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Quale pluralismo per quale scuola

by Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

Alcune dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto alla promessa di un consistente incremento dei finanziamenti alle scuole “paritarie”, hanno nuovamente posto l’annoso problema del finanziamento della scuola privata da parte dello Stato.

Alcune dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, hanno nuovamente posto l’annoso problema del finanziamento della scuola privata da parte dello Stato. Per farla breve, Valditara, a nome del governo del quale fa parte, ha promesso un consistente incremento dei finanziamenti alle scuole “paritarie”, cioè (secondo la Legge 62 del 2000, art. 1) di quelle scuole non statali che lo Stato riconosce come erogatrici di un servizio pubblico. Si tratta, in buona parte, anche se non esclusivamente, di scuole cattoliche e il loro finanziamento da parte dello stato costituisce da sempre un obiettivo prioritario della lobby cattolica italiana, che ama parlare, a questo proposito, di “libertà di insegnamento”. 

L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che le scuole istituite da «enti e privati» non debbano determinare «oneri per lo Stato». Le interpretazioni sono però divergenti: da una parte, si sostiene che il testo chiude la porta a finanziamenti diretti o indiretti; dall’altro, si afferma che le scuole paritarie, in quanto svolgono un servizio pubblico, possono essere sostenute mediante sgravi fiscali o agevolazione alle famiglie degli scolari o studenti. 

Molti Paesi democratici occidentali praticano senza particolari remore modalità di finanziamento delle scuole private che rispettano determinati criteri di qualità; e da noi sembra improbabile che la discussione giuridica sull’art. 33 giunga a un consenso generale: l’interpretazione è e sarà determinata da criteri politici. 

In misura e forme e diverse, sono numerose le coalizioni di governo che hanno ritenuto vantaggioso blandire il mondo cattolico aprendo a concessioni su questo fronte: da sempre, però, la Destra ne fa un argomento privilegiato, accanto naturalmente alle questioni relative alla famiglia cosiddetta “naturale”, a ciò che viene chiamato “difesa della vita” ecc.

Non è utile, io credo, affrontare la questione in termini di principio. Non è detto, cioè, che un pluralismo delle istituzioni formative debba essere necessariamente combattuto in nome di un’idea vagamente giacobina di laicità o di monopolio educativo dello Stato. La domanda, purtroppo, è molto più pratica: come fornire al maggior numero possibile di giovani un sistema scolastico meno inadeguato a un costo accettabile per la collettività e per le famiglie? I fondi destinati alla scuola sono carenti e non da oggi. Ciò dipende, essenzialmente, dal fatto che investire in questo ambito produce costi immediati e un ritorno in tempi non necessariamente brevissimi: ciò non attrae una classe politica abituata a progettare (si fa per dire) sulla base del sondaggio del giorno.

Gli slogan, o i cambiamenti nel nome del ministero, sono, con ogni evidenza, molto più economici. In tale quadro, aumentare le risorse per la scuola privata significa, ovviamente, decurtare ulteriormente quelle destinare agli istituti di istruzione statali, cioè accelerarne il degrado. Chi, dunque, come il ministro Valditara, solletica gli appetiti cattolici su questo punto, stabilisce determinate priorità e sacrifica altre esigenze: si tratta di una scelta gravida di conseguenze sociali e culturali.

Va da sé che una democrazia ha il sacrosanto dovere di garantire che il proprio sistema formativo sia adeguatamente aperto al pluralismo che caratterizza la società. Tale obiettivo, tuttavia, può essere adeguatamente perseguito anche e proprio all’interno dell’istituzione statale. Essa permette, in misura evidentemente maggiore rispetto, ad esempio, a una struttura confessionale (o, anche, gestita da gruppi imprenditoriali), il confronto tra le varie espressioni culturali e religiose presenti nella società.

Tra i diversi modelli possibili di pluralismo, quello interno all’istituzione statale sembra particolarmente adatto a una società come la nostra che, per comune riconoscimento, richiede un’educazione alla convivenza tra culture e appartenenze diverse. Data l’aria che tira, è più che probabile che riflessioni di questo genere saranno, molto semplicemente, travolte dalla convergenza di interessi tra destra di governo e chiesa italiana: un connubio, del resto, non esattamente inedito.

Foto ©  Jessica Ruscello via Unsplash

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Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

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