L’Ecologia ancestrale nel pensiero di Petna Ndaliko Katondolo - Confronti
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L’Ecologia ancestrale nel pensiero di Petna Ndaliko Katondolo

by Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.

Petna Ndaliko Katondolo, regista e attivista congolese concepisce il cinema e l’arte come strumenti politici. Ha fatto suo il concetto di Ecologia ancestrale, che porta a una profonda comprensione e un legame olistico con la Terra che non viene vista come una risorsa materiale, ma come un essere vivente complesso.

«L’occupazione inizia con la cancellazione, la decimazione degli abitanti e lo smembramento: uno sradicamento e una separazione. Pertanto, connessioni astrali e cerchio cosmologico di appartenenza vengono interrotti. Le discendenze vengono disgiunte e la creatività imbrigliata. Una delle prima operazioni intraprese per invadere e occupare l’Africa è stata abbattere tutta la biodiversità e costruire sullo stesso spazio strutture per dare vita a un estrattivismo sfrenato, un pratica che ha occupato fino a oggi il centro del governo mondiale».

Comincia così, con la teorizzazione di un legame stretto tra colonialismo e crisi climatica attuale, la conversazione con Petna Ndaliko Katondolo, il regista e attivista congolese fondatore e direttore artistico del centro culturale Yole! Africa di Goma e del Congo International Film Festival che fa della sua opera una denuncia continua della devastazione sistemica delle popolazioni e dell’ambiente a opera di popoli dominanti e della esclusione perpetuata di popolazioni native dalle proprie risorse e dalla Terra.

Katondolo concepisce il cinema e l’arte come strumenti politici e utilizza contenuti storici per far emergere questioni culturali e socio-geo-politiche. Se fosse a CoP28, lancerebbe il suo grido di ritorno alla Ecologia ancestrale, «un concetto – dice – fondamentale che porta a una profonda comprensione e un legame olistico con la Terra che non viene vista come una risorsa materiale, ma come un essere vivente complesso. L’Ecologia Ancestrale riporta tutti a una responsabilità ma anche a un legame stretto con la Terra che quindi si desidererà curare, come parte della famiglia».

Petna Ndaliko, sta lavorando a un grosso progetto cinematografico sulla foresta pluviale del bacino del Congo e raccogliendo fondi per realizzarlo. Scopo del film è far emergere da una parte gli effetti catastrofici della crisi ambientale, dall’altra proporre i metodi utilizzati dalla comunità locale quale soluzione per raggiungere l’autosufficienza, preservare la terra ancestrale e mantenere una vita di villaggio sostenibile, continuando a proteggere la foresta pluviale. Il film si chiama Basandja, la parola che riassume il codice di condotta tradizionale locale che regola la gestione e la cura della foresta, delle acque e dell’ambiente nel suo complesso.

È un documentario originale che accompagna gli spettatori in un viaggio profondo nel cuore della foresta pluviale congolese. Parafrasando il noto romanzo di conradiana memoria, si potrebbe dire che rappresenta un viaggio sulla stessa rotta ma alla ricerca del “cuore di sapienza” al centro dell’Africa, in una regione biodiversa del continente che ospita, oltre a mille risorse, bellezze e milioni di individui impoveriti da secoli di colonialismo e sfruttamento, un patrimonio infinito di conoscenze e saggezze indigene.

«Il film – spiega l’autore – mette in luce il profondo legame tra le popolazioni indigene e la foresta pluviale e decanta le loro prospettive e i loro paradigmi unici. Al centro del documentario c’è Samuel Yagase, un leader visionario della comunità e sostenitore della giustizia climatica. Samuel affronta una sfida apparentemente improba: colmare il divario di conoscenza e contatto che divide le comunità indigene della foresta pluviale e la comunità internazionale. La sua missione è tradurre l’antica saggezza e la comprensione del villaggio di Tolaw, nel Bacino del Fiume Congo, e di altri gruppi indigeni, le cui conoscenze sono state a lungo trascurate dal modello scientifico occidentale».

Samuel, il protagonista del docufilm,  fa parte del  Gova, una acronimo che sta per Gruppo di organizzazioni dei villaggi per lo sviluppo autonomo, fondato nel 1992 su iniziativa collettiva tra la comunità, gli intellettuali e i leader tradizionali per l’autonomia e l’autodeterminazione dopo aver sperimentato il dolore, la mancanza di rispetto e le promesse non mantenute delle organizzazioni umanitarie internazionali. 

«Il gruppo ha cercato di creare un’organizzazione locale che fosse veramente basata sulla comunità e che unisse conoscenze accademiche a saggezza tradizionale per fondarsi sul principio dell’autosufficienza. In un processo di decolonizzazione del pensiero e dell’intervento sui contesti, Gova ha pensato di dare uno status limitato all’assistenza esterna. In sostanza, è un’organizzazione che sfrutta le risorse locali indipendente al 100% dall’aiuto esterno». 

Il Congo è forse il simbolo migliore di cosa significhi maledizione delle risorse. Ricchissimo di ogni sorta di beni, ha dato il mondo il materiale di cui aveva più bisogno nelle diverse fasi storiche, il caucciù per la gomma e la plastica nei secoli scorsi, il rame, l’oro, i diamanti e, più recentemente, il coltan o il cobalto – il minerale alla base della “rivoluzione verde” – senza mai ricavarne nulla in cambio, se non conflitti, sfruttamento atroce, impoverimento progressivo, ingiustizia. In Congo la scoperta di nuovi giacimenti terrorizza per le conseguenze che potrebbe scatenare, gli unici calici che tintinnano colmi di Champagne, sono in Occidente o in Cina.

Questa tendenza a estrarre e a sfruttare, oltre a non portare vantaggi locali, crea danni irreparabili alle popolazioni, escluse dalla gestione e dalle decisioni «Le comunità native in Congo – e in molte parti dell’Africa – sono state sfruttate, sterminate e poi sistematicamente escluse dai processi decisionali che riguardano le loro vite – riprende Ndaliko –. Fortunatamente, le ultime generazioni che lavorano sulle orme dei loro anziani hanno preso coscienza e iniziato a lottare per far sentire la loro voce e la loro concezione indigena della cultura e degli ecosistemi, a chiedere il rispetto dell’ecosistema non solo che sia l’Africa a trarne beneficio: il punto è la reciprocità, non lo sfruttamento. Tuttavia, ancora oggi, come durante il colonialismo, i loro sforzi si scontrano con la violenza e la repressione da parte di funzionari o enti esterni. L’eredità coloniale è ancora presente, ci sono vere e proprie strategie minerarie che non guardano certo ai diritti per ottenere l’accesso alle miniere per accaparrarsi coltan o cobalto». 

«Il valore dato al patrimonio immateriale nelle nostre culture – fa eco all’artista congolese Sabrina Ciancone, Sindaco di Fontecchio, che collabora come attivista con Petna Ndaliko – senza considerare latitudine e longitudine può avere lo stesso impatto in un paese di 300 abitanti come il mio così come a Goma o in qualunque capitale d’Europa perché si fonda sul rispetto delle acquisizioni umane per affrontare i problemi del passato che ritornano vitali nell’attuale crisi climatica». Nell’ambito del suo tour di promozione del crowdfunding per la realizzazione di Basandja, Petna Ndaliko Katondolo ha animato una conferenza presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Antonianum di Roma, ospite della Professoressa Cinzia Rossi all’interno del corso biennale di specializzazione in antropologia organizzativa da lei coordinato. «Tutti i quadranti geopolitici del pianeta – spiega la docente – sono coinvolti, proprio a confermare che nell’Organizzazione naturale del Creato tutto è connesso, mentre la cultura organizzativa che il cosiddetto “Occidente evoluto” sta sviluppando creerà sempre più malessere per il futuro dell’umanità. In questo senso la visione che ci offre Petna è capace di riportarci all’essenziale, all’ancestrale relazione tra l’uomo e la Natura. La via percorribile è quella di riconsiderare il “tutto è connesso” attraverso una global education, dove nessuno è superiore ad un altro».

«Ogni comunità del mondo – conclude il regista –  per quanto rurale, debole e povera, può resistere alla cancellazione e organizzare il proprio sviluppo aprendosi ad altre comunità, sviluppando un’agenda locale e influenzando positivamente altre comunità».

Foto ©  Il set del docufilm

Luca Attanasio

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