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Trattare bene le persone

by Samuele Pigoni

di Samuele Pigoni. Direttore della Fondazione Time2. Si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

Il tema della lectio magistralis di Benedetto Saraceno, prima di ritirarsi dalla scena pubblica, è la Psichiatria. L’intento è di comunicare la profondità e l’ampiezza di un mandato ancora tutto da compiere: quello di umanizzare la cura.

Non capita spesso di assistere ad un’ultima lectio magistralis. Ancora
di più se a ritirarsi è un intellettuale come Benedetto Saraceno. È successo a Torino in una sala gremita di 700 persone, per lo più studenti del corso di specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità dell’Università di Torino, ma anche operatori della salute mentale, educatrici, rappresentanti di (poche) organizzazioni che cercano di innovare le pratiche e le prospettive del lavoro sociale in chiave emancipatoria.

Psichiatra ed esperto di sanità pubblica, Saraceno ha lavorato a Trieste sotto la direzione di Franco Basaglia e Franco Rotelli e a Milano come responsabile della Comunità per pazienti psicotici gravi prevista dalla legge Basaglia.

È stato uno dei leader del movimento di Psichiatria antistituzionale e ha lavorato in Nicaragua, El Salvador, Honduras, Costa Rica, Panama, Cile, Cuba e Brasile dove ha promosso modelli comunitari di assistenza psichiatrica ispirati alla difesa dei diritti umani dei pazienti. Dal 1999 al 2010 ha diretto il Dipartimento di salute mentale dell’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra. Ha insegnato nelle Università di Ginevra e Lisbona.

L’ultima lezione: trattare bene le persone; ultima perché chiude la decennale esposizione pubblica del suo pronunciatore; ultima perché relativa alle questioni ultime, fondamentali; ultima perché nata dal dialogo tra Saraceno e Franco Rotelli avvenuto due giorni prima che, nel marzo del 2023, Rotelli – uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia– morisse all’età di 79 anni.

L’argomento è la psichiatria, il suo statuto epistemologico e il suo stato di salute. Il clima della lezione è affettivo – perché affettive sono le convinzioni ultime – e l’intento dichiarato di Saraceno è di trasferire al pubblico un mandato ancora tutto da compiere: quello di umanizzare la cura (trattare bene le persone) attraverso la promozione di un approccio umanistico, integrato e sistemico alla salute mentale e alle politiche sociali e sanitarie dell’assistenza psichiatrica.

Chiunque abbia esperienza diretta o indiretta della sofferenza mentale sa quanto sia disastroso lo stato in cui versano i servizi di salute mentale nel nostro Paese. È lo stesso Rotelli a dire, nell’introduzione a L’istituzione inventata (Alpha Beta Verlag, 2006): «Quasi ovunque centralismi dissennati e locali clientele. Una medicina di comunità tuttora assente quasi ovunque anche al Nord: una pletora di ospedali, aziende sanitarie sempre più ampie e sempre più decerebrate in una ricerca di infinite razionalizzazioni senza razionalità. Politiche di salute mentale assenti, psichiatrie spesso misere, a misere ideologie riferibili e ancora, sovente, reclusive: sempre più dimissionarie verso un privato mercantile onnivoro».

«In questo scenario di crisi profonda, sostiene Saraceno, si tratta di mettere in discussione le pretese di esclusività che la psichiatria avanza sulla malattia mentale. Le patologie mentali esistono e hanno specificità funzionali ma la loro presa in carico non può appartenere esclusivamente alla medicina, alla psichiatria e alla farmacologia».

Evocando il dialogo con Rotelli, Saraceno ci dice che della soggettività non c’è sapere specialistico, e se certamente esiste un sapere dei corpi, non esiste una scienza dei significati esistenziali della sofferenza profonda. Sulla scia della psichiatria fenomenologica inaugurata dal lavoro di Husserl i due grandi psichiatri italiani evocano una conoscenza della sofferenza che per essere efficace richiede una postura relazionale aperta, multidisciplinare e capace di incontrare la persona nei contesti e reti di vita.

Ai giovani psichiatri che in sala chiedono «che fare» Saraceno indica un percorso fatto di medicina di comunità, nomadismo organizzativo, alleanze territoriali, progetti di cura che sappiano incontrare la sofferenza mentale con tempi, modi e luoghi aperti, orientati all’empowerment della persona e per questo capaci di personalizzazione e ascolto. «Se si trattano bene i matti – e sono forse le ultime parole di Rotelli appuntate da Saraceno – ma anche tutti gli altri… Se non si fanno cattiverie… Emergono bisogni e desideri».

Per trattare bene le persone, bisogna abbandonare le proprie certezze e incamminarsi in un ascolto che si fa atto politico nel momento in cui fatto succedere in una città a porte aperte e in servizi che restituiscono alle persone l’unica identità davvero necessaria: quella di cittadini.

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Samuele Pigoni

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