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Il bisogno umano del simbolico

by Giancarla Codrignani

di Giancarla Codrignani. Giornalista, scrittrice e già parlamentare.

La razionalità ha i suoi limiti e ama giocare con i simboli. Quando c’erano i partiti, per chi votava a sinistra il Psi e il Pci indicavano la giustizia sociale: entrambi con la falce e il martello, il Psi con anche il libro. Della Dc non importano le spiegazioni: usava il nome per avere il voto, ma cristiani veri ce n’erano pochi. Comunque non ci sarebbe mai stato un movimento chiamato “Cinque stelle” o ”Fratelli d’Italia”. Infatti un terzo della gente non va a votare. Restano, un po’ appannate, perfino le date simboliche: il 1° maggio, il 2 giugno della Repubblica, perfino il 2 novembre in cui si commemorano tutti i morti, anche i camerati evocati il 28 ottobre.

E c’era anche l’“ottomarzo”. Dico “c’era” perché il femminismo dei gesti, gestacci e slogan (anni Settanta e Ottanta del secolo scorso) comunicava la volontà delle donne di cambiare il mondo. C’era una filosofia, purtroppo non una teoria politica “di genere” per mettere in crisi il sistema esistente. Le “veterofemministe”, politicamente impegnate, si fidavano dei loro uomini che – anche quelli di Lotta continua o Potere operaio – restarono sempre rivoluzionari e patriarchi. Le giovani di Nonunadimeno e #MeToo sanno poco di nonne e mamme, si attivano, ma poco sul piano dei princìpi.

Ma è grave che il popolo delle donne subisca nell’indifferenza la sfida massima – attualmente destinata, contro le apparenze, a essere vincente – del patriarcato: le donne hanno in mano sia il governo, sia l’opposizione. Cambia qualcosa? Le “primedonne” parlano degli interessi del loro genere? Si rivolgono al loro genere almeno per ragioni elettorali? I maschi infatti reagiscono come se fossero – perché in realtà sono – “il” presidente del Consiglio e la segretaria (rispettosa della morfologia) del Pd. Dicono che sono brave e che usano le armi femminili oltre a quelle maschili: alcuni giornalisti hanno notato che Giorgia e Ursula simpatizzano e hanno sottolineato che alla Von der Leyen, venuta a onorare il “progetto Mattei” dedicato dalla governante italiana alla cooperazione con l’Africa, la presidente italiana ha vantato i cinque miliardi dell’impegno del suo governo.

Per sottolineare l’autorità di genere delle due signore, qualcuno ha fatto riferimento alla perfidia femminile: la Commissaria infatti per rallegrarsi ha sottolineato che esiste un European global gateway «con i suoi 150 miliardi di investimento che è il nostro piano per l’Africa» di cui il progetto italiano «è un complemento». Lasciamola “rosicare”: avrebbe fatto lo stesso anche un uomo. Appunto.

Mentre nessuno ha sottolineato che dall’Ua (Unione africana) sono venuti solo uomini e che non si è parlato dei tanti popoli del continente, composti di uomini e donne detentori di diritti e di aspettative diverse. Quindi diciamo che il patriarcato si accinge a vincere una battaglia abbastanza risolutiva se gli riuscirà di mantenere il modello unico, quello che uniforma e, dunque, omologa. Le donne fanno già le soldate, vanno al fronte, dichiareremo anche le guerre.

Personalmente non sono una che si adegua facilmente, ma non posso mica, dopo aver intonato il pianto greco, celebrare la mimosa: forse la Meloni la distribuirà ai colleghi ministri e Schlein alla sua segreteria più o meno mista. Con rabbia mi viene da pensare che i progressisti, tutti, non si accorgono neppure che le donne sono il 52 % dell’elettorato.

Forse il fatto che il Pd sia rimasto l’unico che mantiene la simbolica denominazione di “partito”, indica che dovrebbe occuparsi della solitudine degli elettori: il popolo sarebbe “sovrano” se qualcuno gli ricordasse che andare a votare significa contribuire a eleggere un/a “rappresentante” che si occuperà dei suoi interessi in un Parlamento in cui i due poteri – governo e opposizione – devono cercare di realizzare il bene del Paese. Oggi le istituzioni hanno perduto l’attrattiva simbolica per colpa di governi usciti da altri governi, risultati peggiori o migliori solo dopo l’esperienza, ma “eletti”, cioè “voluti” da elettori illusi da influencer che in televisione avevano dimostrato che “questo è il paese che amo”. Non è che la coscienza dorme?

Ph.  © Trevar Skillicorn-Chilver via Unsplash 

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Giancarla Codrignani

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