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Ruanda 30 anni dopo

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

Tornare a parlare del genocidio in Ruanda in occasione del trentesimo anniversario non è un retorico e seriale esercizio celebrativo di una ricorrenza tatuata nella memoria di chi non dimentica le immagini televisive di acque di fiumi intrise di sangue e cadaveri galleggianti.

Innanzitutto, perché il termine genocidio è tornato di drammatica attualità: ingenuamente speravamo che fosse stato cancellato dal vocabolario dell’umanità entrata faticosamente nel terzo millennio. E poi perché purtroppo il conflitto in Ruanda ha generato un’altra sanguinaria piaga nella confinante Repubblica Democratica del Congo, dove la zona orientale è squassata da una guerra che sta entrando a passi decisi nel suo quarto decennio con il pericolo che si allarghi a livello regionale. Tra i cento gruppi armati che operano nell’area, c’è il Movimento 23 Marzo sostenuto dal governo ruandese. (vedi Confronti 4/2024).

A distanza di 30 anni dalle stragi dei tutsi e degli hutu moderati, ancora oggi si continuano a trovare fosse comuni: l’ultima in ordine di tempo nell’ottobre 2023 che custodiva 119 cadaveri. L’organizzazione non governativa Human Rights Watch invita a riflettere sui risultati delle inchieste nazionali e internazionali per giungere alla individuazione e all’arresto di mandanti ed esecutori: molti sono ancora a piede libero.

Ma resta ancora aperto il capitolo sugli errori commessi dalla comunità internazionale. A rilanciare il dibattito è stato ancora una volta Roméo Dallaire, che nel 1994 era il comandante della missione dei Caschi blu in Ruanda, in un articolo pubblicato su una rivista canadese. La premessa è che «per la maggior parte degli osservatori esterni, l’Africa era teatro di crisi sociali ed economiche generalizzate, accentuate da carestie, guerre civili e atrocità di massa. I Paesi occidentali consideravano l’Africa un Continente da compatire, di certo non era una priorità».

Dallaire denuncia il tardivo intervento delle Nazioni Unite che approvò l’invio di 5.000 Caschi blu di rinforzo solo sei settimane dopo l’inizio delle stragi. Troppo tardi. Il comandante denuncia che la mobilitazione internazionale per fermare il conflitto nella ex Jugoslavia fu molto più decisa rispetto al Ruanda dove «furono stuprate, uccise e sfollate più persone in tre mesi che in quattro anni di guerra in Bosnia». Con l’amara constatazione che «alcuni esseri umani non sono degni delle protezioni offerte dalle convenzioni sui diritti umani elaborate dai Paesi ricchi, che invece dovrebbero essere applicate universalmente».

Nelle stesse ore sulla stampa francese sono state pubblicate l’anteprima del discorso che il presidente Macron avrebbe inviato alle commemorazioni ufficiali per il genocidio a Kigali. Parole forti: in sintesi Parigi avrebbe potuto fermare la mattanza con gli alleati occidentali.

Laconico il commento delle associazioni che si battono per la verità e la giustizia: è un piccolo passo avanti ma per i sopravvissuti, per le vittime, non serve a molto. Il riconoscimento delle responsabilità francesi non è cosa nuova: negli ultimi anni le ammissioni di colpa si sono intensificate ma solo nell’ottica di rinsaldare i rapporti con Paul Kagame, padre padrone del Ruanda, e nel tentativo di colmare il deficit politico del fallimento delle missioni militari nel Sahel. Parigi all’epoca sosteneva l’esecutivo che diede il via alla mattanza anche con fornitura di armi e addestramento militare. Paul Kagame, da 30 anni al potere, non ha rimosso le cause del genocidio, le cui spinte sopravvivono sotto le braci ardenti.

In Ruanda non esiste libertà di stampa ed espressione, l’opposizione politica è duramente contrastata. Il presidente è corteggiato da una molteplicità di attori internazionali e nonostante i fortissimi limiti riesce a proporsi come una nazione stabile in una regione pericolosamente in bilico. Il vecchio comandante vuole diventare un decisivo ago della bilancia acquisendo peso politico.

Il Ruanda tre anni fa inviò mille soldati nella turbolenta provincia di Cabo Delgado, nel Nord del Mozambico, scossa dai gruppi armati islamisti, conseguendo anche risultati militari. Questo impegno bellico è stato ripagato dal governo di Maputo che probabilmente assegnerà a una società ruandese l’appalto per l’estrazione di gas naturale nella zona coinvolta dalla guerriglia.

Ph. Ruanda © Jannik Skorna via Unsplash

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Enzo Nucci

Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

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