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Rai, ottant’anni e sentirli tutti

by Roberto Bertoni Bernardi

di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista.

Il 26 ottobre 1944, tramite decreto legislativo luogotenenziale, l’Eiar fu riaperta nell’Italia liberata con le Radio audizioni italiane (RAI) ma è dal 3 gennaio del 1954 che ha inizio il regolare servizio di televisione e la Rai appare sul piccolo schermo con il suo primo canale.

Compie ottant’anni mamma Rai e noi, da appassionati spettatori, non possiamo che rivolgerle i migliori auguri. Nata nel 1944 in sostituzione dell’Eiar, simbolo del periodo fascista, il 3 gennaio 1954 iniziò a trasmettere in video, grazie al rivoluzionario mezzo televisivo. Ad aprire le danze fu Fulvia Colombo, la prima annunciatrice del servizio pubblico, segnando l’inizio delle trasmissioni.

Il primo programma ad andare in onda fu Arrivi e partenze, che lanciò il regista Antonello Falqui, il giornalista Armando Pizzo e, soprattutto, un giovane italo-americano destinato a diventare l’emblema della televisione italiana: Mike Bongiorno. Venne scelto, il Mike nazionale, proprio per la sua conoscenza della lingua inglese, che lo favoriva nell’intercettare i personaggi più svariati negli aeroporti del nostro Paese, realizzando una serie di interviste che incarnavano il clima dell’epoca. Attorno a quel nuovo elettrodomestico, all’epoca presente in pochissime abitazioni, c’era un misto di speranza e scetticismo, con il primo sentimento che ben presto avrebbe prevalso in maniera netta sul secondo.

Fu proprio Mike, del resto, con Lascia o raddoppia?, a favorire il decollo della televisione, in un’Italia che si stava lasciando alle spalle gli anni della guerra e della ricostruzione e stava procedendo ad ampie falcate verso il boom economico e la società dei consumi e del benessere. E affinché il miracolo si compisse ecco che il 3 febbraio del 1957 prese avvio un’altra trasmissione destinata a passare alla storia: Carosello.

Spot pubblicitari, veri e propri spettacoli nonché sketch memorabili che videro protagonisti i più grandi attori del tempo, oltre a personaggi dello sport, della musica e a tutto il variegato mondo del costume che contribuiva con passione a scenette che costituiscono uno dei momenti più belli della nostra vicenda nazionale. Basti pensare alle evoluzioni che Carosello ha avuto nei venti anni in cui è andato in onda: dalla richiesta di mangiare più carne all’attenzione posta al tema dell’obesità, inesistente solo dieci anni prima.

Va detto che gli anni Sessanta, con l’apertura di Fanfani e Moro ai socialisti e la nascita del centro-sinistra, hanno costituito una rivoluzione continua. Fu in quel decennio, infatti, che si affermò la moda giovane, rafforzata dall’ascesa di band internazionali come i Beatles e dall’idea che tutto fosse possibile, persino contestare e mettere a nudo il potere e i suoi protagonisti, prima che le bombe di piazza Fontana ponessero fine a quel sogno e ci facessero sprofondare in un decennio dal colore grigio come il piombo. In quel 1969, tuttavia, c’è stata anche un’estate, e che estate!

La notte dello sbarco del primo uomo sulla luna, l’interminabile diretta condotta da Tito Stagno, una non stop che è entrata di diritto nella storia del nostro Paese, anticipando quella che sarebbe stata poi Domenica in, con tanto di messaggio in diretta dell’allora presidente della Repubblica Saragat: momenti indimenticabili in cui ognuno si ricorda dove si trovava e con chi.

Gli anni Settanta hanno segnato anche l’esplosione delle radio libere e presto questo desiderio di rompere gli schemi contagiò anche il piccolo schermo, tanto che la sentenza n. 202 del 28 luglio 1976 della Corte costituzionale consentì alle televisioni private di trasmettere in ambito locale, facendo salvo il monopolio nazionale.

Un monopolio che, però, venne sfidato da un imprenditore milanese dotato di tanta intraprendenza e altrettanta spregiudicatezza: parliamo di Berlusconi, il quale cominciò a trasmettere su tutto il territorio italiano grazie all’utilizzo di una serie di videocassette con programmi registrati che venivano mandati in onda in simultanea in ogni angolo della Penisola. Il resto è storia nota e la rivoluzione s’era ormai compiuta, al pari del desiderio di leggerezza dei nostri connazionali, dopo un decennio caratterizzato da straordinarie conquiste in tema di diritti e avanzamenti sociali ma anche da tanto, troppo sangue.

Berlusconi è stato, dunque, il magnate che prima e meglio di altri ha saputo interpretare il bisogno di cambiamento espresso dal Paese, negli anni in cui in America approdava alla Casa Bianca un attore di secondo piano come Reagan e in Inghilterra andava per la maggiore Margaret Thatcher, la “lady di ferro” che divise il popolo britannico, ne compresse i diritti e costituì un modello regressivo che purtroppo ha fatto scuola. Era la stagione dell’edonismo e della Milano da bere, e in quel contesto ridanciano e di effimera opulenza il berlusconismo catodico preparò la strada a quello politico, al crepuscolo della Prima Repubblica e mentre il sistema dei partiti che avevano scandito i ritmi della politica italiana dal dopoguerra in poi cominciava a vacillare.

La storia dell’ultimo trentennio è nota. In anni ormai lontani, volendo spiegare la lottizzazione, si ricorreva alla battuta: «Hanno assunto due democristiani, un socialista, un comunista e uno bravo». Oggi anche la Rai soffre sotto il peso di consorterie e appartenenze più o meno dichiarate che non sempre tengono conto delle effettive capacità, come abbiamo modo di constatare ogni giorno ponendo a confronto qualità e ascolti di oggi con quelli di una volta.

Certo, non si può ignorare la diffusione delle piattaforme on-line e dei social network né che questo sia un mondo radicalmente diverso rispetto a quello dei primi decenni di vita dell’azienda; fatto sta che la prima industria culturale del Paese, oggettivamente, non sta vivendo una stagione di gloria. Basti pensare che nel 2003, come miglior programma in cinquant’anni di televisione, venne scelto Il Fatto di Enzo Biagi, da poco vittima dell’“editto bulgaro” insieme a Michele Santoro, Daniele Luttazzi e altri ancora. Quella vicenda ha avuto conseguenze atroci sul nostro stare insieme. Senza esagerare, possiamo affermare che il servizio pubblico non si sia mai davvero ripreso.

Diciamo che manca un’idea e una visione, caratteristiche che Bernabei, democristiano doc, possedeva entrambe. Non a caso, pur avendo contribuito a democristianizzare l’Italia, la sua Rai, oltre ad aver portato in milioni di case programmi cult come Studio Uno, Canzonissima e il mitico maestro Manzi con Non è mai troppo tardi, poteva avvalersi di fior di professionisti – da Biagi a Zavoli a Eco – che venivano messi nelle condizioni di dare il meglio di sé, pur avendo idee politiche diverse rispetto a quelle del direttore generale. 

Ci spiace dirlo, perché a questa azienda, al netto delle critiche che sempre le abbiamo mosso e continueremo a muoverle, noi le vogliamo bene, ma i settant’anni che porta sulle spalle si sentono tutti. Non entriamo nel merito delle polemiche, che pure ci sono state, in merito ai nuovi vertici e ai direttori di reti e telegiornali. Ci limitiamo a dire che questa gestione del servizio pubblico manca di una componente essenziale: l’idea del racconto che si vuole fornire di un mondo in tumultuoso cambiamento. E no, non sarà un po’ di propaganda o qualche conduttore benevolo nei confronti del governo a supplire all’assenza di una programmazione adeguata ai tempi. 

Foto ©  Ayeet Mestry via Unsplash

Roberto Bertoni Bernardi

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