di Andrea Cantelmo. Giornalista e scrittore
Il Corno d’Africa rappresenta una delle aree territoriali più contese a livello geopolitico. Il crescente valore strategico dell’area ha concentrato le mire dei grandi Paesi comportando un innalzamento delle tensioni già presenti tra gli Stati della Regione.
Collocato tra il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb, il Corno d’Africa rappresenta una delle aree territoriali più contese a livello geopolitico. Da tempo, Stati Uniti, Russia e Cina hanno adottato tecniche di soft power per conquistare sfere d’influenza in uno degli snodi commerciali più importanti al mondo e luogo in cui, secondo numerosi analisti, potrebbero essere in gioco gli equilibri di potenza tra gli attori più impattanti a livello globale. Il crescente valore strategico dell’area ha concentrato le mire dei grandi Paesi comportando un innalzamento delle tensioni già presenti tra gli Stati della Regione.
L’Etiopia si presenta come la potenza egemone, ma nel corso degli ultimi anni sta affrontando una guerra civile che non accenna a terminare, nonostante l’accordo di pace firmato nel 2022 a Pretoria (Sudafrica) con i rappresentanti del Tigray, regione ribelle che – come riportano enti internazionali – è alle porte di una carestia indotta dal Governo centrale guidato da Abiy Ahmed. Tuttavia, malgrado gli scontri interni a cui si è aggiunto anche quello con la regione Amhara, Addis Abeba non ha tralasciato il suo ruolo nel Corno d’Africa e ha proseguito nell’intenzione, coltivata da decenni, di trovare uno sbocco sul mare, considerato fondamentale per lo sviluppo economico e industriale del Paese. L’aumento delle rivendicazioni etiopi ha generato preoccupazione tra gli attori regionali. Ad allarmare maggiormente i Paesi vicini, soprattutto quelli costieri come Gibuti, Eritrea e Somalia, è il fatto che Addis Abeba consideri l’assenza di uno sbocco sul Mar Rosso una motivazione sufficiente per un nuovo conflitto nella regione. Ad esacerbare ancora maggiormente le tensioni è arrivato l’accordo, il 1 gennaio 2024, con il Somaliland che garantirebbe all’Etiopia grandi vantaggi sia a livello commerciale sia a livello militare.
LA QUESTIONE DEL SOMALILAND
Il Somaliland è una Repubblica autoproclamatasi indipendente il 18 maggio 1991, ma di fatto non ha alcun riconoscimento a livello internazionale venendo comunemente definito come un territorio facente parte della Somalia. Nonostante abbia intrattenuto rapporti politici con l’Unione europea e alcuni Paesi africani, in special modo negli anni 2000, non è mai stata realmente presa in considerazione la possibilità di riconoscerlo come uno Stato indipendente.
Il Primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, si è inserito in questo vuoto lasciato dalla comunità internazionale per siglare un Memorandum d’Intesa con il Somaliland garantendogli appoggio sul riconoscimento nelle sedi istituzionali e delle quote azionarie in una delle principali aziende pubbliche nazionali come l’Ethiopian Airlines o Ethio Telecom, ottenendo però in cambio l’accesso al Mar Rosso [vedi Confronti 03/2024]. Ovviamente, tale accordo è avversato dalla Somalia, il cui presidente Hassan Mohamud ha paventato che questo fosse il primo passo verso una vera e propria annessione del Somaliland da parte dell’Etiopia. Situazione che preoccupa anche gli stakeholder internazionali come Stati Uniti, Cina e Turchia che ritengono che questo possa indebolire il Governo di Mogadiscio, favorendo la ripresa di azioni terroristiche da parte di al-Shabaab, cellula che ha legami con al-Qaeda. Tra gli altri Paesi più ostili all’accordo è Gibuti, poiché la riduzione del transito commerciale etiope farebbe perdere 1,5 miliardi di dollari di dazi portuali che annualmente versa Addis Abeba.
Il Kenya, su iniziativa del presidente William Ruto, ha recentemente attivato la macchina diplomatica per allentare le tensioni tra Etiopia e Somalia, proponendo con Gibuti un trattato all’interno dell’organizzazione Intergovernmental Authority on Development (Igad), formata dai Paesi del Corno d’Africa con sede a Gibuti, in cui si pongono le basi per regolarizzare l’accesso al mare per i Paesi senza sbocco.
GLI INTERESSI DEGLI ATTORI INTERNAZIONALI
Il Corno d’Africa è al centro di interessi geopolitici soprattutto per due motivi: le risorse contenute nel sottosuolo e gli ingenti volumi di idrocarburi che ogni giorno transitano nello stretto di Bab el-Mandeb, ubicato dove il Mar Rosso sfocia nel Golfo di Aden e da lì si congiunge con l’Oceano indiano, in cui confluisce l’8% della produzione mondiale di petrolio greggio e prodotti raffinati trasportati annualmente via mare. Vista la sua rilevanza geostrategica, le superpotenze, a colpi di investimenti, si stanno sfidando per avere immediati ritorni economici e guadagnare spazio e sfera d’influenza in Africa e in particolare nel Corno d’Africa.
In tutto il continente la Cina con il progetto Belt and Road ha effettuato investimenti in progetti infrastrutturali per 200 miliardi di dollari, avendo costruito 100.000 km di autostrade, 1.000 ponti, 100 porti e 13.000 km di ferrovie. Nel Corno d’Africa, tra gli impegni più importanti assunti da Pechino, si possono annoverare il porto Doraleh di Gibuti, cofinanziato dalla China’s Merchants Holding Company, la ferrovia elettrica Etiopia-Gibuti e il porto in costruzione a Massaua in Eritrea.
La strategia di Usa e Ue in questa Regione si è limitata ad investimenti militari ed economici al fine di evitare l’espansionismo della Cina, vista come la principale antagonista nell’area. Per molti analisti Washington e Bruxelles devono recuperare un importante gap, specialmente in Etiopia dove Pechino ha le mani nei settori economici più importanti. In quest’ottica, uno dei Paesi più importanti, anche data la sua posizione cruciale sullo stretto di Bab el-Mandeb, è Gibuti. Con poco più di un milione di abitanti e con la più vasta densità di basi militari, rappresenta un concentrato di geopolitica, un vero e proprio microcosmo del “nuovo ordine mondiale”. Usa e Ue (con Italia e Francia) hanno basi militari nel Paese e tentano di mantenere una posizione predominante a discapito di Cina (anch’essa presente con una base militare) e Emirati Arabi che, avendo compreso l’importanza di una sfera d’influenza forte in questa area del mondo, stanno investendo in modo massiccio.
IL CONFRONTO ARMATO TRA EST E OVEST
Come già sottolineato, il Memorandum d’intesa tra Etiopia e Somaliland non è passato inosservato ed ha ricevuto aspre critiche anche dalle superpotenze globali, proprio in ragione delle possibili gravi conseguenze che potrebbe avere negli equilibri commerciali del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb, coinvolgendo anche i Paesi del Golfo, detentori di interessi vitali nell’area.
La questione del Somaliland ha versato nuova benzina un panorama internazionale già incandescente, deflagrato il 24 febbraio 2022 con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Federazione russa. Anche in questo caso le
motivazioni vanno fatte risalire lontane nel tempo, ma ciò che sta accadendo oggi trova origine anche nella disgregazione dell’Unione sovietica e le dichiarazioni d’indipendenza degli Stati che prima gravitavano nella sua orbita, tra cui l’Ucraina. Uno dei passi fondamentali nella regolarizzazione dei rapporti tra Mosca e Kiev è il Memorandum di Budapest del 1994, ove la Russia si impegnava a riconoscere l’indipendenza e l’integrità del territorio ucraino in cambio della restituzione degli armamenti nucleari presenti nel Paese.
Nel 2014, a seguito della rivoluzione ucraina e la caduta del governo filorusso guidato da Viktor Yanukovich, tali accordi sono stati violati dall’annessione – non riconosciuta a livello internazionale – della Crimea da parte della Russia. In quel caso, la macchina diplomatica si è messa subito in moto ed era riuscita, attraverso la mediazione dell’allora cancelliera tedesca Angela Merkel e presidente francese Françoise Hollande, a far siglare i Protocolli di Minsk nel settembre del 2014 che prevedevano un immediato cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri e l’impegno da parte di Kiev di garantire maggiore autonomia alle regioni di Donetsk e Luhansk. Nel febbraio del 2022 è scattata l’invasione da parte delle truppe di Mosca che, ad oggi, ha portato all’annessione dei suddetti territori all’interno della Federazione, anche in questa occasione senza riconoscimento della comunità internazionale.
L’azione di Putin ha provocato una catena di eventi che ha spaccato ancor più profondamente il mondo in due fazioni, facendo rivivere la celebre “cortina di ferro” denunciata da Churchill nel noto discorso di Fulton dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: Usa e Ue hanno, di conseguenza, interrotto i rapporti con la Russia, aiutando anche militarmente l’Ucraina, mentre la Cina non ha condannato l’invasione seppur formalmente non la sostiene. Al contrario, l’Iran e la Corea del Nord stanno supportando apertamente Mosca. Il continente africano, dal canto suo, ha chiesto sin da subito lo stop delle ostilità, anche perché molto dipendente dalle esportazioni di grano provenienti da Kiev e Mosca.
Le posizioni sono state ulteriormente esasperate dal conflitto israelo-palestinese, tornato ad alta intensità dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In questo caso, il mondo arabo si è mobilitato immediatamente e ha appoggiato in modo deciso la causa palestinese, con Turchia e Iran a fare da capofila. Tel-Aviv, nonostante le reprimende pubbliche da parte di Washington e Bruxelles a causa di una risposta ritenuta sproporzionata, mantiene tutt’oggi il supporto occidentale.
Tra gli eventi che si sono susseguiti in questi giorni, emerge l’attacco mortale al consolato iraniano a Damasco perpetrato il 2 aprile scorso ed attribuito ad Israele, il quale ha comportato un botta e risposta, più simbolico che concreto, con il lancio da parte di Teheran nella notte tra il 13 e il 14 aprile di centinaia di droni, molti dei quali abbattuti ancor prima che arrivassero in terra israeliana anche dalla contraerea di Paesi come Giordania e Arabia Saudita, mentre Tel-Aviv ha colpito una base militare a Isfahan. Questa è un’escalation che, se non verrà gestita adeguatamente, potrebbe generare una spirale incontrollabile e far esplodere definitivamente le ostilità in tutto il Medio Oriente.
Un ruolo importante e potenzialmente decisivo, infine, lo sta avendo il gruppo armato Houthi, nato in Yemen, che negli ultimi mesi sta infuocando il Mar Rosso con continui attacchi verso navi commerciali e infrastrutture. Questo movimento, finanziato e manovrato da Teheran, punta al “cessate il fuoco” a Gaza e cerca – attraverso le sue azioni – di spingere le grandi potenze occidentali a fare pressione su Israele affinché fermi le sue offensive in Palestina.
I due conflitti che stanno attirando maggiormente l’attenzione, ovvero quello israelo-palestinese e russo-ucraino hanno al proprio interno tutti i crismi di uno scontro più grande tra Est e Ovest per il predominio del mondo. Russia e Cina, con il supporto dei Paesi arabi stanno sfidando apertamente l’egemonia economica e militare detenuta fino a questo momento dall’Occidente, e in particolar modo dagli Usa che hanno avuto un ruolo determinante nel secolo scorso e in questi primi decenni del terzo millennio.
Alla luce di questo contesto in cui ogni evento è collegato all’altro e con la composizione dei due schieramenti a confronto sempre più marcata, un nuovo fronte di guerra nel Corno d’Africa potrebbe essere un ulteriore tassello per quella “Terza Guerra Mondiale a pezzi”, in cui si stanno affrontando, seppur non direttamente, le potenze del mondo. Questo eventuale conflitto potrebbe avere una forza dirompente poiché vi sono in gioco interessi economici e militari di grande rilevanza, in grado di generare un nuovo disastro umanitario nella Regione.
Ph. Etiopia © Hanna Grace/ CopyLeft
Andrea Cantelmo
Giornalista e scrittore
