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Ue tra allargamento e difesa comune

by Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

L’Ue ha dato una prova di maturità il 1º febbraio 2024 in occasione del Consiglio europeo in cui si è trovato l’accordo nel sostegno all’Ucraina. Molti osservatori si aspettavano un fallimento in virtù della minaccia di veto portata dal Primo ministro ungherese Orbàn. I 27 alla fine hanno trovato un accordo che rappresenta un segnale forte a chi scommette da anni sull’implosione dell’Unione. Se criticità vi sono state, esse sono state per il momento superate.

La dimostrazione di compattezza in termini di capacità decisionale appare anche più importante della decisione stessa, vale a dire quella di finanziare l’Ucraina per i prossimi anni. Se quindi esso è da considerare come davvero significativo c’è anche da dire che il difficile per molti aspetti arriva adesso. I nodi da sciogliere e la posizione dell’Ue rispetto ai grandi temi della pace e della guerra rimangono ancora lì sul tavolo. In primo luogo, rimane incerto il percorso in merito alla creazione di una difesa comune.

La guerra tra Russia e Ucraina ha per certi aspetti compromesso il percorso di cooperazione e integrazione poiché ha imposto un aumento dell’impegno militare ma esso si sta compiendo in linea con l’esistente, vale a dire un sistema frammentato sotto la direzione strategica della Nato. In secondo luogo, forse ancora più importante è il ruolo che finalmente l’Ue deve decidere di ricoprire nei Balcani e nei Paesi vicini. La notizia che è passata inaspettatamente sotto silenzio, ma che viceversa è cruciale, è la dichiarazione che Ursula Von der Leyen ha fatto al Parlamento europeo: «Inizieremo a lavorare alle nostre riforme per prepararci a una Unione di oltre 30 Stati membri».

In pratica, secondo quanto affermato dalla presidente della Commissione europea, agenzie e istituzioni dell’Ue si stanno preparando a un nuovo allargamento nel corso dei prossimi dieci anni. I 27 Paesi membri, infatti, hanno raggiunto un accordo politico a dicembre per avviare i negoziati di adesione con Ucraina e Moldavia.

Tale apertura sicuramente avrà un impatto sul processo di integrazione della Georgia e dei Paesi dell’area balcanica che nel recente passato hanno iniziato percorsi di riforme per soddisfare le rigorose condizioni dell’Ue.

Questo, peraltro, potrebbe costituire il più importante allargamento della storia dell’Ue. Per la prima volta, infatti, l’Unione si troverebbe a procedere con l’integrazione di Paesi che vivono situazioni di conflitto che non hanno trovato una conclusione. Se è inutile ricordare la guerra in corso tra Russia e Ucraina, non possiamo dimenticare che le tensioni in Paesi come Serbia e Bosnia-Erzegovina non si sono mai sopite senza dimenticare il caso della Georgia e delle regioni dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

Solo lontanamente il caso di Cipro può ricordare una situazione simile poiché in quel caso le parti in gioco erano parte della Nato e quindi nei fatti alleate. In sintesi, ci troviamo in una situazione del tutto nuova. Se davvero questo allargamento procedesse a ritmo spedito e convinto, l’Ue tornerebbe alla sua missione originaria, vale a dire quella di essere quell’organizzazione che contribuisce alla costruzione della pace nel Continente attraverso strumenti in primo luogo economici ma non solo.

È chiaramente prematuro lasciarsi andare a facili entusiasmi anche in virtù della minaccia costante del gigante russo, delle incertezze che arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico e dell’esistenza che movimenti centripeti che si stanno organizzando per mettere in crisi le istituzioni europee e che troveranno manifestazione in occasione delle elezioni europee.

Foto © Markus Spiske via Unsplash

Raul Caruso

Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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