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Si fa presto a dire “pace”

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Lo scorso agosto Il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste ha approvato un ordine del giorno che si esprime contro il finanziamento della produzione di armamenti per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina. Pur riconoscendo “un aggressore e un aggredito”, il documento si presta a una analisi sulla struttura della discussione in materia di etica della pace.

Il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste, riunito nello scorso agosto a Torre Pellice, «consapevole che la guerra in Ucraina vede un aggressore e un aggredito, è convinto che finanziare la produzione di armamenti aumenti le atrocità e i tempi di questa guerra e delle altre; si rifà anche alla Costituzione italiana, che all’art. 11 ripudia la guerra» per dire, in buona sostanza, che la pace sarebbe preferibile e che non può essere perseguita con mezzi militari.

L’ordine del giorno, che non posso riprodurre integralmente in questa sede, è stato approvato con una maggioranza netta, anche se non schiacciante. Il testo, nel quale la Chiesa in questione si esprime al livello più autorevole, si presta ad alcune osservazioni, di portata generale, sulla struttura della discussione in materia di etica della pace. Due di esse riguardano il metodo di un’argomentazione trasparente.

La prima. Ci si dichiara consapevoli dell’esistenza di un aggressore e di un aggredito: non li si nomina, ma non è necessario. Tale evidenza, però, non svolge alcun ruolo nella struttura del testo. Esso passa direttamente a ciò che in effetti è interessato ad affermare, e che potrebbe dire anche senza quanto precede. La menzione dell’aggressore e dell’aggredito, dunque, finge di tematizzare una possibile obiezione, che invece resta inoperante: l’essenziale è sottolineare che la produzione (ma in realtà si intende: la fornitura all’Ucraina) di armi «aumenta le atrocità e prolunga la guerra».

Questo punto è oggetto della mia seconda osservazione. Il testo dice qualcosa di vero: armando l’Ucraina, le si consente di difendersi e in tal modo si prolunga la guerra. Non sarebbe impossibile sostenere, tuttavia, che l’onestà intellettuale avrebbe potuto suggerire una formulazione diversa del medesimo contenuto: «Dal punto di vista etico, si ritiene che una rapida occupazione dell’Ucraina da parte della Russia sia da preferire a una difesa dell’indipendenza della nazione aggredita, che prolunga il conflitto e aumenta il numero delle vittime». Una posizione certamente discutibile, ma che ha una propria coerenza, nonché il pregio di descrivere correttamente la realtà.

Limitarsi, invece, a ripetere che, visto che l’aggressione si è ormai verificata, una guerra breve è meglio di una lunga, senza menzionare le conseguenze della tesi che si propone, trasforma in un’ovvietà quello che invece è un tragico dilemma etico.

Le altre due note riguardano il richiamo alla Costituzione. Essa ripudia la guerra «come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: così l’art. 11. Ci si impegna cioè a non aggredire altri e a privilegiare, in una eventuale crisi, lo strumento diplomatico.

La Carta, dunque, non afferma alcun “ripudio” della difesa militare in quanto tale, anzi, la prevede esplicitamente e in termini piuttosto enfatici, ovviamente sempre per quanto riguarda l’Italia (art. 52). La fattispecie ora in discussione è diversa, riguarda una guerra in essere, che direttamente coinvolge altri e rispetto alla quale la politica deve assumere delle decisioni. Non sono affatto sicuro, quindi, che il richiamo alla nostra Legge fondamentale sia, in questo contesto, al posto giusto.

Ultima glossa. L’art. 11 della Costituzione è l’unico testo autorevole citato dal documento, se si prescinde (e, francamente, consiglierei di farlo), da un invito piuttosto generico a «proclamare il Vangelo nella piazza pubblica, senza temere di schierarsi con chi si oppone alla guerra e ai nazionalismi tossici, con gli obiettori di coscienza di entrambi gli schieramenti» e con altri operatori e operatrici di pace.

Il fatto che la Scrittura sia totalmente assente dall’argomentazione va salutato, in questo caso specifico, con sollievo, in quanto, se non altro, evita la tentazione di esegesi spericolate. Sussistono però ottime ragioni che inducono ad aprire le giornate sinodali con la lettura della Bibbia e non con quella, peraltro sempre commendevole, della Costituzione. Ci si può chiedere se, in questo caso, tali ragioni abbiano svolto il ruolo che ad esse compete in un’assemblea cristiana.

Foto © Jon Tyson via Unsplash

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

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