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Luigi Luè

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

Dello “zoccolaio tolstojano” Luigi Luè ho sentito parlare in gioventù da Aldo Capitini e da Giovanni Pioli, che fu un altro grande rappresentante del movimento nonviolento in Italia. E ho letto più tardi nel fondamentale saggio storico di Amoreno Martellini Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento (Donzelli, 2006).

Mi incuriosì molto la sua storia di renitente alla leva al tempo della Prima guerra mondiale, con il risultato di anni di vera persecuzione. Viveva da qualche parte in Lombardia e aveva letto con passione molti opuscoli di Tolstoj e non solo i romanzi.

E tra i romanzi, con più passione che gli altri, il più “teorico” Resurrezione, sul quale i critici hanno spesso storto il naso giudicandolo predicatorio, per la storia del nobile che, ritrovando in un’aula di tribunale una ragazza che ha sedotto anni prima e che si è fatta prostituta ed è condannata alla Siberia, va in crisi e decide di lasciar tutto e di seguirla, in espiazione della sua colpa di corruttore. Per molti, tra i quali mi metto modestamente anche io, Resurrezione ha ben poco da invidiare ad Anna Karenina, o a certi grandi racconti come Padre Sergio o come Tre morti.

Quest’ultimo, forse il più bello tra i suoi, raccontava la morte solitaria di una vecchia aristocratica, quella di un mendicante malandato accolto sulla stufa di una osteria/stazione di posta e infine, con un’idea formidabile se pensiamo alla storia dell’ecologismo, di un albero pianto dagli uccelli e dagli altri animali che ha ospitato e dagli stessi boscaioli che lo fanno cadere.

Luè fu affascinato soprattutto da alcuni opuscoli del grande vecchio, come Le radici del male o Non posso tacere, che derivano dai Vangeli le loro convinzioni e proposte. Luè raccontò a Pioli che nel luglio del 1917, richiamato alle armi per essere spedito al fronte, egli rifiutò la divisa, e di lì cominciò per lui un calvario di carcere, di ospedale psichiatrico, di lavori forzati: quando una decina di soldati “miei incoscienti fratelli” cercarono di obbligarlo alla divisa e partire per il fronte, “mi gettai”, dice, «seduto a questo scempio e tutti i grandi spiriti gli chiamai, da Veda a Budda, Cristo, Euripide, dal Savonarola a Vitor Ugo a Gandhi a Tolstoi. Gli ufficiali se ne andarono, solo restarono nel gran camerone 300 o 400 soldati tutti commossi; non potendo piegarmi un ufficiale e soldati mi condussero di nuovo in prigione. Poco dopo vengono in prigione 5 o 6 Ufficiali e mi chiedono perché io rifiuto la divisa e di andare al fronte a combattere […]. Gli rispondo che stando alle mie concezioni della vita sociale e ai principi dei libri di Leone Tolstoi, la mia incoscienza mi vietava di uccidere. Là in stanzone mi gettai a terra incrociai le gambe, chiamai i nomi più alti della Storia: Gesù, Veda, Confucio, Socrate, Mazzini, Garibaldi, Gandhi. Gli ufficiali se ne andarono, solo qualche centinaia di soldati commossi mi guardarono, in ultimo gridai: per vestirmi me della divisa bisogna che mi fate a pezzi».

Va detto che, nella ricostruzione che ne fa Martellini, in un secondo processo a suo carico, «sia il pubblico ministero che il giudice istruttore mostrano maggiore comprensione: “La nostra legge è impotente”, avrebbe dichiarato in aula il pubblico ministero, “a combattere con queste tempre d’uomini che sono diffusi in tutto il mondo”». Le idee di Tolstoj sulla nonviolenza avrebbero inciso in profondità i pochi grandi spiriti degli ultimi anni dell’Ottocento e dei primi del Novecento, appunto fino a Gandhi, fino a Capitini, fino a Martin Luther King e tanti altri. Fino al mio amico Giuseppe Gozzini, l’operaio cattolico il cui processo ispirò a don Milani un suo luminoso pamphlet, L’obbedienza non è più una virtù.

Se non fui anch’io un obiettore fu perché, in accordo con Capitini, preferii tornare al mio lavoro con Dolci tra i bambini di Palermo, dopo una visita militare in cui le mie risposte ai questionari dovettero far pensare a medici e giudici che, se mi avessero preso, sarei stato obiettore, e a Perugia non c’era stato alcun caso del genere e i miei giudici preferirono rilasciarmi parlando di “ridotte attitudini militari” piuttosto che affrontare un caso per loro inedito.

Il saggio storico di Martellini che comincia parlando proprio di Luè e di Tolstoj, potrebbe avere un seguito in quello di Lorenzo Barbera su I ministri dal cielo, che raccontò il rifiuto di andar militari dei giovani siciliani dopo il terremoto che aveva aggredito il loro ambiente, le loro case e i loro parenti nella valle del Belice, e l’inizio di un movimento che portò al riconoscimento dell’obiezione di coscienza e al servizio civile al posto di quello militare.

Illustrazione © Doriano Strologo

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