L’effetto della guerra a Gaza su Israele - Confronti
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L’effetto della guerra a Gaza su Israele

by Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Le guerre hanno costi molto elevati. In primo luogo un costo significativo in termini di vite umane e di sofferenza. In secondo luogo costi economici per condurle, ma anche costi di lungo periodo dovuti alla perdita di capitale umano, investimenti e relazioni economiche con il resto del mondo. Ma tra i costi più sottostimati vi sono sicuramente quelli legati all’instabilità politica e quelli inerenti alle relazioni dei belligeranti con la comunità internazionale. La guerra in corso a Gaza ne è un esempio chiarissimo.

All’indomani del brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, l’opinione pubblica interna e internazionale unitamente alla gran parte dei leader di governo erano, senza dubbio alcuno, a favore del capo di governo israeliano Benjamin Netanyahu perché questi reagisse alla violenza di Hamas in maniera decisa e risoluta. Dopo pochi mesi il supporto a favore di Netanyahu è diminuito in maniera sostanziale fino apparentemente a dissolversi, non solo all’interno del suo Paese ma anche in ambito internazionale.

Già nel mese di gennaio, l’agenzia Reuters riportava i risultati di un sondaggio secondo il quale solamente il 15% degli israeliani era ancora a favore del Capo del governo. Un ulteriore sondaggio condotto nel mese di febbraio riportava che se si fossero tenute le elezioni, il Likud, partito di Netanyahu, avrebbe perduto un numero significativo di seggi alla Knesset, anche se nelle intenzioni di voto la maggior parte degli elettori israeliani si dichiaravano comunque per un orientamento di Centro-Destra.

La tragedia umanitaria a Gaza derivante dalla reazione militare israeliana, sicuramente sproporzionata, ha financo attirato le critiche del governo americano, storicamente il più forte alleato di Tel Aviv. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, in prima persona ha dichiarato all’inizio di marzo che Benjamin Netanyahu sta facendo più male che bene a Israele. In sintesi, la cattiva condotta della guerra da parte del Primo ministro ha definitivamente affossato la sua reputazione sia all’interno di Israele sia in seno alla comunità internazionale.

Questo rappresenta un costo di lungo periodo altissimo per la popolazione e lo Stato di Israele e in particolare per quella parte che aveva immaginato che un percorso di pace fosse possibile. All’interno si aprirà, infatti, una fase di instabilità politica con tutte le conseguenze che conosciamo, in particolare di natura economica. A livello internazionale, il costo per Israele e gli israeliani sarà ugualmente molto alto.

Il favore per lo Stato di Israele agli occhi dell’opinione pubblica internazionale era già indebolito per una serie di motivazioni storiche, tra cui la mancata aderenza alle risoluzioni dell’Onu ma anche per scelte più recenti come le politiche a favore dei coloni o quelle di demolizione delle case palestinesi. Dopo questi mesi di guerra, questo stato di cose peggiorerà.

Molti infatti sono purtroppo abituati ad attribuire a un’intera popolazione i caratteri del governo che li guida e quindi la reputazione degli israeliani sarà inevitabilmente confusa con quella di Benjamin Netanyahu. La decisione da parte del governo di condurre una guerra con un costo umanitario altissimo (nel momento in cui questo articolo viene terminato il numero delle vittime sembra abbia superato la cifra di 30mila morti) non solo non ha condotto a una risoluzione del conflitto, ma ha purtroppo aggravato questo stato di cose oscurando di fatto anche quella parte di israeliani che negli anni hanno provato a lavorare per la pace.

In questo momento, per ripartire con un faticosissimo percorso di pace è essenziale in primo luogo che il leader passi la mano, sperando che non sia troppo tardi.

Foto © mohammed al bardawil via Unsplash

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di Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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