Resistenza e speranza. Dalla Germania nazista al Medio Oriente - Confronti
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Resistenza e speranza. Dalla Germania nazista al Medio Oriente

by Hava Kohav Beller

di Hava Kohav Beller. Regista

Intervista a cura di Michele Lipori. Redazione Confronti

Nota principalmente per tre documentari, The Restless Conscience, The Burning Wall e In the Land of Pomegranates, la regista Hava Kohav Beller da giovanissima si è salvata dalle persecuzioni e dalla Shoah fuggendo in Israele dalla Germania nazista con sua madre. Nelle sue opere, ancora di grande attualità, la sua storia familiare si intreccia con quella del mondo.

Hava Kohav Beller è una regista nota principalmente per tre film documentari: The Restless Conscience, The Burning Wall e In the Land of Pomegranates. Nata a Francoforte sul Meno da famiglia ebraica, da giovanissima fuggì in Israele dalla Germania nazista con sua madre salvandosi così dalle persecuzioni e dalla Shoah; sorte non condivisa da sua nonna che, invece, morì ad Auschwitz.

Cresciuta nel kibbutz Geva, situato nel Nord di Israele tra Haifa e la Galilea, si è poi trasferita a New York dove ha studiato musica e danza alla Juilliard School of Music e successivamente cinema alla New School.

Nel 1992 è uscito il suo primo documentario The Restless Conscience: Resistance to Hitler Within Nazi Germany 1933-1945, un’analisi della resistenza tedesca a Hitler in un’opera che è costata quasi dieci anni di lavoro e che ha ricevuto anche una nomination all’Oscar come miglior film documentario. Per questo film, nel 1993 il presidente tedesco Richard von Weizsäcker le ha conferito la Gran croce al merito della Repubblica federale di Germania, tra le più alte onorificenze civili del Paese.

Nel 2002 è uscito nelle sale il documentario The Burning Wall incentrato sul dissenso e l’opposizione al regime comunista nella Germania dell’Est dal 1949 al 1989. Il film ha avuto grande successo di critica e ha vinto il premio come miglior documentario all’Hollywood Film Festival nel 2002 e all’Anchorage International Film Festival nel 2003. Il suo terzo documentario, In the Land of Pomegranates, esplora il conflitto israelo-palestinese mettendo in evidenza le enormi difficoltà che i due popoli affrontano nell’incontrarsi. Il film è stato presentato al Lincoln Plaza Cinemas di New York City a gennaio 2018, e al Laemmle Music Box di Los Angeles nel marzo 2018 ed è stato nominato “film della settimana” dall’International Alliance of Women, una Ong impegnata nella promozione dei diritti delle donne e l’uguaglianza di genere.

Com’è nata l’idea di girare The Restless Conscience?

L’idea nacque per caso. Ero a cena con un amica – Dorothea von Haeften-Steinhardt – che mi ha raccontato che suo padre – Hans Bernd von Haeften – era stato ucciso dai nazisti perché aveva preso parte alla Resistenza contro Hitler. Rimasi folgorata da questa notizia, perché non sapevo nulla né della storia personale della mia amica né del fatto che ci fosse stata un movimento di resistenza in Germania. Quella rivelazione divenne un’ossessione. Persone come von Haeften avevano fatto qualcosa di straordinario. Non erano obbligati a farlo eppure hanno deciso di provare a opporsi al male, pur sapendo che avrebbero messo in pericolo la loro vita e quella delle loro famiglie. Inoltre, a differenza dei movimenti di resistenza in Francia, Jugoslavia e altrove i resistenti tedeschi avevano più difficoltà a organizzarsi in un movimento: l’atto di resistere è stata una decisione individuale. Volevo sapere chi erano, le loro motivazioni, quali ostacoli avevano dovuto affrontare e superare. Soprattutto, volevo raccontarlo perché mi sembrava ingiusto che così poche persone sapessero del loro sacrificio.

Quanto ha a che fare la realizzazione di The Restless Conscience con la sua storia familiare?

Sebbene sia nata da una famiglia ebrea tedesca, la riflessione che è stata alla base della volontà di realizzare il documentario ha poco a che fare con il mio background familiare. Sono andata via dalla Germania da giovanissima e sono cresciuta in un kibbutz, permeato dall’ideologia socialista. Ricordo che mia madre non mi ha mai parlato della Shoah: non l’ha neanche mai menzionata e io, del resto, non ho mai chiesto nulla al riguardo. Eppure ricordo l’espressione di orrore quando, anni dopo la fine della guerra, mia madre ha ricevuto una lettera da parte della Croce rossa che la informava che sua madre – mia nonna! – era morta ad Auschwitz. Non pianse e non disse nulla, ma non dimenticherò mai l’espressione del suo viso.

A quali riflessioni ha portato la realizzazione del film?

Pur analizzando un momento ben preciso della storia dell’umanità, le questioni sollevate da The Restless Conscience superano i confini temporali e geografici ed è innanzitutto la storia di singoli esseri umani che testimoniano la vittoria della speranza sulla perpetuazione dell’odio. Quel che è successo con la Shoah è per me incomprensibile, eppure i nazisti erano esseri umani come tutti gli altri, il che dimostra che il male si annida in tutti noi. Le voci dei resistenti dovrebbero essere ascoltate in tutto il mondo, che è ancora – forse più che mai – pieno di odio e di incommensurabile brutalità. Il loro è un messaggio di speranza, destinato a costruire ponti tra le persone. Ribadiscono che siamo tutti esseri umani, tutti responsabili gli uni degli altri, che siamo davvero i “custodi di nostro fratello”, allora come adesso.

Qual è il tema centrale di The Burning Wall?

Fondamentalmente si tratta della prosecuzione della riflessione iniziata con il documentario precedente. L’istituzione della Repubblica democratica tedesca e del Muro di Berlino, che ne è in qualche modo il simbolo, è una sorta di prosecuzione del clima di oppressione che si respirava durante la Seconda guerra mondiale. Il film parla dei movimenti di rivolta dietro il muro di Berlino e la resistenza clandestina della Germania dell’Est. Mette in evidenza il dilemma, profondamente contemporaneo, della resistenza individuale all’interno di uno Stato totalitario.

Di cosa parla In the Land of Pomegranates?

È la storia di giovani palestinesi e israeliani invitati in Germania per partecipare a una specie di ritiro dal titolo emblematico “Vacanze dalla guerra”. In questa circostanza, dove vivono sotto lo stesso tetto, si confrontano sulle diverse narrazioni e “miti fondativi” del risentimento che ciascuna fazione nutre nei confronti dell’altra. A tutto questo si intrecciano altre storie, permeate dal conflitto, sia nei territoria palestinesi che in Israele: seguiamo una madre e quattro figli che vivono all’ombra del muro di confine di Gaza; un palestinese ex carcerato; un israeliano traumatizzato per essere sopravvissuto a un attentato suicida; una madre palestinese il cui figlio viene salvato da un medico israeliano. Tutte storie di cui i protagonisti si fanno portatori di un certo dualismo: riusciranno a riconoscere l’umanità dell’altro e a intraprendere un percorso di rinascita oppure si faranno irretire dalla violenza e dalla sete di vendetta? Il melograno [pomegranate in inglese] è una metafora di questo dualismo, sia perché ha un’assonanza con la parola che in inglese significa “granata” sia perché è la pluralità dei chicchi a creare il singolo frutto.

Cosa ricorda della sua infanzia nel kibbutz?

Il mio kibbutz era un luogo particolare, in cui l’ideologia socialista era il motore di tutte le cose. Abbiamo vissuto in circostanze difficili ma abbiamo imparato a prenderci cura l’uno dell’altro. C’erano quattro villaggi arabi nella zona. due erano amichevoli, gli altri due erano ostili e spesso ci attaccavano. Una volta i bambini furono invitati in uno dei villaggi per un matrimonio. Noi ragazze siamo state portate alla tenda delle donne, dove le donne stavano truccando il volto della sposa secondo le antiche tradizioni. La sposa aveva un aspetto cupo. Ci è stato detto che aveva sedici anni e non conosceva lo sposo. L’ho guardata in faccia, chiedendomi cosa stesse provando. Fuori gli uomini arrostivano un agnello e cavalcarono i loro cavalli. Siamo rimasti lì tutto il giorno ed è stato bellissimo. Ora, con tutto quello che sta accadendo in Medio Oriente, sembra che incontri di questo tipo siano quasi impossibili. Spero che un giorno tutto ciò possa accadere di nuovo.

Foto © Perster del film The Burning Wall

Picture of Hava Kohav Beller

Hava Kohav Beller

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