Due pesi e due misure - Confronti
Home RubricheDiario Africano Due pesi e due misure

Due pesi e due misure

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

La rabbia è esplosa nelle strade di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo (Rdc), e di Goma quando gruppi di manifestanti hanno bruciato bandiere di Stati Uniti e Francia, urlando slogan contro l’Europa accusata di indifferenza verso un dramma in scena da 30 anni e che rischia di aggiungere altri morti ai 5 milioni dei precedenti conflitti.

Sul banco dell’accusa sono i Paesi occidentali, accusati di usare pesi e misure diverse quando si tratta di affrontare le guerre in corso in Ucraina e Medio Oriente. Ancora una volta ad alimentare la tensione sono gli scontri nel Nord Kivu, nella zona orientale del Paese, al confine con Ruanda e Uganda, dove operano 120 milizie armate. Tensioni con origini antiche che risalgono all’epoca del colonialismo belga e che nel corso del tempo di sono ulteriormente radicalizzate.

Oggi Ruanda e Rdc sono sull’orlo di uno scontro diretto: una conseguenza del genocidio dei tutsi in Ruanda del 1994 che causò la fuga degli hutu (autori dei massacri) in Congo. Il presidente ruandese Paul Kagame è accusato di sostenere i ribelli del Movimento del 23 Marzo (M23), una milizia nata nel 2012 da una costola dell’esercito congolese che raccoglie combattenti di etnia tutsi.

Rapporti delle Nazioni Unite (e di recente anche Francia e Stati Uniti) puntano il dito su Kigali che però respinge ogni accusa con fiero sdegno di facciata. E anzi Kagame rinfaccia al riconfermato presidente Felix Tshisekedi (grazie a una campagna elettorale di forte impronta nazionalista) di appoggiare le Forze democratiche della Liberazione del Ruanda (Fdlr), un gruppo armato di etnia hutu tra cui militano anche i carnefici del genocidio del ’94. Fdlr e altri gruppi armati fanno parte di una sfaccettata coalizione dai confini labili schierata al fianco dell’esercito governativo.

L’M23 a partire da gennaio ha sferrato una potente offensiva militare che solo nei primi giorni di febbraio ha causato 135 mila nuovi sfollati interni che si sono aggiunti al mezzo milione di profughi frutto dei conflitti precedenti. L’esercito governativo congolese arranca nel fronteggiare i ribelli e c’è il serio rischio di una espansione del conflitto su scala regionale come già avvenne tra il 1996 e il 2003 in quella che fu definita la “guerra mondiale africana” con più di 5 milioni di vittime, quasi tutti civili inermi. Milizie e bande criminali si spartiscono il ricchissimo bottino minerario (oro, diamanti, tungsteno, coltan) e il suo contrabbando in una fittissima rete di complicità con autorità dei Paesi confinanti. Ma a gettare benzina sul fuoco sono anche conflitti locali, progetti espansionistici delle nazioni vicine, e la generale instabilità politica della regione. Criminalità e inflazione aggravano le condizioni dei civili, prede della violenza.

La drammatica esplosione di una nuova crisi in quest’area avrebbe riflessi anche nell’ Europa alle prese con due guerre sull’uscio di casa. Ad aggravare le prospettive di stabilità c’è anche l’inizio della smobilitazione dei Caschi blu dell’Onu dal Congo che si concluderà il prossimo 31 dicembre. Una richiesta avanzata dal presidente Tshisekedi dopo le critiche sul sostanziale fallimento della missione pacificatrice che non è mai riuscita a proteggere i civili e fermare le violenze dei gruppi armati.

Il bilancio è da “profondo rosso”: è stata la più lunga (oltre 20 anni) e costosa (un miliardo di dollari all’anno) missione di peacekeeping nella storia delle Nazioni Unite, contraddistinta da scandali (coinvolgimento di Caschi blu in contrabbando minerario, violenze sessuali, pedofilia) che hanno progressivamente trasformato i “portatori di pace” in nemici, tanto che più volte le loro sedi sono state assaltate dalla popolazione inferocita per la totale inerzia nella protezione dei civili.

Un sito di informazione congolese ha definito il Kivu “la Striscia di Gaza africana dimenticata” chiedendosi perché la comunità internazionale non è ancora intervenuta per sanzionare il Ruanda alla luce del rapporto delle Nazioni Unite che denuncia le responsabilità di Kagame nel sostegno all’M23. Sì, forse una risposta c’è: un documento di intesa tra Commissione europea e Kigali per lo sfruttamento di materie prime strategiche sottoscritto a febbraio. In tempi così incerti, verità e giustizia possono attendere.

Foto © Johnnathan Tshibangu

Enzo Nucci

Enzo Nucci

Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Lascia un commento

Scrivici
Send via WhatsApp