11% dei membri del Pcc crede nelle divinità taoiste riconosciute come “immortali”, contro il 19% dei non membri.
4) I membri del Pcc non sono diversi dal resto della popolazione nella loro tendenza a seguire le tradizioni cinesi che si annoverano nella sfera della “spiritualità”, ma che il Pcc vieta apertamente in quanto “superstizioni”.

La tradizione spirituale cinese più diffusa misurata nei sondaggi è quella del rituale atto a onorare gli antenati defunti: in questo caso il 79% dei membri del Pcc afferma di aver visitato la tomba di un membro della famiglia nell’ultimo anno contro circa il 75% dei non membri.

E se il Pcc tollera il coinvolgimento occasionale in alcune di queste pratiche, i membri che sono coinvolti in pratiche religiose, spirituali o ascrivibili all’ambito della “superstizione” – come visitare i templi per tutti i giorni religiosi importanti o consultare frequentemente gli indovini – rischiano l’espulsione dal Partito.

Foto © Lon Liu via Unsplash

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