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Israele-Palestina, tre cose che può dire e fare l’Europa

by Paolo Naso

di Paolo Naso. Docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma.

Il Ramadan non ha fermato l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e, mentre i leader di Hamas la seconda fila perché la prima è già al sicuro altrove abbandona i palestinesi al loro destino e cerca rifugio in Egitto, Netanyahu chiude ogni spiraglio negoziale. A lui interessa un indiscutibile successo militare che gli restituisca credibilità interna. Per il leader israeliano, finché c’è guerra c’è speranza di sopravvivenza politica.

E allora, la desertificazione di Gaza, la cacciata verso il nulla di altre centinaia di migliaia di palestinesi, l’eliminazione di qualche altro comandante di Hamas con un briciolo di notorietà sono le condizioni imprescindibili per restare al governo anche dopo.

I palestinesi imbottigliati a Gaza ed esposti alla minaccia letale di un intervento di terra a Rafah non hanno né tempo né animo di pensare al dopo. Tutte le agenzie umanitarie ci dicono che la Striscia è al limite della carestia, e le foto di bambini che muoiono letteralmente di fame stanno facendo il giro del mondo. Per loro domani non esiste perché la sfida è sopravvivere oggi.

Noi europei, invece, abbiamo il privilegio di poter ragionare anche sul futuro e, in linea teorica, avremmo anche il dovere di contribuire a costruire, se non la pace, una sostenibile formula di convivenza che tuteli la sicurezza di Israele – che come di- mostra lo scorso 7 ottobre, col disumano pogrom perpetrato da Hamas, è sempre a rischio – da una parte e i diritti umani e politici dei palestinesi dall’altra.

È senso comune che di fronte al conflitto israeliano palestinese l’Europa abbia poco da dire e che la partita si giochi a Washington. Credo che questo assunto rassicurante e disimpegnante vada radicalmente corretto. Dalla Dichiarazione di Balfour che nel 1917 prefigurava un “focolaio ebraico” in una terra abitata dagli arabi, alla Shoah e poi alle ricorrenti ondate di antisemitismo variamente ispirate, l’Europa non è innocente né neutrale. Non può esserlo se si considerano gli ebrei europei che, anche in tempi recenti, sono “tornati” in Israele. O i legami europei con tante espressioni della società civile palestinese: politici, culturali, sociali, economici.

L’idea che le chiavi del conflitto, e quindi della pace, siano nella cassaforte della Casa Bianca è l’altra faccia di un atlantismo servile da una parte, e di un radicato antiamericanismo di Destra, cattolico, come anche di Sinistra dall’altra. Se poi consideriamo lo scenario da incubo dell’elezione di Trump nelle prossime presidenziali, l’ipotesi americanaviene ovviamente a cadere a vantaggio di un ulteriore sostegno alla politica dell’estrema Destra e del piu radicale fondamentalismo ebraico, paradossalmente e temporaneamente alleato di quello evangelical che sogna l’armagheddon che prelude al ritorno del Messia.

Che cosa potrebbe dire l’Europa? Tre cose, per iniziare.

Fermate l’eccidio di Gaza, innanzitutto. Sotto il profilo formale è probabilmente giusto evitare il termine genocidio, per le ragioni giuridiche che altri come Luigi Manconi hanno ben spiegato, ma attacchi come quello della farinain cui i militari israeliani hanno falcidiato decine di civili che si contendevano qualche sacco di cibo è certamente un eccidio. Uno tra gli altri. Basta!

Sosteniamo la società palestinese, quella che si vuole liberare da Hamas e dal giogo fondamentalista e terrorista che le formazioni militari islamiste hanno imposto agli abitanti della striscia di Gaza. I modi sono tanti e sono quelli classici del soft power geopolitico: borse di studio, scambi, dialoghi interculturali e interreligiosi, cooperazione economica, finanziamenti di infrastrutture.

“Manteniamo dritta la barra sul progetto Due popoli, due stati”. È l’impegno più difficile, lo sappiamo bene. Se ne parla dal 1947 e, per colpe assolutamente simmetriche degli israeliani e dei palestinesi – questi pessimamente consigliati e strumentalizzati dai loro fratelli arabi – l’obiettivo non è mai stato raggiunto. Sappiamo anche, come ci mostrano le preziose cartine di Limes, che ormai l’erigendo stato di Palestina si ridurrebbe a un pugno di coriandoli di territorio.

Eppure, se non da qui, da dove si può ripartire per immaginare la pace o qualcosa che le assomigli? Noi stessi siamo affascinati dai ragionamenti delle élite culturali israeliane che suggeriscono la necessita di “andare oltre” le formule del passato, ipotesi che suggestiona le sinistre più pacifiste, ma l’idea di uno stato binazionale è una mera utopia che distoglie da un obiettivo assai più urgente, magari preliminare, senza raggiungere il quale i palestinesi sarebbero, ancora una volta, umiliati e beffati.

Certo, sarà uno stato territorialmente limitato e per certi aspetti più simbolico che istituzionale ma sarà dovrà essere uno stato che concede passaporti, batte moneta, celebra la sua memoria civile, sviluppa le sue reti diplomatiche, costruisce con il necessario sostegno internazionale la sua economia. Uno Stato sovrano. Tutto questo l’Europa può dirlo e farlo meglio degli Stati Uniti. E anche per questo va protetta dai nazionalismi autoritari che, strabicamente e irragionevolmente , occhieggiano sia a Putin che a Trump.

Ph. Emad El Byed  © via Unsplash 

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Paolo Naso

Docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma.

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